Mad for trad: l’Occitania e la Rete

Nel 2003, dopo un paio d’anni che studiavo fingerstyle, ho incontrato un caro amico, un gran chitarrista che non vedevo da tempo. Suonando assieme mi sono reso conto che avevo una certa tendenza ad andare fuori tempo.
“Hai suonato troppo tempo da solo, ecco tutto. Capita spesso a chi fa il nostro genere di musica, ci aspettiamo, abusiamo del rubato. Se suonassi con un gruppo te ne renderesti subito conto…”
E visto da chi veniva il parere, ne ho tenuto debito conto.
Poco dopo, su Internet, in un newsgroup dedicato alla chitarra, è apparso un post che diceva più o meno così: “Gruppo di musica occitana e bretone, stile Lou Dalfin, cerca chitarrista, ecc. ecc.”. Ci ho pensato, ripensato e poi ci ho pensato ancora… ma alla fine ho deciso e ho risposto. Ci siamo incontrati, conosciuti e intesi. Malgrado non avessi mai suonato questo genere di musica, abbiamo trovato parecchie affinità a livello umano… Poi è cominciato il calvario.
Il gruppo, i Dahu Rabel, era nato sulle ceneri di una delle più quotate formazioni trad italiane, i Mastei, e godeva di parecchio credito nel circuito, con date già fissate per tutto l’anno. Poco tempo a disposizione per le prove, parecchi impegni. Mi sono quindi trovato ad affrontare un repertorio di almeno trenta pezzi, molti dei quali erano delle suite composte a loro volta da due, tre brani. Niente spartiti a disposizione, nella più pura tradizione di trasmissione orale della musica. Ho potuto incontrare il mio predecessore una sola volta, mentre era alle prese con la tesi di laurea. Mi ha passato i suoi appunti sui pezzi, parecchi dei quali, purtroppo, non più in scaletta.
Devo ringraziare soprattutto la pazienza del fisarmonicista, Umberto Albiero, che mi ha aiutato a tirare giù la maggior parte dei brani. Per gli arrangiamenti mi sono, ovviamente, orientato alla semplicità e all’efficacia, oltre che ai canoni pre esistenti. Mio malgrado, sono tornato a impugnare spesso un plettro, di fronte alla velocità dei pezzi e la precisione richiesta ho fatto di necessità virtù. I tempi in 2, 3 e 7, ricchi di stacchi e di ripartenze mi hanno fatto penare parecchio. Inoltre, per le esibizioni all’estero, abbiamo preparato anche una tarantella, dei fandango, delle curente, la terapia ideale per i miei problemi di beat. Del resto, il tratto saliente dei Dahu Rabel era il tiro incredibile che mettevano negli arrangiamenti e quindi…
Due mesi esatti (e otto prove) dopo il mio ingresso nel gruppo, è arrivato il primo impegno dal vivo: il Festival Trad O Sud di Roquebrunne, in Francia, una delle più grosse manifestazioni del genere in Europa, due serate su due palchi differenti (dei tre che animano la manifestazione). Anche per la strumentazione mi sono votato alla semplicità: una Seagull A6 amplificata con un LR Baggs Duet, e una piccola pedaliera composta da equalizzatore grafico della Boss, pedale del volume e uno Zoom 505 II Acoustic utilizzato solo per riverbero e chorus. Sono stato indeciso fino alla fine se portare o meno l’amplificatore, ma alla fine ho deciso di risparmiare la schiena.
La squisita ospitalità che ci è stata offerta dall’organizzazione aveva una unica pecca: l’ora della prova suoni (le balance alla francese) coincideva con quella della cena… occorreva fissare delle priorità, e non sempre il tecnico è stato molto comprensivo. La nostra strumentazione ha fatto un po’ penare, paradossalmente troppo “elettrica” in un contesto in cui la quasi totalità dei gruppi suonava microfonata. Organetto diatonico, fisa, chitarra e violino, tutti in diretta sull’impianto, solo voce, cornamusa e percussioni sui microfoni hanno fatto arrabbiare soprattutto il fonico della seconda serata, che non voleva andare oltre lo spostamento delle aste. Inutile dire quanto ne guadagna la dinamica del suono, quanto mai importante in un contesto all’aperto, con gente che balla sotto il palco facendo un chiasso pazzesco. Senza falsa modestia i due concerti sono andati alla grande, anche se personalmente non ho fatto faville. Nel corso della prima serata tutta la gente presente al Festival era sotto il nostro palco, lasciando gli altri praticamente deserti. Sorvolando con eleganza che durante la seconda serata ho dovuto fare una breve pausa fuori programma durante l’esibizione, a causa di una variante transalpina della maledizione di Montezuma, l’esperienza è stata superlativa.
Peccato che, tornati a casa, abbiamo scoperto che l’organizzazione del Festival aveva dichiarato fallimento e, quindi, le ricevute dei bonifici che ci avevano consegnato all’arrivo erano cartastraccia…

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