La musica dal finestrino

(di Daniele Bazzani) – Mi capita di fare riflessioni un po’ strane, lo so, ma le faccio e a volte le condivido.
Ero in macchina, un po’ coatto, finestrino aperto e musica altina, diciamo, il mio vecchio iPod collegato all’autoradio – è uno dei pochi momenti in cui riesco a sentire dischi interi, ormai – e un disco pazzesco che suona, What’s the Word dei Fabulous Thunderbirds; in particolare lo strumentale “Jumpin’ Bad” (okay, non starò qui a menarvela raccontando di quando ho intervistato Jimmie Vaughan [www.laster.it/node/450, 25.07.2010], che sulla copertina di quel disco ha dei capelli fantastici, fra l’altro). Il brano in questione è uno shuffle velocissimo in cui spicca l’armonica di Kim Wilson, perché è lui che suona tutta la parte solista, ma io sento sempre una meravigliosa sezione ritmica: la mia sezione ritmica ‘bianca’ preferita, per quanto riguarda il blues, quei due mostri che all’anagrafe rispondono ai nomi di Keith Ferguson, basso, e Fran Christina, batteria. Ferguson purtroppo non risponde più, avendoci lasciati troppo presto, ma il suo ricordo è saldo grazie ai dischi sui quali ha suonato. Sul disco c’è anche Mike Buck alla batteria, però sui brani che preferisco c’è sempre Fran Christina. Ma la linea di basso di Ferguson… ah, se solo potessi spiegarvi cosa sento!

Ovviamente un meraviglioso Jimmie Lee Vaughan suona una ritmica strepitosa, quando non regala le sue rarefatte perle di chitarra solista.

«E la riflessione?» Sento già le vostre voci che incalzano, giustamente: quanto faccio il dottor Divago mi lascio sempre prendere la mano…

Fabulous-Thunderbirds_What’s-the-WordTorno a quel momento: traffico romano, io in auto con questo brano fantastico, volume alto, macchina ferma a fianco della mia con due signore davanti e una bambina dietro. Quella accanto a me, posto del passeggero, mi guarda e il suo unico sguardo dice in realtà molte cose: «Ma che è ’sto bordello? Tu chi sei? Che diavolo di musica ascolti? Perché non abbassi?» E via dicendo…
In effetti le due si dicono qualcosa e la loro auto avanza di un paio di metri: erano sotto l’ombra di un albero ferme al semaforo, ma rinunciano al poco sollievo procurato dalle immobili fronde e si fanno avanti, esponendosi ai caldi raggi dell’estivo sole.
In quel momento un mondo mi è apparso, la vita – la mia – è scorsa in un baleno davanti ai miei occhi e tante riflessioni sono iniziate, per concludersi qui, o forse mai.

La prima: non mi sarei spostato dall’ombra neanche se mi avessero tirato un petardo nell’abitacolo.
La seconda: se ti si ferma accanto uno che sta sentendo una musica fichissima come quella, e hai la fortuna di avere il finestrino aperto, ascoltala, goditela, sorridi e chiedi che disco è che magari te lo compri e te lo senti per bene a casa!
La terza: se hai anche una bambina in macchina, hai il ‘dovere’ di educarla sul serio. Quindi una musica fichissima suonata da musicisti straordinari è quasi un obbligo fargliela ascoltare, a quel punto. E magari dirle chi suona cosa e tutto quanto.
La quarta: quanto può essere diversa la mia vita da quella di altre persone? Non solo perché io ascolto della musica fichissima e molti altri no, ma perché in quel momento prendono corpo molti pensieri.

Provo a condividerli con voi. Ai miei amici musicisti faranno sorridere, perché le loro vite per certi versi sono simili alla mia; ma non ho solo amici musicisti, per fortuna, ed è forse a loro che queste considerazioni sono rivolte.

Quando ascolto “Jumpin’ Bad” (vale per un qualsiasi brano, ma i pensieri cambieranno) mi vengono in mente molte cose: il disco su cui si trova, meraviglioso; i musicisti che ci suonano, fantastici (sapendo anche che su alcuni brani il batterista cambia); la copertina con Jimmie e i suoi capelli; le sue ritmiche che hanno segnato il mio modo di suonare per sempre; la rabbia di non averli mai visti dal vivo con quella formazione, magari da Antone’s ad Austin in Texas; il fatto che neanche i Double Trouble di Stevie Ray avessero una ritmica così (e loro però li ho visti); il fratello di Jimmie Lee, Stevie Ray; il concerto a cui andai nel 1985 per vederlo; il viaggio che ho fatto ad Austin e la foto sotto la statua di Stevie; l’intervista a Jimmie il giorno dopo il suo concerto come leader della propria band e la foto di lui e Stevie abbracciati, che ha sul telefono; altri musicisti di blues bianchi, con la consapevolezza che bravi come loro ce ne sono stati e ce ne saranno pochi; il blues, in generale, con tutte le influenze che sento nella loro musica e quelle che ho io in testa; il fatto che su quel disco c’è uno dei miei strumentali preferiti di sempre (che dovrebbe essere uno dei vostri, anche), “Extra Jimmies”; che su quel disco c’è pure “The Crawl” di Guitar Junior, e su quel brano Jimmie suona il solo di chitarra quasi uguale all’originale; che la versione di “You Ain’t Nothin’ But Fine” non è quella che abbiamo preso con una delle band con cui suono – i Più Bestial Che Blues – perché abbiamo invece preso spunto da quella dei Rockpile di Dave Edmunds e Nick Lowe (ma io comunque uso la ritmica di Jimmie, per non sbagliare); che quando sento uno shuffle come quello capisco perché amo questa musica.

