Menaggio 2017 – Un chitarrista classico con l’anima dell’improvvisatore: intervista a Claudio Farinone

(di Gabriele Longo) – Ci troviamo in una delle sale interne dell’Hotel Bellavista che ci ospita qui a Menaggio, dove sta per iniziare il workshop di Claudio Farinone, un chitarrista di solida formazione classica, ma con l’anima dell’improvvisatore, dell’amante della ricerca verso un suono identitario, aldilà della pagina di musica scritta. Ha con sé due chitarre, una classica sei corde e una baritono di cui ci parlerà più avanti. È munito di un piccolo microfono DPA 4099G da applicare alla cassa della chitarra e di un amplificatore per chitarra acustica Artesound California.

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Claudio Farinone – foto di Fatima Batista

Per cominciare riportiamo parte del suo intervento, nel quale ci siamo poi inseriti ponendo qualche domanda di approfondimento: «Il mio ultimo disco intitolato Aktè, per esempio, è la testimonianza di questa ricerca rivolta alle musiche di paesi mediterranei, in quanto si avvale di un ensemble di strumentisti veramente eterogeneo. Oltre a me che suono la chitarra baritona, flamenca ed elettrica, c’è la partecipazione di Fausto Beccalossi alla fisarmonica, col quale mi esibirò stasera in concerto, di Elias Nardi all’oud, strumento affascinantissimo, e di Max Pixio che suona uno strumento veramente anomalo, il clarinetto contrabbasso, una specie di ‘vaporiera’! Lo suonano in pochissimi per la verità, ma essendo lui anche un polistrumentista, all’interno di questo disco suona anche il sax soprano, il sax tenore e alcune percussioni. La musica che proponiamo è qualcosa di ispirato al tema del Mediterraneo con composizioni nostre, accanto ad altre che traggono origine dalla tradizione di paesi come la Macedonia e la Catalogna. Ci siamo anche spinti fino all’Armenia trattando il materiale attraverso elaborazioni personali. Nulla di filologico, ma è un modo di concepire la musica in forma molto libera, con uno spazio aperto all’improvvisazione, all’estemporaneità. Abbiamo registrato il CD allo Studio 2 della Radio Svizzera, dove io lavoro come conduttore radiofonico. Questa la considero una vera fortuna, cioè il fatto di svolgere la doppia professione del musicista e del conduttore radiofonico che svolgo ormai da dodici anni. Anche in quest’attività c’è una ricerca continua che va ad arricchire quella che svolgo nel campo della musica suonata.»

Sarebbe interessante vedervi tutti e quattro in concerto.
Be’, recentemente abbiamo fatto un concerto a Lugano; in seguito avremo delle date ancora da definire. Sai, è un progetto nuovo che necessita di una programmazione.

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L’altro CD che hai portato con te è interamente dedicato a Ralph Towner.
Sì, Claudio Farinone Plays Ralph Towner è un mio omaggio del 2013 a Ralph Towner, il quale è una pietra miliare della chitarra della seconda metà del ’900 e della contemporaneità. Per me sarà un grande traguardo quello di suonare con lui il prossimo 14 ottobre a Ligornetto, in Svizzera, nel Canton Ticino. In occasione di un suo concerto sarò suo ospite, dove suonerò insieme a lui tre-quattro brani. Per me è un grandissimo onore… ma ho anche un po’ di fifa! Lo considero un vero e proprio regalo, io ascolto la sua musica praticamente da sempre, è parte della formazione del mio immaginario sonoro. Ralph Towner è un personaggio fondamentale della chitarra. È in primis un chitarrista classico, ma è anche un polistrumentista, suonando magistralmente anche il pianoforte. Pensa, ha cominciato come trombettista, e alla chitarra ci è arrivato intorno ai vent’anni. Allora si trovava in America, e in concomitanza di questa svolta decise di trasferirsi in Europa dove iniziò a studiare chitarra classica a Vienna con un famoso insegnante, Karl Scheit. Da lì cominciò il suo percorso, e la sua originalità. La sua grandezza, secondo me, è quella di aver unito la tecnica, bagaglio imprescindibile di un chitarrista classico, con un universo che è marcatamente jazzistico, con una ricerca dei voicing – cioè delle posizioni con cui si ottengono gli accordi sulla chitarra – assolutamente straordinaria. Lui è unico anche per il suo approccio con il suono: basta ascoltare tre note e lo riconosci immediatamente. Da quando è stata pubblicata editorialmente la sua musica, cosa che è avvenuta relativamente di recente, ho cominciato a fare un lavoro di approfondimento sulle sue partiture, che sono presentate come spartiti di musica classica da suonare nota per nota; ma poi c’è tutta l’area dedicata all’improvvisazione sulla quale ho elaborato le mie ricerche, che ho avuto il piacere di condividere con lui, fino ad arrivare alla realizzazione del disco di cui mi hai chiesto. Il disco è fatto di dodici composizioni tutte sue con le mie improvvisazioni, con l’unica eccezione di un pezzo magnifico di Bill Evans, “Waltz for Debby”, arrangiato da Ralph. Non a caso parliamo di Bill Evans, un gigante del jazz la cui poetica si avvicina notevolmente a quella di Towner. I parallelismi tra Towner ed Evans, sul timbro, sui voicing appunto, sono secondo me molto evidenti.

