Mary Gauthier “Rifles & Rosary Beads”

(di Freddie del Curatolo) Se mai avesse bisogno di una consacrazione, per la cinquantacinquenne artista americana Mary Gauthier, il nuovo album Rifles & Rosary Beads sarebbe perfetto. Ma la cantautrice nel corso della carriera ci ha già abituato molto bene, tra il profondo Mercy Now (2005) e il bellissimo The Foundling (2010). Il nuovo lavoro però ha una forza nuova, quella di storie che per la prima volta non attingono dall’autobiografia e dall’autoanalisi di una vita complicata, ma che sono state concepite e scritte insieme a un gruppo di veterani statunitensi di diverse guerre, feriti moralmente e materialmente dall’orrore di battaglie a migliaia di miglia da casa.

Dalle sedute effettuate per un programma non-profit di riabilitazione chiamato SongwritingWith:Soldiers, i racconti sono divenuti undici splendide canzoni. I pensieri dei veterani e quelli delle loro mogli, i segreti, i dubbi, lo sconforto e la rassegnazione hanno guidato Mary attraverso una visione lucida e dolorosa, in cui la poesia è quella di una cruda realtà e dove non è l’urlo di pace a risaltare, né solo la violenza. È l’anima che grida, sanguina e si contorce, lacerata da una ferita che non si rimarginerà mai.

Rifles & Rosary Beads, uscito da noi per la storica etichetta Appaloosa Records, si può definire a tutti gli effetti un concept album. I brani sono volutamente asciutti, composizioni spesso lineari senza sussulti, e suoni in puro stile Nashville. Giustamente la produzione è stata affidata a uno dei nuovi geni del sound ‘Americana’ e ormai esperto di concept, data la sua militanza negli Orphan Brigade e la fresca uscita dello straordinario Heart of the Cave sulle leggende di Osimo, la città dei terremoti e delle caverne.

Neilson Hubbard ha messo in piedi un novero di musicisti della Song City tra cui risaltano Will Kimbrough (chitarra, mandolino e cori), Michael Rinne (basso) e Danny Mitchell (piano e fiati). Dopo aver ascoltato il progetto, ha deciso che il disco doveva essere registrato poco più che in presa diretta, in casa di Mary. Regia mixer in cantina e musicisti in soggiorno, a respirare e auscultare i brani. Ad impreziosire il tutto, con il suo violino, l’amico italiano di sempre, Michele Gazich, con cui la songwriter della Louisiana sarà in tournée a partire da febbraio negli States e approderà in Italia il prossimo ottobre.

Gli intrecci di chitarre, tra fraseggi country e impennate elettriche, sono comunque la corda tesa del lavoro e le storie dei veterani ci camminano sopra come muovendosi in trincea. C’è sempre un richiamo ai maestri dichiarati della cantautrice, non solo Bob, ma anche John Prine e Townes Van Zandt.

La dylaniana “Still on the Ride”, tra l’armonica iniziale e le volute di violino di Gazich, è esemplare. La title track spiega tutto e mostra la maturità di una musicista capace di ipnotizzare anche con suoni minimali e con l’arte di togliere anziché infarcire. “It’s Her Love” ricorda la Gauthier più classica, elegante e femminile. Un brano che cresce di intensità, dove alla fine l’amore vince. La sua anima introspettiva si incontra in “The War After the War” dove Mary indossa i panni di una delle mogli dei veterani, facendo sua la difficoltà di vivere e innamorarsi di un reduce. “Bullet Holes in the Sky” (‘Fori di pallottole nel cielo’) è forse l’episodio più lirico e allo stesso tempo politico: «They thank me for my service / And wave their little flags / They genuflect on Sundays / And yes, they’d send us back». C’è spazio per portare alla luce le cicatrici indelebili lasciate a una soldatessa dalla guerra in Iraq, brutalizzata e derisa dai suoi stessi compagni, ‘disumanizzata’ come canta lei stessa, regalandole la voce e restituendole un po’ di dignità nel brano forse più country dell’album che si intitola semplicemente “Iraq”. E c’è spazio per ascoltare “Got Your Six”, circolare e ipnotica ballata.

Con una frase fin troppo facile e fatta, altri direbbero che Rifles & Rosary Beads è un disco ‘necessario’. Decisamente meglio usare le parole dell’autrice: «Sono stata solo una levatrice, ho portato alla luce parole, pensieri e ricordi di persone che sono state segnate per tutta la loro esistenza, e che loro malgrado hanno condizionato con le loro ferite anche la vita delle loro famiglie. Loro sono gli autori dei testi, le canzoni non potevano che venire di conseguenza, per cercare di alleviare le loro pene».

Freddie del Curatolo

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