L’eredità di Doc Watson (1/3)L’eredità di Doc Watson (1/3)

di Gambetta, Dalla Vecchia, Tarquini – Doc Watson, che ci ha lasciati il 29 maggio scorso all’età di ottantanove anni, è stato uno dei massimi interpreti della musica tradizionale nordamericana e non solo, dai primi passi nella propria singing family fino all’elaborazione del più avanzato stile di flatpicking, di cui è l’indiscusso caposcuola e punto di riferimento. Abbiamo chiesto a tre amici di Chitarra Acustica ed esponenti del flatpicking nel nostro paese, di tracciare un ricordo personale del grande musicista e del retaggio che ci ha trasmesso: il nostro capofila Beppe Gambetta, che ha avuto l’onore di conoscerlo e di suonare insieme a lui; Roberto Dalla Vecchia, la nostra seconda generazione; e Andrea Tarquini, chitarrista con Stefano Rosso negli anni novanta, dal quale ha ereditato l’amore per Watson e la chitarra country, al punto da formare il recente gruppo Acoustic Problem di ispirazione ‘newgrass’. (a.c.)

Dal primo all’ultimo incontro
di Beppe Gambetta

Il primo incontro, forse quello più esaltante, è stato davanti a un giradischi nel lontano 1973, ascoltando una traccia di Doc Watson di un disco live del Newport Folk Festival. Pochi minuti possono bastare a colpire nel cuore e a cambiare una vita. Dissi addio ai Led Zeppelin e presi la decisione di diventare un flatpicker, anche se a quei tempi amavo semplicemente quel suono senza sapere come quello stile si chiamasse. Un tipico colpo di fulmine musicale, come quando si incontra per la prima volta la donna della propria vita.
Il primo incontro di persona è stato invece negli anni ottanta, a Dahlonega in Georgia nel backstage di un festival. Parlavo poco l’inglese, ma ricordo intensamente le poche frasi che riuscii a costruire nonostante l’emozione, la stretta di mano e lo stupore nel sentire i calli da contadino. Ma come? Il mio eroe, anziché trascorrere le giornate a esercitarsi sulla chitarra, passava il tempo a lavorare la terra e ad aggiustare la casa? Leggende tutte confermate: Doc, nonostante la cecità, aveva un sesto senso e una memoria tattile che gli consentivano di fare molti lavori in casa e nel giardino. E questo funzionava anche sulla scena, dove riusciva a gestire il rapporto con il pubblico attraverso un filo invisibile sempre teso, sempre a cavallo tra umorismo, ironia, profondità nei commenti e nei racconti. Era un cantastorie intelligente, con una vastissima cultura musicale popolare, che gestiva le dinamiche e faceva fluire la sua arte con un ritmo meraviglioso e un susseguirsi di capitoli musicali sempre diversi. Regista di un concerto poliedrico, che toccava e abbracciava tante facce della roots music americana senza poter essere classificato con precisione. Come accade solo per i grandi maestri, non era solo old-time, bluegrass, fingerstyle, country, gospel, swing, rockabilly e altro, ma tutto ciò e molto di più. Le sue invenzioni sulla chitarra acustica, gli arrangiamenti, le composizioni e quella voce aspra, ma perfetta e inconfondibile per il suo repertorio, davano un suono nuovo a tutto ciò che interpretava.
I ricordi sono tanti e riaffiorano tutti insieme, ma il più vivo è quello della prima esibizione insieme in North Carolina al MerleFest, il grande festival intitolato a Merle, il figlio di Doc prematuramente scomparso. Erano i primi anni novanta, la notizia che avremmo suonato insieme arrivò qualche giorno prima e ricordo di aver trascorso giorni interi a ripassare il repertorio. Poi finalmente sono sul palco con Doc e Jack Lawrence, che propongono di suonare il famoso fiddle tune “Salt Creek”. Nella riproposizione del tema in armonia, mi inserisco con una terza voce alle due voci impeccabili e perfettamente sincronizzate di Watson e Lawrence e, con la coda dell’occhio, riesco a vedere Doc che sorride… Momenti indimenticabili tanto che, solo per un attimo, ho addirittura pensato che, dovendo per qualsiasi motivo smettere di suonare in quel momento e intraprendere una nuova carriera, avrei conservato per tutta la vita la luce e l’energia di quel giorno!
Ho incontrato Doc in luoghi diversi nel corso degli anni e sono sempre stati momenti importanti e conversazioni che non dimenticherò mai. Un episodio affettuoso è accaduto nel 2006 durante un “Convegno internazionale sulla musica popolare” a Ponte Caffaro in provincia di Brescia. Con un gruppo di appassionati (tra cui il nostro Andrea Carpi) abbiamo acquistato un grosso pezzo di formaggio Bagosso (il tipico formaggio di montagna di quelle zone) che è stato recapitato a Doc in occasione del suo ottantatreesimo compleanno. Sappiamo che l’insolito dono è stato molto apprezzato!
Doc ha continuato a stupire negli anni per la longevità della sua carriera. Il suo spirito e il suo carisma praticamente intatti lo facevano pensare immortale, insieme a Pete Seeger, i due grandi del folk che continuavano ad essere mentori delle nuove generazioni. Ma circa un anno fa, gli amici preoccupati mi raccontavano che Doc cominciava a dimenticare le parole nel mezzo della canzone. Ad aprile 2012, però, Doc era ancora sul palco del MerleFest a cantare. Poi, dopo una caduta in casa, il ricovero in ospedale e la scoperta di problemi diversi e gravi, che hanno richiesto un intervento chirurgico devastante da cui Doc non ha potuto più riprendersi. È mancato il 29 maggio all’età di 89 anni. Alle sue esequie nel piccolo paese natale di Deep Gap in North Carolina non hanno potuto partecipare la moglie Rosalie, da tempo ricoverata in casa di riposo, e la figlia Nancy, distrutta dal dolore. Erano presenti gli altri familiari, i due fratelli e il nipote Richard, figlio di Merle con cui Doc aveva diviso il palco negli ultimi anni. Il mio ultimo incontro con Doc è stato lì, nella camera ardente con la sua famiglia e i suoi amici di Deep Gap, dopo una lunga guidata e una notte insonne per arrivare in tempo a dare l’ultimo saluto al maestro. Sull’autostrada la polizia organizzava il traffico e, fuori dalla chiesa, c’era la coda con tutti i compaesani nell’abito migliore che guardavano con stupore le mie scarpe rosse (non ne ho di altro colore…).
Poi, lentamente, tutti dentro in fila davanti al feretro con la chiesa piena di fiori e tanta gente commossa. I saluti alla famiglia: «Siamo italiani, tanta gente ama Doc anche nel nostro paese»… Sono passato davanti a Doc, gli ho sfiorato il braccio pensando a quanta musica avesse generato. Poi, qualcuno mi ha porto una chitarra, mi sono seduto e ho suonato “La Vergine degli Angeli” e la “Ave Maria” sarda, melodie universali trasformate in brani per chitarra acustica, come lui aveva fatto così bene in tutta la sua carriera.
Addio Doc. Come si usa dire, «adesso appartieni veramente a tutti!»


