L’eredità di Doc Watson (3/3)L’eredità di Doc Watson (3/3)

Raffinatezza, semplicità e potenza
di Andrea Tarquini

Il suo vero nome era Arthel Lane Watson… ma il soprannome ‘Doc’ gli fu dato in relazione al personaggio del Doctor Watson, che affianca Sherlock Holmes nelle celebri avventure ideate da Sir Arthur Conan Doyle. Ad avere l’idea del soprannome si dice fosse stato un impresario imbeccato da un fan, che tra il pubblico di un concerto urlò il nomignolo di ‘Doc’ all’indirizzo dell’artista.
Senza Doc Watson la chitarra acustica contemporanea non sarebbe la stessa. Sarebbe impossibile enumerare qui la quantità di premi e riconoscimenti ricevuti da questo immenso musicista, tra i quali spicca la Medal of Honor of Arts che gli assegnò il Presidente Clinton. Doc Watson, chitarrista, cantante, banjoista, armonicista e accordatore di pianoforti era cieco dall’età di un anno. Esordì come artista di studio con il suo primo album solo nel 1964. Da quel disco iniziò una lunga e intensa attività concertistica con l’amato figlio Merle alla chitarra, che poi morì tragicamente in un incidente con il trattore. Al duo si aggiunse pochi anni dopo T. Michael Coleman al basso.

