Le canzoni d’autore di un appassionato chitarrista – Intervista a Goran Kuzminac

Come lo stesso Goran Kuzminac ama dire, sembra che lui stesso non abbia fatto altro che collaborare con Tizio e Caio, scrivere canzoni per Sempronio e produrre per mezzo mondo. Se per i suoi esordi in parte ciò può essere vero, per la sostanza delle cose, invece, il suo percorso artistico è stato un procedere a schiena dritta e testa alta, posture che non prevedono l’uso della parola ‘compromesso’. E soprattutto il suo fare musica, canzoni, è stato guidato unicamente da un presupposto imprescindibile: pubblicare un disco soltanto quando ha avuto qualcosa da dire, prima a se stesso e poi ai suoi estimatori. Che nel tempo hanno formato un considerevole ‘esercito’… ‘armato’ di buone antenne piantate saldamente nella testa e soprattutto nel cuore. Appassionati chitarristi o semplici cultori della seicorde, colpiti dall’abilità strumentale di Goran, ma attenti fruitori di suggestioni letterarie veicolate dal forte carattere della sua voce. Elementi che, uniti alle belle melodie che hanno da sempre contraddistinto la sua produzione artistica, hanno fatto di Goran quel cantautore storico che continua il suo cammino con freschezza e consapevolezza della propria storia. In occasione dell’uscita del suo nuovo CD Fiato, noi di Chitarra Acustica abbiamo avuto il piacere di scambiare con il suo autore pensieri e annotazioni che qui di seguito riportiamo.

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Complimenti per il tuo bel disco! Si avverte una cura e un lavoro molto attenti, appassionati. La tua vena compositiva è fresca, ispirata. Gli arrangiamenti chitarristici assecondano in modo molto efficace questa creatività. Ci vuoi parlare di come procedi in generale nella stesura delle parti chitarristiche? Usi il thumbpick? L’attacco pulito e il suono corposo sulle corde basse lo fanno pensare. 
Preferisco togliermi i guanti quando accarezzo una bella donna! Ho provato molte volte ad usare il thumbpick. Credo di averne a decine sparsi per i vari foderi, ma non ci riesco proprio. Ho da sempre usato solo il pollice. E per pollice intendo il polpastrello, non l’unghia del pollice. Anche le unghie delle altre dita le tengo corte, esattamente quanto serve per toccare la corda, ma sentirla contemporaneamente con la pelle del polpastrello. Questo mi consente di avere un controllo totale sulla corda nel tocco e nella dinamica. Ammiro molto quei chitarristi che suonano con le unghie di metallo, perché hanno delle possibilità in più (per esempio nel flatpicking), ma se ascolti attentamente, noterai che la loro dinamica è quasi sempre forte, ma piatta e lineare.
Le parti chitarristiche dei miei dischi sono invece una specie di gioco ritmico, armonico e dinamico. Magari sono seduto sul divano davanti alla televisione, col volume abbassato, e mentre imbraccio la chitarra nasce un piccolo riff. A volte solo un pull-off su un semplice accordo. Da lì, incuriosito, cerco nei dintorni di quella piccola idea, e spesso nasce il giro vincente. Mi reputo un chitarrista di una specie in via d’estinzione, oramai: un intagliatore di mobili nell’epoca in cui tutti comprano all’Ikea!

Hai usato anche il dobro (lo usi in apertura di “Cerco una donna”?) e la chitarra slide. Ci puoi parlare dell’interesse che hai per questi strumenti e del loro utilizzo sul disco?
Qui c’entra sicuramente il destino. Non ci crederai, ma il dobro l’ho trovato buttato nell’immondizia! Non credevo ai miei occhi. Era messo malissimo, senza chiavette, con diverse parti mancanti, ma sano nella struttura della cassa e del risuonatore. Tornato a casa, l’ho rimesso in sesto, l’ho amplificato con un piezoelettrico e un pre di recupero e… il suono è quello che potete sentire. Torno spesso a quel cassonetto magico, sperando di trovare qualche liuto, un rebab arabo o un mandolino, ma niente! Credo che la manna sia finita. Sono suoni acustici nuovi, corde vere che vibrano e riempiono più di qualunque onda elettronica sintetizzata. Per quanto richiamino subito atmosfere blues, sono allo stesso tempo vecchie e nuovissime.

