Miles of Blues

CD_MORONERipartendo da alcune righe di blog: è vero, un genere musicale è simile a una lingua parlata che ha un proprio vocabolario, una terminologia, delle regole grammaticali, una punteggiatura e così via. Allo stesso modo una tradizione musicale conserva elementi che contraddistinguono il proprio linguaggio: scale con determinati intervalli, accenti, dinamiche, ritmiche, progressioni e armonizzazioni tipiche, secondo regole certe.

Fin qui tutto semplice, solo che il blues per sua natura non ama troppo regole fisse, nasce e si sviluppa in un contesto non preordinato nei dettagli, c’è poco di formale. Tutto nasce in modo naturale e spontaneo, prendere o lasciare, terreno quasi incolto eppure a suo modo produttivo. Più che lingua scritta risulta linguaggio parlato, fatto di dialetti e slang, che si acquisiscono con la passione dell’ascoltatore unita al ‘kilometraggio’ del musicista. L’esperienza diretta fatta di pratiche trasmesse oralmente, acquisite a orecchio, fa del blues il genere tradizionale per eccellenza…
Sono stati poi i bianchi a codificare, scrivendo e cercando di fissare le note sulla carta, passaggi che però per loro natura risultano mutevoli e soggetti a variazioni dello stato d’animo del musicista. Questa pratica ha portato a forme di improvvisazione sviluppatesi poi con il jazz. Cosa sarebbe il jazz senza il blues? Probabilmente un linguaggio privo di spina dorsale… Ho ascoltato musicisti che aggirando il blues sono saltati a piè pari nel jazz: risultato? Frasi complesse ed esecuzioni cerebrali, frutto di puro esercizio accademico. Note che come fiume in piena si spargono ovunque a caso. Le frasi semplici e di senso compiuto vengono considerate ovvie, troppo facili da suonare.
Quando un linguaggio diventa carente nei suoi tratti essenziali si stacca dalle proprie radici e diventa qualcos’altro. Come insegna Miles Davis, occorre non solo suonare le note giuste, quelle black per intenderci, ma anche evitare di suonarne troppe. Quindi saper usare il silenzio, che si traduce in un sapiente utilizzo delle pause.
Immaginiamo l’ascoltatore investito da incessanti quartine di sedicesimi sparate senza respiro: è facile che si stanchi subito. Il musicista che le suona senza ascoltarsi, al contrario, sembra proprio non stancarsi. Può sembrare un paradosso, ma a volte la voglia di stupire, la voglia di dimostrare a tutti i costi la propria abilità in maniera autocelebrativa, sono tentazioni che – se non regolate – possono prendere il sopravvento. Proprio per questo il musicista, durante il suo percorso artistico, è meglio che conservi quella sana passione di ascoltatore, soprattutto della musica che lui stesso produce.
Nel caso del blues, l’ascoltatore/musicista ne coglie il mood, gli accenti, le ululanti blue notes, i vibrati, tutti quei sentimenti sottintesi o apertamente dichiarati che saltano fuori dalle righe del pentagramma. Nel caso non succeda nulla di tutto ciò, prima che si covi il dubbio di non essere in grado di emozionarsi, meglio rimettersi in viaggio, alla ricerca, altre miglia lontano. A volte è solo questione di cercare altrove.

