La SIAE? Non ci aiuta affatto!

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Il logo della SIAE

Ho già affrontato l’argomento SIAE, per cui proverò a metterla giù breve. E semplice.
Per organizzare un concerto è necessario il permesso Siae. Per chi ancora non lo sapesse, la Siae è l’ente a base associativa (tieni a mente questo fatto, perché è importante!) incaricata dai suoi soci, cioè gli artisti, a tutelare il diritto d’autore e a raccoglierne e distribuirne i proventi (vedi l’articolo “Ma la SIAE è davvero dalla parte di chi crea?”).
Il permesso ha un costo, naturalmente: chi organizza un concerto deve pagare una quota in base ai criteri decretati nello statuto dell’associazione che, nel caso di sale o teatri, varia in base all’effettiva capienza della location (da 0 a 100 presenze, da 101 a 300, da 301 a 1000 etc.).
La quota da pagare va a coprire i costi di segreteria, la percentuale Siae (ufficialmente il 15%) e il diritto d’autore, liquidi che la Siae si impegna a distribuire agli autori e ai compositori delle opere eseguite dall’artista durante la serata a ricorrenza semestrale.
Fin qui, in effetti, niente di particolarmente strano, considerato che è questo lo scopo dell’associazione, motivo per il quale un artista sceglie di diventarne socio (diventerebbe comunque difficile scegliere qualcos’altro, dato che la Siae possiede il monopolio per questo tipo di mandato).
Esiste tuttavia un aspetto scoraggiante. Moltissimi sono gli enti, le associazioni e i partiti politici ad avere convenzioni con la Siae, così da tagliare i costi del permesso e renderli più accessibili. Gli unici a non avere alcun tipo di agevolazione in merito sono propri i soci, tutti gli artisti che con i loro concerti e le loro opere tengono in piedi l’associazione, garantendo giro di denaro. In effetti poca è la considerazione che l’associazione dimostra per il suo associato.
Ma la cosa beffarda è un’altra. Se l’associato, già di per sé piuttosto snobbato dalla Siae, ricopre il ruolo non solo di esecutore e autore ma anche di organizzatore del concerto, l’associazione richiede ugualmente il pagamento del permesso, anche se non ne avrebbe alcun motivo, visto che il suo scopo viene meno con imbarazzante evidenza. In questo caso, infatti, da chi si dovrebbe tutelare l’artista?
Quindi, riassumendo: un artista socio Siae che scrive i brani, che li incide, che organizza il concerto con le sue forze (e spesso a sue spese) per poterli divulgare deve anche pagare un minimo di € 150,00 all’associazione a fronte di alcun compito specifico, se non quello di incassare la sua percentuale. Ma per quale motivo?
Il risultato? Non è difficile da immaginare. Molti, moltissimi i concerti che non vengono organizzati, occasioni perse e che probabilmente mai più verranno colte, malcontento dei soci, nessun tipo di sostegno al singolo, alla cultura e alla divulgazione e parecchi soldi che entrano nelle casse dell’associazione.
Ma lo slogan della Siae non è “Siae, dalla parte di chi crea”?

PUBBLICATO
Chitarra Acustica, 1/2013, p. 11

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  1. bernablues Reply

    Io credo che oggi come oggi, la SIAE, sia l’ultimo dinosauro, non ancora estinto, mi domando per quale motivo, ci debba essere solo la SIAE a “tutelare” il lavoro di chi crea?? perché anche in questo campo non si può introdurre il libero mercato. Sono altresì convinto, che un pachiderma come la SIAE, riesca a far valere i diritti solo degli artisti di un certo spessore, e di una certa notorietà, lasciando tutti gli altri in balia degli eventi.

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