La stanzetta della musica

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Reno Brandoni a Ferentino Acustica 2011 (foto di Alfonso Giardino)

Tanto tempo fa, quando il 2001 era un’odissea nello spazio o, al massimo, il nome futuristico di un settimanale, Ciao 2001, che parlava di musica, quando il nuovo millennio sembrava un futuro irraggiungibile, io suonavo la chitarra e avevo sistemato una stanzetta sulla terrazza della casa dove abitavo con i miei genitori. Era insonororizzata come si usava all’epoca, con il polistirene espanso alle pareti, rivestita di legno e con della moquette a terra, ma questa solo per renderla più confortevole. Avevo fatto tutto da solo. Lavori lunghi e in economia, che hanno bruciato più di qualche mese del mio tempo e, in parte, anche quello di un mio volenteroso amico. Quella era la mia stanza della musica: lì dentro spendevo buona parte del mio tempo e costruivo gran parte dei miei sogni.

In quella stanza ho registrato centinaia di ore di jam. Funzionava così: dopo cena andavo nella mia stanza della musica e preparavo una ‘pizza’ nel registratore (all’epoca c’erano i registratori a nastro… che meraviglia!). Dopo poco arrivava quasi sempre il mio amico Pippo, non un grande chitarrista, ma uno dagli accordi impossibili: inventava posizioni e sequenze d’accordi senza capo né coda, ma che rispettavano una struttura logica (alcune volte neanche quella). Su quelle sequenze cercavo di inventare qualcosa con la mia chitarra. La nostra presenza in quella stanzetta sul tetto del mondo (almeno così era per il mio piccolo universo) era tradita da luci colorate, che accendevamo per ‘ispirarci’ e che erano visibili dalla strada, un grande viale che dall’uscita dell’autostrada portava al centro della città. Chiunque passava di lì e vedeva quelle luci accese, capiva, si fermava e veniva a trovarci. Pian piano la stanzetta – parliamo di non più di dieci metri quadri – si riempiva di personaggi conosciuti e non, che si univano alla jam aggiungendo la loro fantasia e il loro estro. Forse non si costruiva nulla, ma si condivideva del tempo insieme cercando di raccontarci esperienze e storie. Per partecipare bastava poco, anche solo una pentola e un cucchiaio, ed eri già nel gruppo pronto a regalare il tuo contributo. Non si finiva quasi mai prima dell’alba e ci si salutava dandoci appuntamento a una prossima, lontana e improbabile data, che invece si concretizzava quasi sempre la sera dopo!
Così si cresceva a pane e musica navigando a vista su armonie e melodie, che svanivano ogni notte e che forse sono solo racchiuse in quei nastri, ma che sicuramente dormono nel mio cuore. Nessuno era protagonista o leader, si suonava per il piacere di suonare, di stare insieme, per il desiderio di produrre musica, perché tutti credevamo che la musica fosse l’unica lingua che veramente ci univa.
E così, di giorno, gli schieramenti opposti dei movimenti studenteschi s’incontravano all’uscita della scuola per manifestare le proprie idee – c’era ancora la voglia di farlo – e spesso le discussioni non erano proprio così pacifiche. Ma la sera, sotto il faro azzurro della mia stanzetta, i colori sparivano e tutti erano uguali. I due contendenti che si erano picchiati la mattina stessa, l’uno vestito di rosso e l’altro di nero, sotto l’azzurro di quel semplice faretto suonavano l’armonica e la chitarra, improvvisando blues o chissà che.
Poi finalmente è arrivato il fatidico 2001. Il progresso ci ha trasformati e ci siamo evoluti. Ora, quando partecipo a delle serate di musica, non si suona più insieme, ma seduti in cerchio si cerca di presentare se stessi: ognuno imbraccia la propria chitarra e aspetta il suo momento per esibirsi, ma a dire il vero nessuno ascolta l’altro. Ognuno è concentrato solo su se stesso e non vede l’ora che arrivi il suo momento per stupire gli altri, che continueranno però a essere distratti e a pensare solo a se stessi; e al loro prossimo turno. Questa evoluzione ci ha cambiati e ci ha reso individui soli. Comunichiamo attraverso chat, SMS o Facebook, e la musica non è più un momento di condivisione, ma un’occasione di esibizione e di individualità.
Allora ogni tanto ricordo quella luce blu e quella stanzetta, e mi piacerebbe scoprire che il 2001 non è ancora arrivato ed io, con la mia copia di Ciao 2001 tra le mani, sto provando a suonare la trascrizione della settimana proposta da un tale Andrea Carpi. E tra i sogni di quella piccola stanza nella cima di quel vecchio palazzo, tra i sogni segreti e mai confessati, c’è anche quello magari di conoscere un giorno questo famoso Andrea. Mi piacerebbe diventarci amico e potergli proporre di fare qualcosa insieme. Ma si sa che i sogni difficilmente si avverano.
Qualche settimana fa ho vissuto una grande emozione, nel ritrovarmi a Santa Monica nel salotto di Fred Sokolow e condividere, alla pari con altri dodici musicisti, emozioni e sensazioni suonando e improvvisando. Era il mese di gennaio 2013. Quindi era già futuro?