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Sì, perché spesso le note che troviamo occasionalmente senza fatica non bastano. Occorre cercare in lungo, in largo, fino ai confini. Così un giorno troviamo una frase che ci muove qualcosa dentro, perché ha dei contenuti. Successioni di note e progressioni armoniche incastonate su di una ritmica che ci prende e ci porta via… Adesso sappiamo dove e come cercare, funziona così anche con le persone, i luoghi e tutto ciò che amiamo avere intorno.
Quando diventiamo consapevoli di quello che ci piace veramente abbiamo fatto un passo avanti come persone e come musicisti. Attraverso una rigida selezione di ciò ci appassiona riusciamo anche a trasmettere qualcosa di coerente, una personalità, un nostro stile… Non è una scelta, a questo punto è una conseguenza naturale.
Ed è anche giusto che del blues non ci piaccia proprio tutto, è normale che in un genere musicale si trovino cose che ci lasciano indifferenti. Nel blues troviamo tutto e il suo contrario: passione e indifferenza, trasgressione e tradizione, bianco e nero, carica sessuale e astinenza forzata, religiosi gospels e profane pratiche voodoo, blues delle prigioni e canti di libertà, e poi ancora walking, talking blues.
Chi ‘ha un blues’, come si diceva un tempo, è uno che ha qualcosa da dire, che ha una storia vissuta in prima persona, non necessariamente triste: quello della tristezza del blues è un luogo comune; qui si tratta di qualcuno che comunica e che ha voglia di coinvolgere gli altri. È forse per questo che abbiamo da subito amato il blues, è stato un amore a prima vista, non certo un semplice prurito giovanile, visto che dura ancora.
Il successo del blues in tutto il mondo simbolicamente rappresenta da sempre la rivincita di un popolo oppresso, è storia di tanti anni fa, ma è sempre bello ricordarla, perché mai come in questo caso la musica ha contribuito all’integrazione di culture diverse.
E poi, nel senso strettamente strumentale, come resistere al trasporto del ritmo, energia che ramifica ulteriori stili e generi come ragtime, boogie, swing, jazz, rock, country, entra nelle canzoni e nelle ballate fino ai mix multietnici. Un viaggio di contaminazioni infinite perché, comunque, nel blues la strada diventa più importante della stessa destinazione, come nelle storie di Kerouac. Non importa se sia la strada maestra, una mulattiera o magari il crocicchio del film Crossroads. Piuttosto, anche nella vita reale è meglio evitare patti col diavolo, si rischia di dovergli essere riconoscente tutta una vita. Ad un certo punto della nostra esistenza un incrocio, più seriamente, ci obbliga a prendere una direzione… Altrimenti, come nella canzone di Jimmy Cliff, ci ritroviamo seduti nel limbo [“Sitting in Limbo”], aspettando che qualcuno ci porti lungo una strada che non abbiamo scelto…

Wow, si è fatto tardi adesso! A proposito di questa canzone, avrei dovuto parlarvi del mio nuovo cd Miles of Blues, ma non è mai facile parlare della propria musica. Poi le note suonate talvolta dicono molto più di quelle scritte, per chi le ascolta, per chi ancora ci crede…

Franco

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  1. Franco Morone Reply

    Ciao Beppe, grazie del post!
    Oh ragazzi se cercate un buon insegnante di fingerstyle zona Bari e dintorni contattatelo!
    a presto Franco

  2. Beppe Cordaro Reply

    Leggendo il tuo articolo mi viene voglia di prendere immediatamente la chitarra in mano. Resti sempre il numero uno, caro Franco… oltre ad essere un grande amico!
    Beppe Cordaro

  3. domenick Reply

    UP!

  4. YOGA64 Reply

    Wow, condivido.
    Grazie Franco

  5. Franco Morone Reply

    Grazie per i commenti, la molla che ha ispirato questo blog è stata la voglia non solo di parlare di un genere musicale ma sopratutto di descriverlo nei contenuti e nelle possibli implicazioni con la vita reale… il tutto dalla prospettiva di chi vive di musica… a presto Fr

  6. Carpandrea Reply

    Condivido i commenti di giusi e di Braxton: è un articolo secondo me molto ispirato ed efficace nella forma.

  7. Braxton Reply

    Bellissimo articolo. È vero che le note suonate dicono di più (specie se a suonarle è uno come te), ma anche queste note scritte mi sono piaciute molto.

  8. giusi pisoni Reply

    Mi piacciono molto le tue parole,
    condivido quanto esprimi.
    E torno a dire che nella musica è il sentimento che trascina nel messaggio
    espressivo, come tu hai ben sottolineato.
    Virtuosismi tecnici talvolta stufano dopo pochi secondi. Poche note suonate col cuore
    ammaliano e colpiscono profondamente.
    La poesia nasce dalla semplicità dell’anima.
    Complimenti per tutto.

    Giusi Pisoni

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