In “Il respiro degli amanti” (un bellissimo arpeggio, impeccabile e intenso), “Carmen dal passo lungo”, “Quello che ti do” e forse in altri pezzi del CD, mi pare che tu faccia uso di un’accordatura con il Mi basso portato a Re. È così? Ci puoi parlare dell’uso di accordature alternative e dei chitarristi o scuole cui ti sei ispirato?
Sì, anche in “Tienimi con te” e “Cose che ci uccidono” uso il dropped D, mentre in “Quello che ti do” l’accordatura è in ‘Re aperto’: Re La Re Fa# La Re; la stessa di “Stella del Nord” o di “Il viaggio”. Ivan Graziani mi diceva spesso che ero un po’ fissato con il ‘pedale’, cioè una nota di fondo che fa da bordone al brano. Gli rispondevo che era verissimo, ma che io provenivo dalla musica popolare che amavo molto e che spesso basa le sue melodie più belle proprio su questa particolarità (vedi i canti della Sardegna, o le musiche bulgare e balcaniche in genere). Le accordature aperte contengono già al loro interno tutta la magia popolare. Basta sperimentare e nascono armonie inaspettate. Provate ad accordare in DADGAD, e ci scommetto che volenti o nolenti, dopo mezz’ora, state suonando qualcosa che richiama la musica irlandese… Non ho frequentato nessuna scuola, qualche ricerca su YouTube, e poi provare e riprovare… Per uno curioso come me, le accordature aperte sono un’isola da esplorare. Di solito, comunque, uso quelle in dropped D e open D per la chitarra acustica, e quella in open G per il dobro/slide.

In “Cose che ci uccidono” trovo che ci sia un bellissimo esempio di fusione di chitarre acustiche, slide ed elettrica. Ce ne parli?
Devo fare una piccola premessa. Ho scritto finora quindici album, e per tredici volte mi sono affidato a produttori e arrangiatori. Essendo un chitarrista, chiedevo: «Ma non si può fare un album di chitarre, basso e batteria?» La risposta era sempre: «Ma no! mancano frequenze… Vuoi mettere un bel pianoforte, degli archi per l’atmosfera, fiati che aiutino la ritmica, l’elettronica?» Io sorridevo e pensavo tra me e me: «E i Beatles, allora? Gli Eagles?» Non mi sembrava che a loro mancassero le frequenze. Nasce così l’idea dell’album precedente, Dio suona la chitarra. Semplice, potente, ‘affamato’ e acustico. Partecipano tutti i miei amici, da Andrea Valeri ad Alex Britti, da Antonio Onorato a Mauro De Federicis. E finalmente scopro che la vera strada che mi piace è proprio quella. Quest’ultimo album non è così integralista, ma la fusione delle chitarre è comunque il marchio di fabbrica. Ognuna con il suo riff, il suo suono e il suo tocco, per creare il ‘cesellato’ finale che diventa canzone.

In “Gkolo” ci sono echi di musica balcanica. Che rapporto hai con le tue radici?
Il kolo (‘circolo’) è una tipica danza slava. Un po’ come il sirtaki greco, ma più veloce. Ho raccolto tutti gli echi dei miei ricordi. Quelle note, e quei passaggi tipicamente balcanici, per quanto ci siano vicini geograficamente, danno un’atmosfera orientale alla musica. Quando ho presentato la partitura ai miei musicisti, mi hanno guardato stralunati e mi hanno chiesto se stavo scherzando! Il mio sogno sarebbe realizzare un video con un gruppo folklorico della Serbia, per dimostrare quanta vitalità e gioia ci possa essere nel matrimonio tra musica e danza. Prima o poi lo farò.

“Corro come nuvola”, ovvero blues, southern roots music. Quali sono i tuoi legami con questa musica?
Noi siamo quello che mangiamo, ma anche quello che viviamo e ascoltiamo. Non puoi entrare in un fiume senza bagnarti, e il blues è un enorme fiume, che attraversa e tocca ogni forma musicale moderna. Non ho mai visto il Mississippi, ma anche se sono nato sulle rive di un altro grande padre come il Danubio, ho sentito le vibrazioni nell’acqua. Blues che è partito da lontano per arrivarmi nelle dita.

Molto interessanti le sonorità e gli stili (si sentono echi latini…) che si intrecciano in “Se fossi una mosca”. Ce ne puoi parlare?
È un omaggio al grande Teófilo Chantre, chitarrista e compositore capoverdiano, purtroppo poco conosciuto. Il testo è di Alberto Zeppieri. Io ho dato quello che potevo con le mie chitarre e la mia voce. È un brano che rientra in un altro progetto, ma che ho voluto inserire come bonus track alla fine dell’album.

