Modalità random

di Roberto De Luca – Certe medicine vanno ingollate amare. Tentativi di mascherare, annacquare, edulcorare non valgono la vista di un liquido scuro e oleoso nell’incavo di un cucchiaio. Un bel respiro, e giù.
Ci sono delle situazioni dalle quali, in tempi non sospetti, mi sarei tenuto alla larga con la stessa prudenza di una volpe attorno a un capanno. Questa volta, invece, ho preferito infilare le mani nel frullatore. E l’ho fatto con la ieratica rassegnazione di un povero Cristo davanti al Sinedrio.
Raccolto l’invito (non avevo scampo), sono andato alla festa di compleanno di un ventenne.

Ringrazierò a lungo l’imperizia del padrone di casa, pari soltanto al suo amore per il ‘fai da te’, che ha reso del tutto insufficiente l’impianto d’illuminazione del giardino. Questo mi ha permesso di vagare come un fantasma tra tavoli e cespugli, di vedere ed essere visto senza riconoscere ed essere riconosciuto. Una specie di allucinazione onirica, se si vuole.
Confesso che il gioco della bottiglia suonava anacronistico già ai miei tempi. Non è dunque ciò che mi aspettavo di trovare. Ma un impianto stereo, quello sì! Un impianto e pile di cd. Da ragazzo, la ricerca di un buon impianto stereo era condizione irrinunciabile per l’organizzazione di qualsiasi tipo di festa. Poi c’era la musica, che si condivideva, nel significato letterale del termine. Ognuno portava la sua, alle volte dietro richiesta, altre volte come prepotente affermazione del proprio ego sul resto del gruppo.
Su un tavolo, defilato alla vista, un notebook di ultimissima generazione, con la sua brava connessione wi-fi. Una bella coppia di diffusori, e via con la musica dal mondo. Mi sono avvicinato e ho sfoderato l’espressione facciale di un indigeno amazzonico di fronte a un ombrello che si apre. Subito dopo mi sono dato del coglione. Da almeno tre o quattro anni, è quella la stessa modalità con la quale ascolto quotidianamente musica. Cos’altro mi aspettavo di trovare? Primo colpo.
Lo ammetto, il passatempo era anche divertente: ci si alzava, a turno, e si selezionava un brano dal Tubo. Mormorii sommessi, mugugni e altre espressioni colorite erano indice di approvazione o disapprovazione. Ho giocato per una mezzora a fare il giovane. Ho azzardato e ho fatto male, tornando a sperimentare, dopo tanti anni, lo stesso panico sottile che precede un’interrogazione. Le mie competenze musicali, oggettivamente sterminate se paragonate a quelle degli imberbi, erano svanite come neve al sole. Non mi veniva in mente nulla. Nulla di nulla. Nessuna zampata capace di strappare un «oh!» di meraviglia alla platea implume. Secondo colpo.
Sono tornato nella penombra, a leccare le ferite del mio ego tra insalate e fette di cocomero. Poi, come spesso mi accade in queste situazioni, ho sentito piano piano i ‘motori’ che si accendevano.
Mi sono detto: «Cosa c’è di male? Questi ragazzi si alzano, si affacciano sul mondo e scelgono. Possono farlo, con un click, guardando in una piccola finestra delle meraviglie. A loro è data la scelta, nell’infinito universo e negli infiniti mondi».
Nel nostro orizzonte, a quel tempo, c’era l’impresa ardua della ricerca. Lunga, casuale, frustrante, condotta con mezzi traballanti e approssimativi. Si cercava il diamante in una foresta; il più delle volte si rischiava di non trovarlo mai, di smarrire la strada, magari di essere morsi da un serpente. La ricerca imponeva una mappa. Approssimativa, pasticciata, ma pur sempre una mappa, un percorso di massima, scarabocchiato con una matita spuntata e riposto nel portafoglio, tra un biglietto da mille lire e un gettone telefonico.
Io avevo la mia. Me l’aveva disegnata con devozione un amico poco più grande di me. Nomi improbabili, titoli, discografie che avrei impiegato anni a incasellare e completare, con la pazienza certosina di un frate trappista.
L’altra sera quei ragazzi sfilavano con disinvoltura tra rimandi musicali storici senza alcun timore riverenziale, senza alcuna attenzione, spulciando avidamente in un pozzo musicale senza fondo nel quale l’oggetto prezioso spesso era linkato accanto all’ultima fatica del signor nessuno. Si muovevano come in un supermarket globale, dove gioielli inestimabili sono esposti vicino a pietruzze colorate e a collanine appena uscite da un uovo di pasqua.
Mi sono detto che è questo il prezzo da pagare. Noi navigavamo senza bussola su caravelle sgangherate. Ci sforzavamo di interpretare il volo degli uccelli e trepidavamo alla vista di qualche pagliuzza galleggiante sulla superficie stagnante di un oceano di note ascoltate e riascoltate. Loro passeggiano senza fretta in un immenso centro commerciale, dove nomi e titoli sono giustapposti senza apparente ordine, senza un’apprezzabile logica. Il trionfo della modalità random.
Del resto è giusto così. Si stanno allenando e fanno bene. La scelta casuale è quella che guiderà i loro destini in un futuro che è già pronto a farsi presente. Un futuro nel quale noi, nonostante tutti gli sforzi, ci muoveremo come vecchi dinosauri impantanati nella pioggia.


