Le brutte parole

Leggendo il titolo, la prima cosa che probabilmente viene in mente è il turpiloquio, ovvero l’atto di sciorinare una serie di oscenità, evento che una volta scandalizzava e che ora lascia indifferente anche il più bigotto dei perbenisti. Etica e morale si sono mossi verso una ‘liberalizzazione’ dell’oscenità, sostenendo che ciò che stupisce attira l’attenzione e fa audience. Come il noto critico d’arte che si riprende con il suo smartphone, seduto sul vaso per commentare i fatti del giorno a lui avversi. L’inconsueto stupisce, l’anticonvenzionale dimostra audacia e coraggio, può anche diventare motivo di scherno, ma comunque fa ascolto. Una volta il bagno era l’unico posto in cui si poteva stare tranquilli, oggi lo si condivide per rappresentare l’estrema trasgressione e incrementare la propria notorietà.

Scusate, non volevo parlarvi di questo, non sono queste le brutte parole che voglio analizzare. Poco mi interessa l’argomento, seguendo il solito principio che ognuno può fare ciò che gli piace se non limita il diritto o la libertà altrui.

Quali sono allora le ‘brutte parole’ nel mio vocabolario? Sono quelle che evocano fatti non piacevoli, che identificano stati o emozioni di cui non vorremmo mai parlare.

Ne dico una per fare un esempio. Prendete la parola “orfano”. Valutatene la pesantezza e la dimensione. È una parola gigantesca, tremenda, che nasconde un mondo, un universo. Chissà quanti di voi, solo leggendo questo termine, avranno iniziato a navigare tra i ricordi o immaginato un possibile futuro. È una parola che non ha tempo, può colpirci direttamente o semplicemente sfiorarci, quando si accompagna a un amico, a un semplice conoscente e – perché no – anche a uno sconosciuto. Il sentimento che genera è sempre lo stesso: attenzione e rispetto. Sono veramente pochi gli imbecilli che riuscirebbero a deridere il significato che questo termine evoca. Non è una parola ‘oscena’, ma semplicemente una ‘brutta’ parola, perché richiama emozioni non gioiose.

Potrei tentarne un’altra su cui ho costruito un intero concept album: “indifeso”. Pensateci bene, se applicata a un bambino ha un peso, se invece riferita a un adulto ne ha un altro. Ma il significato non cambia. È una parola che identifica la debolezza altrui, ma non per sua colpa o suoi limiti, bensì solitamente perché schiacciato da poteri più forti da cui è impossibile difendersi.

Tutti questi termini, queste brutte parole, aprono varchi giganteschi che ci aiutano a esplorare con più attenzione il campionario umano, stimolando in noi il termine “rispetto”, che spesso invece ignoriamo giudicando ‘a prima vista’. Anche “migrante” per esempio è una brutta parola, se le ragioni del partire sono la fame, la miseria o la guerra.

Ora che la definizione è in qualche modo più chiara, parliamo anche della “musica”. Questa parola, che evoca un’arte, come tutte le arti dovrebbe essere classificata come ‘bella’, o perlomeno questo dovrebbe essere il suo presupposto per poter essere definita tale. Ma la musica non è uno status, è un mezzo di espressione che si genera per una serie di motivi originati da una catena infinita di attori. Ci sono i talentuosi, gli studiosi, gli improvvisati, i convinti, gli incerti, i confusi… tutti creano musica.

Oggi, la parola musica è in via di estinzione e viaggia verso mete oscure, avvicinandosi terribilmente all’ignobile primato di essere inclusa tra le ‘brutte parole’. Chi ne fruisce passivamente credo non capirà questa mia affermazione. Avviare la mattina Spotify e farsi accompagnare durante la giornata da quintali di note anonime è sicuramente piacevole. È una prassi talmente entrata nell’abitudine collettiva che ha addirittura generato una protesta da parte dei consumatori, che si sono visti chiudere i loro account illegali. Invece che chiedere dignitosamente scusa per l’abuso e il danno arrecato alla musica, si sono riuniti in una assurda, inutile, immorale protesta.

La musica è di tutti, potrei anche essere d’accordo sulla filosofia di questa definizione, ma bisogna anche pensare al musicista che la crea e che, in qualche modo, deve poter vivere della sua arte. Personalmente cerco di partecipare a tutti i crowdfunding in cui vengo invitato: per quanto piccolo possa essere il mio aiuto, dà una maggiore speranza a chi crede nel proprio progetto. Magari, poi, per criticarne il risultato una volta realizzato. Ma sono due concetti diversi: il primo serve ad aiutare chiunque a esprimersi; il secondo invece è un giudizio ‘tecnico’, ma anche personale, sull’opera realizzata. E deve essere sincero, concreto, onesto, per aiutare la musica a crescere ed evolversi.

Il musicista, oggi, è veramente una specie a rischio di estinzione e l’arte non viene più ‘rispettata’. Il mondo musicale è diventato un gioco, e come in ogni gioco nessuno vuole spendere per partecipare.

Quale sarà il futuro non so proprio dirlo. Io guardo con speranza al mondo del vinile, che sbadiglia al suo primo risveglio dopo un lungo letargo: sembra possa dare nuova speranza al nostro mondo perduto, proprio grazie all’idea che – essendo il disco in vinile difficile e costoso da realizzare – non sia così accessibile ai duplicatori agguerriti e rinvigorisca il concetto del desiderio dell’originale.

Rispolverato il mio giradischi, ho riesumato la mia vecchia collezione di LP, piena di sogni e ricordi. Crediamoci, siamo ancora in tempo per evitare che la parola “musica” finisca definitivamente nell’elenco delle brutte parole.

Buon fingerpicking!

Reno Brandoni

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