Allora, forse il problema non è nel progresso, ma nel luogo e nelle persone. Va beh, qualcosa cambierà anche da noi: a fine mese ci saranno le elezioni e avremo un nuovo Papa, tutti ci scopriremo diversi e avremo voglia di più socialità e condivisione. Quanto leggerete questo articolo, fortunatamente, sarà già tutto accaduto. E si sa che i sogni facilmente si avverano.

Reno Brandoni

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  1. hausf Reply

    Mi ritrovo in quello che scrivi. Ho iniziato a suonare la chitarra nel ’68 e a leggere Ciao 2001 nel ’71. La prima jam l’abbiamo fatta nel prato dietro l’oratorio: batteria self made fatta con i fustini del dixan e latte varie, Eko 12 corde, io con una Crucianelli pagate seimila sudate lire e Jimi Hendrix tour manager.

  2. rylan131 Reply

    …questo numero della rivista valeva la pena di prenderlo solo x leggere questo articolo… le tue conclusioni sono le stesse cui sono giunto io, la prima volta che sono stato in USA. 🙂

  3. Mauro Reply

    Bellissimo racconto. 🙂

  4. Giovanni (grainman) Reply

    Certo, sarebbe una bella cosa se con le edizioni fingerpicking.net, si potessero ristampare tutte le tablature di Andrea Carpi del mitico Ciao 2001!

    • Reno Brandoni Reply

      Ci penso da tempo e avrei quasi convinto il Carpi, ma con le edizioni di mezzo non sarà facile. Oggi chiedere un permesso è lungo e costoso. Evviva la musica!!!

      • bluesbil62 Reply

        Che dire? Piacerebbe molto anche a me (classe ’62…). Dal 1976 al 1982 ho raccolto tutti i numeri di Ciao 2001. Purtroppo non li ho più.
        La rubrica di Andrea Carpi rappresentò un discreto terremoto: ricordo ancora le intavolature di “The Needle and the Damage Done” e di “Wish You Were Here” che finalmente svelavano quelli che allora, a molti (me compreso… ovviamente), risultavano veri e propri arcani di difficile comprensione.

        Se venisse realizzata una ristampa con tanto di grafica originale sarebbe veramente il massimo.
        Lo so, appare come un discorso da vecchio. Ma io, dal punto di vista musicale, certamente lo sono!

        Se poi le comprensibili difficoltà non renderanno possibile il progetto, quest’occasione mi permette almeno di ringraziare chi allora, come Andrea Carpi, era già molto avanti.
        Evviva la musica, sempre!
        Ottavio

      • rylan131 Reply

        …mettetele sul web… me ne mancano parecchie… erano ben fatte…

  5. Luciano Miranda Reply

    Già a fine mese… nuovo papa, nuove elezioni… nuove tasse… nuovo tutto.

    Tutto?!? Non proprio.
    Giusto poco fa ho letto il bollettino da pagare dell’assicurazione sulla macchina: aumentato di 100 euro (anche se sono da una vita in prima classe) e facendo i raffronti mi avvedo che la rata annuale da pagare è aumentata giusto il doppio rispetto a 10 anni fa, mentre la paga giornaliera che percepisco ora è dimezzata in maniera inversamente proporzionale…

    Da allora, quando il soldo valeva il doppio di adesso, ho comprato una quindicina di chitarre (e permutate altrettante), beh, ora me le venderei tutte per pagare gli studi di mio figlio all’ Università, ma… chi se le compra?!?
    Intanto al governo si accalappiano per decidere chi deve rubare, quest’ anno, e a noi non resta che chiuderci nella nostra ex-cameretta (diventata dopo tanti anni camera matrimoniale), imbracciare la nostra beneamata preferita e cercare, in solitudine (a volte è meglio che essere male accompagnati, eheheh), di fare il verso a Marknopfler, o Tony Rice, o Tommy Emmanuel o chissà, a noi stessi…

    Spesso i sogni non si avverano. Se così fosse non sarebbero sogni. Ed è bello così, perché in questo modo non si smetterà mai di sognare e la vita sarà sempre sottoposta a quella giusta tensione atta a farla andare avanti…

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