Chitarra Acustica, 12/2012, p.9

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Redazione

  1. Luciano Miranda Reply

    L’importante è non sentirsi parte dell’acqua stagnante di un pantano, ma bensì goccia tra le gocce dell’acqua di un fiume che placidamente ma costantemente fluisce verso il senso della vita.
    Un fiume che ingloba contemporaneamente passato, presente e futuro, sia in campo musicale che vitale. È essenziale adattarsi di volta in volta ai mutamenti che si presentano di anno in anno, tenendo sempre presente il proprio ruolo e prenderne coscienza, senza varcarne i limiti. Io non mi sento un dinosauro. Non in questo mondo, almeno.

  2. flyingcircles Reply

    carissimo…
    e il naufragar m’è dolce in questo mare (di internet)…
    questa è la mia attuale condizione di fruitore e attore nel web.
    La democrazia ha un prezzo. Minor visibilità per chi parte sponsorizzato, ma forse maggior possibilità di lasciar voce a chi altrimenti non ne avrebbe. Quindi colgo lati molto più positivi di un tempo.

    Non so se il random sia il percorso inevitabile dei nuovi ventenni. Non sono del tutto convinto. Forse il web ha demitizzato cose che per noi erano mitiche. Eravamo più strumentalizzati e guidati dall’esclusività di certi mezzi di informazione, nati da una concorrenza minore. E chi perdeva l’agone dell’arte se ne restava in un angolo.
    Ora si parte tutti in mutande. C’è chi rimane in mutande, chi ha trovato il modo di mettersi i pantaloni lo stesso.
    Ma chi vuole trovare perle in mezzo a quelle che tu definisci poca cosa, forse ha più possibilità di trovare. E gli ego si ridimensionano… eccome se si ridimensionano. Molte perle restano nascoste, ma si possono trovare cmq e non sono schiacciate dall’overdose dei riflettori puntati in esclusiva dal marketing. Dalle gomitate implicite ed esplicite.

    A molti di più di quelli a cui ci eravamo abituati a pensare è stata data la possibilità, di “cantare”: to play = giocare oppure = suonare (vedila come vuoi). YT è un archivio universale, era stato detto da qualcuno qualche anno fa. Così è accaduto. La libera fruizione della cultura per tutti.
    Per me, da dinosauro impacciato della passata generazione, è una conquista da difendere, non da buttare via.
    Basta sapersi adattare e tuffarsi senza più rimpianti. Con il proprio zaino di esperienze di ascolto e di vita, nessuno ce lo toglie, ma consapevole di stare in mezzo ad infiniti altri mondi. Buona continuazione.

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