Acoustic Franciacorta – Intervista a Michael Fix – 6 settembre – Borgonato di Corte Franca

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(di Olawumi Olayemi Ajileye e Claudio Cappelletti)
È la tua prima volta in Franciacorta?
Sì, sono venuto in Italia la prima volta nel 2004 e ho suonato in Italia in diverse città, ma questa è la prima volta che suono da queste parti, vicino a Brescia.

Quali sono le tue impressioni sul nostro paese?
Il paese è incredibile. Sì, è bellissimo. Quando arrivi dall’Australia hai in mente un’immagine dell’Italia: le colline, gli edifici stupendi, il vino. E la Franciacorta è esattamente come quell’immagine perfetta.

Sappiamo che hai qualche legame con l’Italia, infatti conosci diverse parole italiane e la tua pronuncia è molto buona. Ce ne puoi parlare?
Il paese in cui sono cresciuto in Australia, un paese chiamato Wollongong, è multietnico. La gente è emigrata verso l’Australia nei primi anni ’50 da tutte le parti del mondo: molti italiani, greci, molte persone dai Paesi Bassi e anche dalla Germania. I miei genitori per esempio vengono dalla Germania. E in questo paese in cui vivevo ero sempre insieme a persone di nazionalità diversa. In particolare i nostri vicini erano italiani e allora sono cresciuto con intorno i suoni dell’italiano. Era gente molto rumorosa! [ride insieme a me per la battuta]. Quando ero un bambino sapevo parlare senza problemi l’italiano perché i nostri vicini avevano un figlio della mia stessa età ed eravamo sempre l’uno nella casa dell’altro. Più tardi, quando avevo quindici anni, i primi musicisti con cui ho lavorato erano italiani ed ero solito suonare musica da ballo italiana. A Wollongong c’era un club italiano e io suonavo lì, ed è in questo modo che ho imparato alcuni pezzi popolari italiani. Quando sono arrivato in Italia per la prima volta nel 2004 mi sono sentito molto a mio agio, quasi ‘a casa’: una parte di me sentiva di essere italiana.

Considerando che hai viaggiato tanto per il mondo, quali sono le somiglianze e/o le differenze tra le varie culture con cui sei venuto a contatto?
Come sai io suono musica solo strumentale. E il linguaggio della musica è universale, sono universali le emozioni che provoca, sia che abbiano a che fare con l’amore, con la nascita di un figlio, con belle o brutte esperienze. In ogni cultura la gente ha gli stessi sentimenti e penso siano quelli le cose importanti, quello che fa comunicare le persone.

Tu suoni tanti tipi diversi di musica, dal blues al jazz, e volevo chiederti: qual è l’elemento comune tra questi generi diversi?
Quali sono gli elementi comuni di cui sono alla continua ricerca? L’elemento numero uno: una forte melodia. Numero due: un bel groove. Quando ci sono questi due elementi non importa se la musica sia di Johann Sebastian Bach o di Lennon-McCartney…

Sono ormai più di trent’anni che suoni…
Sono quaranta adesso! [sorride e commenta come passa veloce il tempo]

È veramente tanto tempo! È cambiato il mondo della musica da quando hai iniziato a suonare a oggi?
La chitarra acustica si evolve sempre: continuano ad arrivare nuovi musicisti con nuove tecniche e nuovi stili.

Una domanda che faccio sempre: qual è l’ultimo disco che hai ascoltato?
L’ultimo disco che ho ascoltato? Sono uno che la musica la produce… e al momento lavoro appunto in studio di registrazione. Naturalmente per questo motivo ascolto un mucchio di cose diverse. L’ultimo disco che ho ascoltato comunque è una raccolta di Leo Kottke, uno dei miei riferimenti come chitarrista.

E quali sono state le tue più recenti collaborazioni in studio come musicista e produttore?
Ho lavorato da pochi mesi a questa parte con molti artisti diversi, tra cui vorrei citare Nadia Sunde, Greg Champion, Mark Cryle, Graham Roger, Sam Sheperd.

Dal punto di vista compositivo, qual è il metodo che segui abitualmente? A cosa ti ispiri ?
Scrivo di solito quando l’ispirazione arriva, a seguito di situazioni che mi creano delle forti emozioni: spesso per luoghi che ho visitato, persone incontrate, esperienze più o meno belle che mi colpiscono nel profondo. Tutto ciò che mi emoziona.

Sei molto conosciuto anche per gli originali arrangiamenti in chiave ‘moderna’ di brani classici, di compositori come Bach, Rossini… Come mai hai scelto proprio questo repertorio?
Negli anni ’80 suonavo con la band Hat Trick e facevamo molti di questi arrangiamenti ‘rock’ di brani classici: mi piaceva molto l’idea. Peraltro in quella band ero talvolta anche il bassista. Quando ho iniziato la carriera solista, mi serviva qualcosa  per ampliare il mio repertorio dal vivo e non solo, così ho ripreso alcune cose di quel periodo.

La tua chitarra è una Maton EBG808 ‘Michael Fix’, un modello dedicato appunto a te dalla casa produttrice australiana. Come è nato questo modello? E in cosa differisce rispetto agli altri modelli della casa?
La casa produttrice si preparava a portarmi in Italia per la prima volta nel 2004, e per l’occasione avrebbe voluto lanciare un nuovo modello. Io suonavo già la mia vecchia Maton EBG808, a cui ero affezionato, ma accettai e chiesi come personalizzazione l’adozione della spalla mancante e del legno acero Quensland per fasce e fondo, che mi rendeva il suono molto più squillante e più facilmente bilanciabile durante i concerti. Questa chitarra è nata infatti prevalentemente per le esibizioni live. Poi, come fattore estetico, trovavo una scelta elegante l’abbinamento del nero della tastiera in ebano con le rifiniture chiarissime del top in abete, per far risaltare la chitarra anche solo a guardarla!

Stasera tu e Andrea Valeri avete veramente dato al pubblico grandi emozioni durante il concerto… Cosa provi a suonare con Andrea? Che cosa vi lega oltre alla musica?
Durante i miei tour vedo molti giovani chitarristi, ma davvero pochi in questo mondo riescono a emozionare il pubblico con la propria musica come Andrea. La sua forza sta proprio nel fatto della comunicatività che dimostra con le persone, la sua semplicità e la sua capacità di scrivere brani bellissimi. Ha un’etica lavorativa che ammiro moltissimo: è là fuori tutto l’anno a girare il mondo a ventidue anni, cosa che lo rende davvero speciale. Andrea ed io, oltre che dal punto di vista artistico, siamo legati da una grande amicizia e sono davvero felice di poter coltivare questo rapporto.

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Grazie mille di questa bellissima intervista! Solo un’ultima cosa: puoi lasciare un augurio e un suggerimento per i giovani chitarristi?
Certo! Auguro a tutti quanti un grande successo, auguro a ciascuno di trovare sempre la propria voce, la propria autenticità. La tecnica, se è fine a se stessa, spesso non porta a dei risultati veri: si tratta solo della base per poter suonare. Il lavoro di un musicista non è quello di impressionare, ma di cercare di parlare con la musica a chi non appartiene al mondo della chitarra, a ogni tipo di pubblico insomma.  Siate contenti di essere voi stessi!

PUBBLICATO
Chitarra Acustica, 10/2013

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Redazione

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