La mia ventesima Convention dell’ADGPA

Riccardo Zappa

(di Riccardo Zappa) – Ho accettato volentieri la proposta di raccontare la ventesima convention dell’ADGPA, a maggior ragione perché l’edizione e la direzione di questa rivista, unitamente agli amici-colleghi, costituiscono un gruppo col quale è assai piacevole ritrovarsi. In questa occasione mi è stato conferito un premio quale sostenitore dell’Associazione, letteralmente «tramite una lunga e prestigiosa carriera». No, vi prego! Non lo sapete che questo genere di attestati non fanno che farti rimpiangere i tuoi verdi diciott’anni? Delle tre giornate previste, ho assistito a quelle del 29 e 30 giugno, che si sono svolte in un contesto veramente notevole: nella Marca Trevigiana, a Pieve di Soligo, presso Villa Brandolini. Trattasi di una dimora perfettamente restaurata ed impiegata permanentemente in svariate attività culturali. La struttura, che risale alla metà del XVIII secolo, è composta da un vasto giardino all’italiana, quindi dall’edificio destinato ad un’esposizione liuteristica, e dal corpo architettonico centrale. L’ingresso di quest’ultimo dispone, originariamente, di tre scalini e di un balcone a costituire un palco naturale perfetto.
Piuttosto che una recensione sulle performance tecniche dei musicisti, del resto tutti bravissimi, conviene porre l’accento  su quello che noialtri professionisti – ma, immagino, anche il pubblico – andiamo cercando in queste occasioni; e cioè la bellezza dell’atmosfera generale che si viene a creare. Infatti, la costruzione di qualcosa di positivo, che consenta l’ottenimento di situazioni fluide, d’amicizia e complicità fra gli appassionati, non dipende certo da una sequela di scale diatoniche ultra-veloci o da altrettante ardimentose armonizzazioni ad impreziosire le varie esecuzioni. Chi partecipa a questo tipo di rassegne, desidera principalmente un contatto con gli artisti e gli altri convenuti, in modo da accrescersi in tutti i sensi.
Uno degli eventi più emozionanti, il fatto è condiviso da molti che stavano lì, è stato il soundcheck di Fabio Concato, accompagnato dall’ottimo Paolo Cattaneo alla chitarra. I due, in un brano pure supportati da Alberto Grollo e il suo Five String Quartet, hanno costruito una sorta di magia musicale che ha incantato i numerosi astanti, che s’erano disposti, alla buona, sull’erba. Fabio, che posso permettermi di chiamar per nome essendo l’inizio della nostra amicizia perso nella notte dei tempi, ha una vocalità assai gradevole e complessa, in grado di scivolare, nella stessa frase, da una squisita liricità a qualcosa di più attinente ad un recitativo. Il suo rapporto con il microfono è sempre il medesimo, come se egli stesse realmente di fronte a non più di quattro persone, oppure, meglio ancora, ad una sola donna ideale, evidente ispiratrice, nonché soggetto, dei suoi testi semplici, dolci, condivisibili ed altrettanto visionari. Musicisti e cantanti, specie nella maturità, tendono a stilizzare le rispettive composizioni, spesso togliendo elementi piuttosto che aggiungendone. Ebbene, nel caso di Fabio, ci si accorge che se egli accenna solo la parte di una parola, o di una frase di canzone, comunque le si conoscono già benissimo nella loro interezza. Questo non è poco, e dà il segno di un progetto che è entrato a far parte della cultura di tutti quanti noi.
Francois Sciortino, che ha aperto la serata, è anch’egli un creatore d’atmosfere. Il suo linguaggio chitarristico, così conseguente e sciolto nel suo svolgimento, è di quelli che ti fanno sembrare facile ogni movimento. Mi è piaciuto molto il suo concerto, nient’affatto prolisso, e neppure interrotto da troppe spiegazioni, come spesso accade, invece, in queste occasioni.
Paolo Schianchi ha eseguito un’unica suite, impiegando una di quelle chitarre acustiche composte da tre tastiere diverse sovrapposte, più un’altra fitta cordiera applicata trasversalmente sulla cassa armonica. Anch’egli credo sia alla ricerca di una spiritualità musicale. Lo si percepisce subito dalla postura, del tutto simile a quella impiegata dai suonatori di sitar. La sua musica è costituita da bordoni sostenuti e profondi, sopra ai quali sono regolati i fraseggi che si alternano fra visioni orientaleggianti ed altri più strappati e contrastanti. Molto interessante!
Di tutt’ altro genere, hanno chiuso i Francesco Piu Duo, proponendo una serie di blues assai tesi, divertenti e dinamici. Quanto mi sarebbe piaciuto se, oltre alla chitarra ed alla batteria, ci fosse stato anche un basso!
Per finire, torno un attimo al concerto di Alberto Grollo, che sembra davvero aver trovato, con il supporto del Five String Quartet, il mezzo ideale della sua proposizione. A lui va il merito, fra gli altri, di aver scoperto Francesca Capra, che in quella formazione suona il violino e canta in maniera veramente ispirata.
Grande assente della serata è stato Franco Cerri, al quale era pure prevista la consegna di un premio. Assieme avremmo dovuto incontrare il pubblico per raccontare un po’ delle nostre rispettive avventure. Nel messaggio audio che egli aveva preparato, si riprometteva di partecipare in qualche futura occasione. Caro Franco, io per primo, e tutti quanti gli altri, ti aspettiamo, col medesimo entusiasmo, quando desideri.

PUBBLICATO
Chitarra Acustica, 10/2013, p. 22

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Redazione

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