Chitarra Acustica, 7/2012, pp. 16-19di Gambetta, Dalla Vecchia, Tarquini – Doc Watson, che ci ha lasciati il 29 maggio scorso all’età di ottantanove anni, è stato uno dei massimi interpreti della musica tradizionale nordamericana e non solo, dai primi passi nella propria singing family fino all’elaborazione del più avanzato stile di flatpicking, di cui è l’indiscusso caposcuola e punto di riferimento. Abbiamo chiesto a tre amici di Chitarra Acustica ed esponenti del flatpicking nel nostro paese, di tracciare un ricordo personale del grande musicista e del retaggio che ci ha trasmesso: il nostro capofila Beppe Gambetta, che ha avuto l’onore di conoscerlo e di suonare insieme a lui; Roberto Dalla Vecchia, la nostra seconda generazione; e Andrea Tarquini, chitarrista con Stefano Rosso negli anni novanta, dal quale ha ereditato l’amore per Watson e la chitarra country, al punto da formare il recente gruppo Acoustic Problem di ispirazione ‘newgrass’. (a.c.)

Dal primo all’ultimo incontro
di Beppe Gambetta

Il primo incontro, forse quello più esaltante, è stato davanti a un giradischi nel lontano 1973, ascoltando una traccia di Doc Watson di un disco live del Newport Folk Festival. Pochi minuti possono bastare a colpire nel cuore e a cambiare una vita. Dissi addio ai Led Zeppelin e presi la decisione di diventare un flatpicker, anche se a quei tempi amavo semplicemente quel suono senza sapere come quello stile si chiamasse. Un tipico colpo di fulmine musicale, come quando si incontra per la prima volta la donna della propria vita.
Il primo incontro di persona è stato invece negli anni ottanta, a Dahlonega in Georgia nel backstage di un festival. Parlavo poco l’inglese, ma ricordo intensamente le poche frasi che riuscii a costruire nonostante l’emozione, la stretta di mano e lo stupore nel sentire i calli da contadino. Ma come? Il mio eroe, anziché trascorrere le giornate a esercitarsi sulla chitarra, passava il tempo a lavorare la terra e ad aggiustare la casa? Leggende tutte confermate: Doc, nonostante la cecità, aveva un sesto senso e una memoria tattile che gli consentivano di fare molti lavori in casa e nel giardino. E questo funzionava anche sulla scena, dove riusciva a gestire il rapporto con il pubblico attraverso un filo invisibile sempre teso, sempre a cavallo tra umorismo, ironia, profondità nei commenti e nei racconti. Era un cantastorie intelligente, con una vastissima cultura musicale popolare, che gestiva le dinamiche e faceva fluire la sua arte con un ritmo meraviglioso e un susseguirsi di capitoli musicali sempre diversi. Regista di un concerto poliedrico, che toccava e abbracciava tante facce della roots music americana senza poter essere classificato con precisione. Come accade solo per i grandi maestri, non era solo old-time, bluegrass, fingerstyle, country, gospel, swing, rockabilly e altro, ma tutto ciò e molto di più. Le sue invenzioni sulla chitarra acustica, gli arrangiamenti, le composizioni e quella voce aspra, ma perfetta e inconfondibile per il suo repertorio, davano un suono nuovo a tutto ciò che interpretava.