Quali analogie e differenze, se ci sono, potresti evidenziare accostando il gruppo di cui ci hai parlato poc’anzi, Aktè, a quello degli Oregon, storico ensemble fondato da Ralph Towner?
Be’, gli Oregon, per chi non li conoscesse, sono il gruppo di Towner che esiste da più di quarant’anni anni… Della formazione originaria sono rimasti in due, Ralph e Paul McCandless, sassofonista e oboista. Come percussionista attualmente c’è Mark Walzer, mentre da più di un anno milita al contrabbasso il nostro Paolino Dalla Porta. Secondo me è una scelta azzeccatissima, in quanto Paolino è un jazzista che capisce molto bene quel genere di poetica – ha suonato con il chitarrista acustico Bebo Ferra per diverso tempo – e si è inserito in modo magnifico. Arrivando alla tua domanda, le analogie? Direi riguardo alla divisione spontanea dei ruoli. Siamo partiti anche qui con un duo – formato da me e da Elias Nardi il suonatore di liuto arabo, che è toscano – nel quale il suo liuto e la mia chitarra baritona generano un impatto timbrico molto interessante. Partendo da questa base abbiamo voluto ampliare lo spettro sonoro con la fisarmonica di Fausto Beccalossi, talento incredibile, che fra l’altro ha suonato in varie occasioni con Al Di Meola; e in ultimo con il mondo degli strumenti a fiato – e qui vedo effettivamente l’accostamento con gli Oregon – con l’inserimento di Max Pizio al clarinetto contrabbasso e alle percussioni. Parlando di queste ultime, mi piace molto suonare con le percussioni, perché lasciano molta libertà, soprattutto quando il percussionista non è un batterista tradizionale ma ha un mondo timbrico il più possibile aperto e variegato. Il timbro per me è un po’ un pallino. Credo che lo sia per tutti i chitarristi, però, perché è la forza del nostro strumento. Il timbro è quell’elemento che rende riconoscibile il musicista. La chitarra è un universo di timbri. Se io ascolto Mark Knopfler, che è un chitarrista che amo particolarmente, ebbene lui si è inventato un proprio mondo espressivo che è fatto della sua musica, che è raffinatissima, ma è fatto anche del suo timbro. John Abercrombie, scomparso recentemente, suonava tutto con il pollice, quindi con una tecnica inconsueta per un chitarrista elettrico…

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Per non parlare di Wes Montgomery…
Esatto! La musica di Abercrombie è estremamente complessa, però ha anche questa caratteristica che le deriva dal suono che scaturisce dalla chitarra. Se ascoltiamo il disco in duo di Towner e Abercrombie, Sargasso Sea del ’76, loro avevano un approccio chitarristico assolutamente affascinante. Quel mondo lì ha creato un universo sonoro che poi ha influenzato molti chitarristi a venire, quelli intendo dire che provenendo dalla chitarra classica hanno ampliato la loro esperienza musicale, andando oltre la mera esecuzione per aprirsi a nuove modalità sonore.

Ci puoi illustrare le due chitarre che hai portato con te?
Sì, certo. La prima è una chitarra flamenca un po’ atipica, costruita dal liutaio Roberto Pozzi. Me l’ha fatta provare, e me ne sono innamorato. Ha fasce e fondo in cipresso. È molto leggera, il suo settaggio – cioè la regolazione delle corde – non è bassa come si conviene per una chitarra flamenco, quindi è un po’ un ibrido: ha un suo timbro specifico, molto ‘spagnolo’, e nello stesso tempo un’uscita del suono molto rapida; e questo mi piace perché si traduce in un piglio ritmico tipico del mondo flamenco, anche se io non sono un flamenchista, che però ben si accosta con il mondo della chitarra classica da cui provengo.