Un trattore? Sì, perché i Watson non hanno mai interrotto né disconosciuto le proprie attività contadine e le proprie origini rurali. Ma il vero boom di successo Doc lo ottenne nei primi anni settanta grazie alla splendida “Tennessee Stud”, che compare nel glorioso triplo vinile Will the Circle Be Unbroken della Nitty Gritty Dirt Band nel 1974, un disco che segnò una generazione e che ancora oggi è tra i ‘must’ consigliati a chi voglia avvicinarsi al bluegrass, al folk, e agli sturmenti acustici.
Doc Watson io l’ho scoperto grazie a Stefano Rosso, cantautore e chitarrista romano con il quale ebbi il privilegio di suonare ed esordire parecchi anni fa. Stefano Rosso, con la sua erre moscia e il suo accento trasteverino, eseguiva un’affascinante versione della splendida “Deep River Blues”: un fingerpicking sincopato in un contesto a metà tra una ballad, un gospel e un blues, che Stefano iniziava ‘a cappella’ invitando il pubblico a battere le mani. La prima volta che l’ascoltai fu davvero folgorante!
Successivamente, con grande stupore, scoprii a casa di un vecchio signore, amico di famiglia, un doppio live con il figlio Merle, intitolato Doc Watson on Stage – Featuring Merle Watson, per la prima volta pubblicato in vinile nel 1971, nel quale Doc esegue quasi tutti i successi del suo repertorio, suonando anche l’armonica e ovviamente sfoggiando tutta la sua tecnica flatpicking e fingerpicking. La copertina con Doc e Merle in primo piano davanti a un sipario è davvero una chicca rétro, il disco si trova ancora oggi in tutti i più noti store online. Naturalmente, appena mi impossessai del disco (che non restituii mai al proprietario!) saltai tutte le tracce per sentire la versione originale di “Deep River Blues”, che avevo sentito solo da Stefano Rosso… potenza delle cover! Nella versione da disco quel bellissimo arpeggio era ovviamente accompagnato dalla bellissima e profonda voce di Doc; e davvero, qualunque ulteriore commento non restituirebbe al brano il senso vero della sua grandiosa esecuzione. Ascoltare per credere!
L’unica ulteriore cosa che si può dire è che “Deep River Blues” resta un brano che vanta un’innumerevole quantità di cover. Nelle più recenti, tra le quali la più degna di nota è senza dubbio la versione di Jim Hurst che si può ascoltare anche su YouTube, Jim Hurst come Bryan Sutton e altri eseguono degli assoli, che Doc invece preferiva non suonare su questo brano, nemmeno quando era accompagnato dal figlio o da altri, forse per mantenerne una sorta di integrità tipica di un racconto o di una ballad.
Ad ogni modo, quel disco fu un’illuminazione, e solo tempo dopo lo ascoltai per intero anziché fossilizzarmi su “Deep River Blues”. Fu così che iniziai a rendermi conto di quale grandezza avessi di fronte. Quello è forse uno dei primi dischi che, come una lampadina che si accende per sempre, mi hanno portato a sposare la chirarra acustica e non lasciarla mai. Doc Watson per tutto il concerto mostra la sua grande capacità tecnica e rare abilità di entertainer.
Infatti, oltre che un grande chitarrista Doc Watson è stato anche un grande performer e front man. Aveva una voce molto profonda, preferiva tenere la nota rispetto alla grande quantità di gorgheggi e abbellimenti in stile violinistico tipica del canto di matrice country-bluegrass. Si misurò anche col mestiere del folksinger reinterpretando brani tradizionali o contemporanei in stile roots. Da “The Last Thing on My Mind” di Tom Paxton a “More Pretty Girls than One”, canzone incisa e cantata da innumerevoli artisti come Woody Guthrie, Tony Rice, Ricky Skaggs, Lyle Lovett e molti altri… canzone che ancora oggi mi diverto a cantare e suonare. Da non dimenticare la sua versione di “Summertime”, nella quale Doc ricrea atmosfere old-timey e restituisce perfettamente il senso di povertà e desolazione dei ‘vecchi tempi andati’, della vita nei campi di cotone, atmosfere nelle quali il senso religioso era l’unica vera ispirazione consolatoria. La voce sola e baritonale di Doc, nel reinterpretare il brano, ricostruisce questa solitudine in maniera incredibilmente autentica, eppure tanto diversa dall’originale.
Pur essendo un multistrumentista e pur padroneggiando diverse tecniche, Doc Watson resta un fondamentale riferimento soprattutto per la chitarra flatpicking, sulla quale egli introdusse grandi innovazioni. Il suo stile raffinato era potente, e per primo Doc Watson introdusse variazioni con scale più tipiche del blues e del jazz, innestandole su un impianto tradizionale. Il suo stile flatpicking, di grandissima ricchezza, offre un importante numero di signature licks che ancora oggi sono oggetto di studio e di citazione da parte dei flatpicker più giovani. In particolare opening e ending licks… ma come non citare le variazioni tutte personali che Doc ha eseguito su frasi evidentemente mutuate da Django Reinhardt!
Prima di altri e in maniera più chiara di altri, l’approccio chitarristico di Watson al flatpicking e in particolare ai fiddle tunes rendeva incisivo e potente il down-up alternato del plettro, in modo da far cadere ciascun down sul ‘battere’ del pezzo. Parliamo in pratica di un utilizzo del plettro che imita i movimenti e soprattutto gli accenti che l’archetto esegue sul fiddle, ossia sul violino della musica tradizionale irlandese e americana: questo elemento tecnico era, è e resterà per sempre l’elemento base ed imprescindibile per chiunque voglia suonare la chitarra flatpicking. Ma anche sul crosspicking e sui salti di corda Doc era maestro.
Senza Doc Watson non sarebbero nati e fioriti mostri sacri della chitarra acustica come Tony Rice, Clarence White, Dan Crary e il nostro Beppe Gambetta, bandiera italiana del flatpicking internazionale che, avendo avuto il privilegio di conoscerlo e salirci insieme sul palco, ha dedicato proprio a Doc una larga parte della propria attività didattica, consentendo anche al pubblico di casa nostra di conoscere meglio questo immenso artista.
Come detto in precedenza, Doc Watson non ha mai abbandonato le proprie attività rurali. Potremmo dire che la sua musica e il carattere roots e rurale erano una cosa sola. La sua musica, il suo canto e il suo chitarrismo, tanto in sofisticatezza che in semplicità e potenza, risentivano di quella caratteristica schietta e diretta della gente dei campi. Questo faceva di lui un artista totale e irripetibile, come ce ne sono ormai pochi e come ci auguriamo ne verranno ancora.