I ricordi sono tanti e riaffiorano tutti insieme, ma il più vivo è quello della prima esibizione insieme in North Carolina al MerleFest, il grande festival intitolato a Merle, il figlio di Doc prematuramente scomparso. Erano i primi anni novanta, la notizia che avremmo suonato insieme arrivò qualche giorno prima e ricordo di aver trascorso giorni interi a ripassare il repertorio. Poi finalmente sono sul palco con Doc e Jack Lawrence, che propongono di suonare il famoso fiddle tune “Salt Creek”. Nella riproposizione del tema in armonia, mi inserisco con una terza voce alle due voci impeccabili e perfettamente sincronizzate di Watson e Lawrence e, con la coda dell’occhio, riesco a vedere Doc che sorride… Momenti indimenticabili tanto che, solo per un attimo, ho addirittura pensato che, dovendo per qualsiasi motivo smettere di suonare in quel momento e intraprendere una nuova carriera, avrei conservato per tutta la vita la luce e l’energia di quel giorno!
Ho incontrato Doc in luoghi diversi nel corso degli anni e sono sempre stati momenti importanti e conversazioni che non dimenticherò mai. Un episodio affettuoso è accaduto nel 2006 durante un “Convegno internazionale sulla musica popolare” a Ponte Caffaro in provincia di Brescia. Con un gruppo di appassionati (tra cui il nostro Andrea Carpi) abbiamo acquistato un grosso pezzo di formaggio Bagosso (il tipico formaggio di montagna di quelle zone) che è stato recapitato a Doc in occasione del suo ottantatreesimo compleanno. Sappiamo che l’insolito dono è stato molto apprezzato!
Doc ha continuato a stupire negli anni per la longevità della sua carriera. Il suo spirito e il suo carisma praticamente intatti lo facevano pensare immortale, insieme a Pete Seeger, i due grandi del folk che continuavano ad essere mentori delle nuove generazioni. Ma circa un anno fa, gli amici preoccupati mi raccontavano che Doc cominciava a dimenticare le parole nel mezzo della canzone. Ad aprile 2012, però, Doc era ancora sul palco del MerleFest a cantare. Poi, dopo una caduta in casa, il ricovero in ospedale e la scoperta di problemi diversi e gravi, che hanno richiesto un intervento chirurgico devastante da cui Doc non ha potuto più riprendersi. È mancato il 29 maggio all’età di 89 anni. Alle sue esequie nel piccolo paese natale di Deep Gap in North Carolina non hanno potuto partecipare la moglie Rosalie, da tempo ricoverata in casa di riposo, e la figlia Nancy, distrutta dal dolore. Erano presenti gli altri familiari, i due fratelli e il nipote Richard, figlio di Merle con cui Doc aveva diviso il palco negli ultimi anni. Il mio ultimo incontro con Doc è stato lì, nella camera ardente con la sua famiglia e i suoi amici di Deep Gap, dopo una lunga guidata e una notte insonne per arrivare in tempo a dare l’ultimo saluto al maestro. Sull’autostrada la polizia organizzava il traffico e, fuori dalla chiesa, c’era la coda con tutti i compaesani nell’abito migliore che guardavano con stupore le mie scarpe rosse (non ne ho di altro colore…).
Poi, lentamente, tutti dentro in fila davanti al feretro con la chiesa piena di fiori e tanta gente commossa. I saluti alla famiglia: «Siamo italiani, tanta gente ama Doc anche nel nostro paese»… Sono passato davanti a Doc, gli ho sfiorato il braccio pensando a quanta musica avesse generato. Poi, qualcuno mi ha porto una chitarra, mi sono seduto e ho suonato “La Vergine degli Angeli” e la “Ave Maria” sarda, melodie universali trasformate in brani per chitarra acustica, come lui aveva fatto così bene in tutta la sua carriera.
Addio Doc. Come si usa dire, «adesso appartieni veramente a tutti!»


Chitarra Acustica, 7/2012, pp. 16-19

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  1. brucelucio Reply

    Tutto perfetto.
    Unico neo: le tue… scarpe rosse! Beh, d’altronde la tua eccentricità è evidente e fuoriesce anche dalle pagine del tuo Trattato…
    Sei perdonato 🙂
    (a patto che la prossima volta calzi scarpe… rigorosamente nere 🙂

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