La seconda chitarra, anche questo un colpo di fulmine, è una chitarra baritona che ho ascoltato la prima volta proprio grazie a Ralph Towner. Come vedete è di dimensioni maggiori rispetto ad una chitarra normale. Ha un diapason – cioè la distanza tra capotasto e ponticello – di 72 cm, mentre normalmente è di 65 cm, e suona una quinta sotto, cioè cinque note sotto rispetto alla chitarra tradizionale. Dicevo che l’ho sentita per la prima volta suonata da Ralph su un disco che ha inciso con Paolo Fresu, Chiaroscuro [2008], e poi ho avuto l’occasione di poter provare proprio la sua, fortuna mia. Così ho chiesto a Renato Barone, il liutaio che me l’ha costruita, di farmene una uguale. La caratteristica di questo strumento è che ha un suono più grave di quello tradizionale, molto pianistico, poetico. Va suonata con un’altra concezione: se si suonano gli accordi troppo stretti, con troppe note, il suono tende a ingolfarsi, a impastarsi. Quindi gli accordi vanno un po’ ‘svuotati’. Questa chitarra stimola molto la ricerca del suono che di suo è già molto ispirante. L’ho suonata sia nel quartetto Aktè, sia da solista eseguendo proprio un brano di Ralph, “Sacred Place”.

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[A questo punto del workshop, Claudio Farinone fa una dimostrazione pratica delle possibilità espressive della chitarra baritono, eseguendo un brano di Sting tratto dal CD The Last Ship del 2013, intitolato “August Winds”, di cui ha curato un arrangiamento appunto per questo tipo di chitarra] Bell’arrangiamento Claudio! Come l’hai realizzato?
Grazie. Ho tirato giù il pezzo dal disco e poi ho lavorato alla sua struttura direttamente sulla chitarra. Niente spartito. Fin da ragazzino ho trascritto musica ascoltando dischi. È una cosa che mi aiuta ad interiorizzare più velocemente. Cerco di suonare sempre a memoria, quindi di smarcarmi dal tipico procedere del musicista classico che deve identificare un suono con un ‘disegno’ su di un pentagramma. Il suono per me è quello che ci immaginiamo e poi proviamo a riprodurre sullo strumento.

Una cosa che volevo aggiungere è inerente al mio lavoro di conduttore musicale radiofonico. Grazie a quest’attività ho la possibilità, come dicevo prima, di ascoltare tantissima musica, anche quella che non mi piace. Faccio un esempio: a me la poetica di Wagner non piace particolarmente; ciò nonostante mi capita di doverlo programmare. Oppure il tema della lirica, non particolarmente nelle mie corde. Però certe orchestrazioni di Puccini, riconosco che hanno una tale valenza e bellezza… Insomma, il passare attraverso ascolti non ‘piacevoli’ è motivo di ulteriori sviluppi, che altrimenti andrebbero perduti. Per me, nella pratica di un musicista, dovrebbe esserci sempre uno spazio ampio abbastanza per ascoltare la musica altrui, nella quale includere anche quella che apparentemente non piace.

Un punto di vista originale! Claudio, riprendendo il tema del suono nella musica classica e in quella improvvisata, cosa puoi dire dell’idea dominante secondo cui il musicista classico è più teso verso il raggiungimento dell’interpretazione della pagina scritta che non verso il raggiungimento del suo suono?
Ecco, questa domanda è interessante, perché io credo questo: specialmente nella vecchia generazione di chitarristi classici, il loro suono lo si riconosce immediatamente. Penso al mio idolo massimo Julian Bream, e anche al Towner chitarrista classico; lo stesso discorso vale per Segovia: il suo universo timbrico è facilmente riconoscibile. Cosa che non succede, ahimè, tra le schiere di giovani chitarristi classici d’oggi, che sono straordinariamente virtuosi ma non altrettanto riconoscibili.