Chitarra Acustica, 7/2012, pp. 16-19Raffinatezza, semplicità e potenza
di Andrea Tarquini

Il suo vero nome era Arthel Lane Watson… ma il soprannome ‘Doc’ gli fu dato in relazione al personaggio del Doctor Watson, che affianca Sherlock Holmes nelle celebri avventure ideate da Sir Arthur Conan Doyle. Ad avere l’idea del soprannome si dice fosse stato un impresario imbeccato da un fan, che tra il pubblico di un concerto urlò il nomignolo di ‘Doc’ all’indirizzo dell’artista.
Senza Doc Watson la chitarra acustica contemporanea non sarebbe la stessa. Sarebbe impossibile enumerare qui la quantità di premi e riconoscimenti ricevuti da questo immenso musicista, tra i quali spicca la Medal of Honor of Arts che gli assegnò il Presidente Clinton. Doc Watson, chitarrista, cantante, banjoista, armonicista e accordatore di pianoforti era cieco dall’età di un anno. Esordì come artista di studio con il suo primo album solo nel 1964. Da quel disco iniziò una lunga e intensa attività concertistica con l’amato figlio Merle alla chitarra, che poi morì tragicamente in un incidente con il trattore. Al duo si aggiunse pochi anni dopo T. Michael Coleman al basso.

