L’improvvisazione

Premessa
Vorrei iniziare a trattare un tema che incuriosisce molti, quasi tutti i musicisti: l’improvvisazione.
Qualche tempo fa ho pubblicato dei video sul mio canale YouTube con analisi di assoli celebri, è stato solo un inizio ma la strada è la stessa: qui cercherò di approfondire la cosa, cercando di non essere solo tecnico, ma anche teorico. Che vuol dire?
Vuol dire che l’improvvisazione non è fatta solo di ‘questa scala’ su ‘quell’accordo’. Tutt’altro.
Un esempio che faccio sempre ai miei studenti è il seguente, pensate a ciò che accade quando parliamo: utilizziamo parole che abbiamo già sentito, le mettiamo insieme con regole grammaticali, ci adattiamo al discorso del momento.
In pratica, improvvisiamo. Non usciamo da casa con scritte le frasi che diremo durante il giorno, ma utilizzeremo ciò che ci serve al momento opportuno.
Un piccolo problema: abbiamo iniziato ad ascoltare voci già dal grembo materno, ci hanno insegnato a parlare da piccolissimi, lo facciamo di continuo da moltissimi anni. Ecco perché parliamo con facilità maggiore di quanta ce ne voglia per suonare. Se avessimo dedicato lo stesso tempo a imparare a fare un assolo saremmo molto più bravi di così.
A parte i rimpianti, dobbiamo comprendere le analogie: le note che suoniamo sono importanti, ma non lo sono quanto il contesto in cui vanno inserite. Se conosciamo una bella parola non la utilizziamo in un discorso in cui non c’entra nulla, solo per fare bella impressione, faremmo una figura da deficienti.
Molti musicisti che ho sentito però lo fanno, sparano frasi a ripetizione incuranti del contesto, sperando che qualcuno si accorga di quanto le hanno suonate bene, senza rendersi conto che in quel particolare momento del brano, forse, serviva altro.
Come importanti sono le pause: anche parlando è chiara la loro importanza, a volte non suonare può mettere in risalto le note suonate prima o dopo il silenzio.
A volte poche note ma scelte con cura e adeguate al contesto possono essere molto più efficaci di raffiche sparate a caso, sventagliate di innocui proiettili che non uccidono chi viene colpito, ma gli rompono le scatole e fanno più danni ancora su chi le ha sparate.
Il contesto: una buona regola per un musicista che voglia eseguire un assolo è quella di capire su che brano sta suonando. Anche questa sembra una banalità, poi però si ascoltano assoli del tutto fuori luogo, come se la canzone fosse un optional. Senza quella canzone l’assolo non avrebbe motivo di esistere.
Dobbiamo ricordare che se suoniamo con altri musicisti abbiamo il dovere di suonare ‘con’ loro, e loro con noi. Troppe volte ho visto un chitarrista fermo nel suo angolo, indifferente alla musica che suona, guardarsi intorno e far capire che lui sta solo aspettando il suo momento, quello in cui ci farà sentire le ultime scale imparate, gli ultimi lick appresi, le svisate definitive. E non si rende conto che a noi tutti, di tutto questo, frega abbastanza poco. Perché stavamo ascoltando una bella canzone, che rischia di essere rovinata da qualcuno con manie di protagonismo. No no no, non si fa.
Allora che fare? Bella domanda.
Intanto, un passo indietro. Umiltà, ci vuole sempre suonando. Ho avuto la fortuna di conoscere alcuni grandi musicisti, da Steve Lukather a Tuck Andress, da Tommy Emmanuel a Jimmie Vaughan, Robben Ford e Albert Lee. Ho notato una cosa comune a tutti questi personaggi: sembra di avere accanto un amico di sempre, una persona tranquilla e rilassata che tutto ha intenzione di fare tranne che metterti a disagio facendoti capire quanto è più bravo di te, e questo è inevitabilmente espressione di una sensibilità che rende questi musicisti dei grandi, immensi interpreti.
Dopo il passo indietro dobbiamo imparare di nuovo come fare il ‘nostro’ passo avanti, quello che ci porta sotto la luce dei riflettori. Ma attenzione, perché quella luce può farci belli, o bruttissimi, dipenderà solo da noi.
Delle possibili ‘regole’ (che brutta parola) per suonare un assolo decente scriveremo nelle prossime puntate: c’è molto da dire ma è difficile trovare il modo di dirlo, è un cammino lungo e tortuoso, e non è detto che porterà da qualche parte. Magari studiamo e suoniamo, ancora e ancora, per poi renderci conto che i nostri assoli fanno un po’ schifo.
È il rischio che si corre a mettersi in gioco. Hai voluto la bicicletta? Ora pedala.
Chitarra Acustica, 5/2012, p. 82

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