Sono solo alcune delle cose che mi vengono in mente ascoltando una canzone: succede in una frazione di secondo e ogni volta è un po’ come cadere da un palazzo (per quanto ne dicono, io però devo ancora sperimentarlo), con tutta o buona parte della mia vita musicale che mi sfreccia davanti a velocità vorticosa.

E allora penso a quella signora, al suo sguardo, a quanto possiamo essere distanti io e lei (okay, la metto giù un po’ troppo drammatica, lo so, ma mi serve per scrivere e tenere alta la tensione… la avvertite, no?). E chissà che musica ascolta, se ne ascolta, chissà se ha mai comprato un disco, una cassetta, un CD, scaricato un MP3 pirata o un brano su iTunes per la figlia; chissà se è mai stata a un concerto e cosa pensa quando vede una chitarra; chissà cosa pensa quando ascolta quella musica, se ha mai guardato le note di copertina di un album, se sa che dentro ci sono di solito scritti i nomi dei musicisti; chissà se sa cosa sia un musicista («Tu che lavoro fai? No, dico di lavoro, sul serio!»), chissà se sa cosa sia il blues, se sa che i neri lo suonano – nella maggior parte dei casi, non voglio generalizzare – meglio dei bianchi; se sa che si è sviluppato nel Sud degli Stati Uniti grazie anche alla sofferenza di un popolo, quello africano, sradicato dal suo continente e trascinato in un altro, se sa che quel blues è salito dal Mississippi fino a Chicago e Detroit per poi ridiscendere in Texas trasformato; o forse non si era mai mosso da lì, che anche il Texas Blues ha una sua storia.
Chissà se sa che con una Fender Stratocaster e un piccolo amplificatore – anche lui Fender, magari in tweed – puoi ottenere dei suoni molto diversi da quelli che puoi ottenere con una Gibson Les Paul e un amplificatore Marshall; chissà se si accorge che il rullante di Fran Christina ha la cordiera chiusa, se si chiede che armonica usasse Kim Wilson, e se si domanda – la signora – se passasse attraverso un ampli valvolare anche lui o fosse ripreso dal microfono; se il brano sia stato registrato in una sola take o abbiano dovuto risuonarlo.

Chissà se si chiede se Jimmie usasse un ampli piccolo col volume alto e il volume della chitarra non a 10, come fa di solito; se un bassista bravo come Keith Ferguson esista al mondo dopo che lui se ne è andato, o se io potrò mai avere la fortuna di suonare anche un solo shuffle con musicisti così. E chissà se qualcuno le avrà mai detto che Jimmie era il fratello maggiore, ma Stevie è diventato più famoso, che gli rubava sempre la chitarra da piccolo, che si amavano come fratelli e Jimmie ancora lo piange, che Jimmie suona più come un nero, ma Stevie ha influenzato una moltitudine di chitarristi, che la ritmica su “Change It” – anche se suonata da Stevie –sembra suonata da Jimmie. E che sulla cover di Soul to Soul Stevie Ray è ritratto con una Gibson 335 che sui dischi forse non l’avrà neanche mai suonata. E chissà se sa che a Roscoe Beck, parlando di Keith Ferguson, si illuminavano gli occhi e lo raccontava come uno dei più incredibili bassisti che avesse mai visto e sentito, con tristezza, perché già sapeva che si stava facendo del male.

Chissà se avrà mai la percezione di quanto i T-Birds abbiano perso quando Jimmie ha lasciato la band, che infatti hanno preso due chitarristi al posto suo, ma non hanno mai più neanche lontanamente raggiunto quei picchi di essenzialità e qualità.

Cadendo da un palazzo probabilmente mi chiederei cose diverse, ma ogni volta che ascolto musica ho quella sensazione, di un film che scorre veloce, inarrestabile, o arrestabile solo dalla fine del brano stesso. E non parliamo di Beethoven o dei Beatles, ma di musica che al mondo conoscono, purtroppo, davvero in pochi. E allora realizzo di cosa sia fatta la mia vita: non posso pretendere che tutti siano ‘fulminati’ come me, che abbiano lo stesso pensiero ascoltando la stessa canzone, ma neanche che escano dall’ombra di un albero perché infastiditi da una delle più straordinarie band di blues che il nostro pianeta abbia conosciuto.

E che cazzo!

Daniele Bazzani

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