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Quindi, se ho capito bene, per quanto riguarda il musicista classico tradizionale si può arrivare all’identificazione del suo suono peculiare attraverso il veicolo dell’interpretazione della pagina scritta, laddove i giovani chitarristi classici di oggi si fermano all’aspetto virtuosistico fine a sé stesso, precludendosi l’orizzonte della ricerca del loro suono. Ovviamente fatte salve le, mi auguro, molte eccezioni.
Sì, per me è così. Questo denota una certa chiusura del mondo della chitarra classica attuale. Attualmente, i chitarristi classici compaiono pochissimo nelle stagioni concertistiche. Ci sono festival di chitarra, manifestazioni legate allo strumento, ma loro non accedono più così facilmente nella programmazione di concerti legati ad altri strumenti, come invece avveniva ai tempi dei Segovia, dei Williams, dei Barrueco, dei Bream. Altro aspetto per me negativo del mondo della musica classica attuale, è quello legato al marketing. Oggi vengono proposti, con i metodi del marketing che funzionava decenni fa per il mondo della musica pop e rock, dei giovani musicisti classici che stanno ai nomi del passato citati prima in un rapporto di uno a mille. Conta il fatto di essere belli o belle, conta il fatto di fare delle copertine glamour, ma poi purtroppo c’è pochissima sostanza. Mancano le personalità forti di un tempo, che erano il frutto di una cultura musicale molto ampia. Quindi non si cerca più sviluppare un mondo politimbrico sulla chitarra, ma di fare le scale a trecento all’ora, di essere perfetti, performanti, ma con ben poco da ‘raccontare’.

[A questo punto Claudio esegue con la chitarra classica flamenca due temi tratti dalla colonna sonora di Ennio Morricone dal film Nuovo Cinema Paradiso] È molto bello trascrivere la musica di Morricone sulla chitarra, perché ha sempre – oltre all’orchestrazione meravigliosa – una notevole dose di cantabilità. C’è per esempio un altro tema tratto da Nuovo Cinema Paradiso che è costruito su una scala di Mi maggiore in ordine, in definitiva su degli elementi banalissimi, ma combinata a un arrangiamento tale da renderla un capolavoro!

Non c’è molta musica per chitarra scritta da Morricone…
Sì, poca e secondo me non eclatante. Poi ci sono invece tutte le parti di chitarra delle musiche per film. Lui aveva alcuni musicisti di riferimento; per la chitarra c’era Bruno Battisti D’Amario. Ecco, Morricone, quando ha scritto le sue pagine memorabili di musica da film, ha pensato a certi musicisti di sua conoscenza cui poi affidarle; e questo grazie a un certo tipo di suono che quel musicista aveva fatto suo. Ciò è documentato da un testo di recente pubblicazione, Ennio Morricone. Inseguendo quel suono: la mia musica, la mia vita, un libro di conversazioni del maestro con Alessandro De Rosa, scrittore e compositore a sua volta.

Stasera in piazza Garibaldi suonerai con Fausto Beccalossi alla fisarmonica. Qual è la vostra proposta?
Fausto è un grandissimo talento, un improvvisatore pazzesco, un musicista che entra nelle situazioni con una velocità mostruosa. Noi suoniamo insieme da un po’ di anni. È proprio da quando suono con Fausto che mi sono avvicinato a musicisti che, come lui, sono vicini al mondo jazzistico e quindi all’improvvisazione. Facciamo brani nostri, alcuni tratti dal disco del quartetto Aktè di cui abbiamo parlato prima, e suoneremo il pezzo di Morricone tratto da Nuovo Cinema Paradiso, un brano di Fausto, uno mio, uno di Piazzolla. In passato ho fatto ben tre dischi con musiche di Piazzolla, compositore che ho molto amato. Anche per lui, come per Morricone, vale secondo me il discorso che la stragrande maggioranza delle sue composizioni esulano dal tango, per il quale è famoso, ma purtroppo sono alquanto sconosciute. C’è per esempio il Concerto per bandoneon, chitarra e orchestra d’archi che è una meraviglia.

Che puoi dirci della chitarra utilizzata nella musica di Piazzolla?
Allora. Piazzolla ha scritto alcune cose per chitarra. Stasera per esempio suoneremo un pezzo scritto proprio come una partitura classica, che fa parte di un gruppo di brani intitolati Cinco piezas para guitarra, che scrisse appunto per chitarra insieme a poche altre cose. Però ha scritto delle parti per chitarra nell’ambito del suo famoso quintetto, in particolare per Horacio Malvicino che era il suo chitarrista. Per quanto mi riguarda, ho eseguito delle parti chitarristiche trascrivendole direttamente dai suoi dischi, per poi eseguirle dal vivo o anche su disco, come nel caso del mio CD Soledad del 2000, il secondo dei tre album contenenti musiche di Piazzolla che ho registrato col Tanguedia duo in compagnia della flautista Barbara Tartari [gli altri due sono Street Tango del 1997 e Joyful Departure del 2010].

Gabriele Longo

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