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Goran, qualche domanda più tecnica. Quali chitarre hai usato sul disco? Come sono state registrate? E, più in generale (pensando alla tua storia), ci puoi un po’ raccontare il ‘Goran Kuzminac chitarrista’ in sala di registrazione, anche pensando alle tue collaborazioni passate con Venditti, De Gregori e altri cantautori tuoi colleghi?
Uso da sempre delle Takamine. Non perché siano le migliori ma perché,  oramai, le mie due da concerto le conosco in ogni pregio e difetto. Di solito registro due tracce alla volta. Una la prendo dal piezo della chitarra, e l’altra da un microfono a condensatore, che uso anche per la voce. Non equalizzo in entrata, ma registro tutte le frequenze possibili: sono un chitarrista nato prima dell’era degli ‘effetti’! Il chorus lo ottenevo doppiando le parti di chitarra: con la pratica si arriva ad avere, anche negli arpeggi veloci, un cinquecentesimo di secondo di battimento… Incredibile cosa può fare la mente umana con un po’ di allenamento! Questo trucco dava alle mie chitarre quella particolarità unica, che mi faceva riconoscere. Uso questo trucco anche oggi, ma te ne accorgi solo se sei in cuffia e con le orecchie dritte.
L’esperienza di studio è stata ricca e soddisfacente. Per moltissimi anni sono stato l’unico a usare il fingerstyle, perciò quando serviva mi chiamavano. Anzi, a quanto pare, sembra che io sia stato il primo ad aver inserito questa tecnica nella musica d’autore italiana. Ma non diciamolo in giro, se no qualcuno potrebbe pensare che sono un pezzo da museo!

Ci puoi parlare della partecipazione di Andrea Valeri al tuo CD precedente Dio suona la chitarra?
Andrea lo incontrai al festival di Acoustic Franciacorta nel 2007. Un quindicenne, magro, entusiasta e dotato. Credo di averlo stressato facendogli fare scale velocissime su di un brano dove io già facevo la linea di fingerpicking. Noi chitarristi ‘pizziconi’ entriamo sempre in crisi quando ci tocca fare scale! Ma se l’è cavata benissimo!

Sei ritenuto, a ragione, un ottimo chitarrista fingerstyle. Hai partecipato negli anni a varie manifestazioni del settore come Ferentino Acustica, Acoustic Franciacorta e Madame Guitar. Ci puoi raccontare queste esperienze?
Potrebbe sembrare falsa modestia, ma credimi, non credo di essere un ‘ottimo chitarrista’. Mi corrisponde meglio l’aggettivo ‘appassionato’. Mi sono trovato spesso quasi impaurito, in queste manifestazioni, al cospetto di gente che aveva una padronanza dello strumento spaventosa. Che fossero chitarristi flamenco, blues, fingerstyle non importa. Tutti ad altissimo livello. La mia fortuna è sempre stata che nessuno di loro cantava! Perciò avevo gioco facile. Era come avere un colore in più sulla mia tavolozza. L’esperienza più esaltante l’ho fatta a Madame Guitar nel 2011. In chiusura dovevo cantare come omaggio la canzone “Madame Guitare” di Sergio Endrigo, e mi sono ritrovato dietro le spalle quindici dei migliori chitarristi mondiali che mi accompagnavano, con il finale di Flavio Boltro alla tromba. Ho pensato: «Accidenti, nemmeno a Sting succedono queste cose!»

Da un certo tempo a questa parte le figure cantautorali storiche sono tornate al centro dell’attenzione, anche tra i giovani che cercano nei concerti (e nei dischi) di voi cantautori contenuti più validi rispetto a quelli offerti dagli artisti attuali. Ci vuoi parlare della tua attività dal vivo?
Penso che, purtroppo, la tua visione sia troppo ottimistica. È vero che molti giovani, ascoltando una musica ragionata e dei testi sensati, si avvicinano stupiti ai cantautori, ma la maggioranza di loro sono tuttora abbagliati dal clamore dei Talent e delle radio commerciali. Continuano… a fare all’amore in tutti i luoghi e in tutti i laghi! Ma se per sbaglio capitano a bere una birra in un pub dove c’è musica acustica, o in un teatro con concerti che si ascoltano, e non si guardano (vado a ‘sentire’ un concerto, e non a ‘vedere’ un concerto), rimangono agganciati per sempre. È lì la mia attività di concertista. In luoghi dove si ascolta.

Ho letto del tuo approccio alla musicoterapia. Ce ne vuoi parlare?
Due anni magicamente, in un ospedale psichiatrico romano. Con la chitarra in mano, a parlare, suonare, ricordare. A ballare insieme con i pazienti, quando gli psicofarmaci erano più blandi. A trarre dai loro ricordi, e spesso dalle loro lacrime, parole, frasi, storie che diventavano testi di canzoni. Io, umilmente, aggiungevo solo un po’ di musica per poterle cantare assieme. E poi cantarle ancora, queste canzoni, a voce piena, con i loro occhi illuminati, quando si riconoscevano fieri nelle parole della canzone. Quando anche loro, dietro al velo della malattia, sentivano di aver scritto e detto qualcosa di bello e d’importante.

Gabriele Longo

PUBBLICATO
Chitarra Acustica, 9/2013, pp. 36-38

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