Un trattore? Sì, perché i Watson non hanno mai interrotto né disconosciuto le proprie attività contadine e le proprie origini rurali. Ma il vero boom di successo Doc lo ottenne nei primi anni settanta grazie alla splendida “Tennessee Stud”, che compare nel glorioso triplo vinile Will the Circle Be Unbroken della Nitty Gritty Dirt Band nel 1974, un disco che segnò una generazione e che ancora oggi è tra i ‘must’ consigliati a chi voglia avvicinarsi al bluegrass, al folk, e agli sturmenti acustici.
Doc Watson io l’ho scoperto grazie a Stefano Rosso, cantautore e chitarrista romano con il quale ebbi il privilegio di suonare ed esordire parecchi anni fa. Stefano Rosso, con la sua erre moscia e il suo accento trasteverino, eseguiva un’affascinante versione della splendida “Deep River Blues”: un fingerpicking sincopato in un contesto a metà tra una ballad, un gospel e un blues, che Stefano iniziava ‘a cappella’ invitando il pubblico a battere le mani. La prima volta che l’ascoltai fu davvero folgorante!
Successivamente, con grande stupore, scoprii a casa di un vecchio signore, amico di famiglia, un doppio live con il figlio Merle, intitolato Doc Watson on Stage – Featuring Merle Watson, per la prima volta pubblicato in vinile nel 1971, nel quale Doc esegue quasi tutti i successi del suo repertorio, suonando anche l’armonica e ovviamente sfoggiando tutta la sua tecnica flatpicking e fingerpicking. La copertina con Doc e Merle in primo piano davanti a un sipario è davvero una chicca rétro, il disco si trova ancora oggi in tutti i più noti store online. Naturalmente, appena mi impossessai del disco (che non restituii mai al proprietario!) saltai tutte le tracce per sentire la versione originale di “Deep River Blues”, che avevo sentito solo da Stefano Rosso… potenza delle cover! Nella versione da disco quel bellissimo arpeggio era ovviamente accompagnato dalla bellissima e profonda voce di Doc; e davvero, qualunque ulteriore commento non restituirebbe al brano il senso vero della sua grandiosa esecuzione. Ascoltare per credere!
L’unica ulteriore cosa che si può dire è che “Deep River Blues” resta un brano che vanta un’innumerevole quantità di cover. Nelle più recenti, tra le quali la più degna di nota è senza dubbio la versione di Jim Hurst che si può ascoltare anche su YouTube, Jim Hurst come Bryan Sutton e altri eseguono degli assoli, che Doc invece preferiva non suonare su questo brano, nemmeno quando era accompagnato dal figlio o da altri, forse per mantenerne una sorta di integrità tipica di un racconto o di una ballad.
Ad ogni modo, quel disco fu un’illuminazione, e solo tempo dopo lo ascoltai per intero anziché fossilizzarmi su “Deep River Blues”. Fu così che iniziai a rendermi conto di quale grandezza avessi di fronte. Quello è forse uno dei primi dischi che, come una lampadina che si accende per sempre, mi hanno portato a sposare la chirarra acustica e non lasciarla mai. Doc Watson per tutto il concerto mostra la sua grande capacità tecnica e rare abilità di entertainer.
Infatti, oltre che un grande chitarrista Doc Watson è stato anche un grande performer e front man. Aveva una voce molto profonda, preferiva tenere la nota rispetto alla grande quantità di gorgheggi e abbellimenti in stile violinistico tipica del canto di matrice country-bluegrass. Si misurò anche col mestiere del folksinger reinterpretando brani tradizionali o contemporanei in stile roots. Da “The Last Thing on My Mind” di Tom Paxton a “More Pretty Girls than One”, canzone incisa e cantata da innumerevoli artisti come Woody Guthrie, Tony Rice, Ricky Skaggs, Lyle Lovett e molti altri… canzone che ancora oggi mi diverto a cantare e suonare. Da non dimenticare la sua versione di “Summertime”, nella quale Doc ricrea atmosfere old-timey e restituisce perfettamente il senso di povertà e desolazione dei ‘vecchi tempi andati’, della vita nei campi di cotone, atmosfere nelle quali il senso religioso era l’unica vera ispirazione consolatoria. La voce sola e baritonale di Doc, nel reinterpretare il brano, ricostruisce questa solitudine in maniera incredibilmente autentica, eppure tanto diversa dall’originale.
Pur essendo un multistrumentista e pur padroneggiando diverse tecniche, Doc Watson resta un fondamentale riferimento soprattutto per la chitarra flatpicking, sulla quale egli introdusse grandi innovazioni. Il suo stile raffinato era potente, e per primo Doc Watson introdusse variazioni con scale più tipiche del blues e del jazz, innestandole su un impianto tradizionale. Il suo stile flatpicking, di grandissima ricchezza, offre un importante numero di signature licks che ancora oggi sono oggetto di studio e di citazione da parte dei flatpicker più giovani. In particolare opening e ending licks… ma come non citare le variazioni tutte personali che Doc ha eseguito su frasi evidentemente mutuate da Django Reinhardt!
Prima di altri e in maniera più chiara di altri, l’approccio chitarristico di Watson al flatpicking e in particolare ai fiddle tunes rendeva incisivo e potente il down-up alternato del plettro, in modo da far cadere ciascun down sul ‘battere’ del pezzo. Parliamo in pratica di un utilizzo del plettro che imita i movimenti e soprattutto gli accenti che l’archetto esegue sul fiddle, ossia sul violino della musica tradizionale irlandese e americana: questo elemento tecnico era, è e resterà per sempre l’elemento base ed imprescindibile per chiunque voglia suonare la chitarra flatpicking. Ma anche sul crosspicking e sui salti di corda Doc era maestro.
Senza Doc Watson non sarebbero nati e fioriti mostri sacri della chitarra acustica come Tony Rice, Clarence White, Dan Crary e il nostro Beppe Gambetta, bandiera italiana del flatpicking internazionale che, avendo avuto il privilegio di conoscerlo e salirci insieme sul palco, ha dedicato proprio a Doc una larga parte della propria attività didattica, consentendo anche al pubblico di casa nostra di conoscere meglio questo immenso artista.
Come detto in precedenza, Doc Watson non ha mai abbandonato le proprie attività rurali. Potremmo dire che la sua musica e il carattere roots e rurale erano una cosa sola. La sua musica, il suo canto e il suo chitarrismo, tanto in sofisticatezza che in semplicità e potenza, risentivano di quella caratteristica schietta e diretta della gente dei campi. Questo faceva di lui un artista totale e irripetibile, come ce ne sono ormai pochi e come ci auguriamo ne verranno ancora.


Chitarra Acustica, 7/2012, pp. 16-19

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