La coppia musicale più bella del mondo: intervista a Tuck & Patti

(di Andrea Carpi) – Tuck Andress e Patti Cathcart, ripercorrendo in particolare le orme degli album in duo di Ella Fitzgerald e Joe Pass, accanto ad altre innumerevoli influenze ed esperienze, sono diventati oggigiorno l’emblema per antonomasia del duo voce e chitarra, formato da una cantante e un chitarrista. Si sono conosciuti nel 1978, durante un’audizione di Patti per entrare in una band di cui Tuck faceva parte.

tuck & pattiE subito hanno capito di aver trovato entrambi la propria anima gemella musicale, divenuta presto anima gemella anche nella vita. Hanno quindi dato vita al duo Tuck & Patti e, dal 1987 al 2001, hanno registrato per la Windham Hill iscrivendosi in quel filone new age di allora, tendenzialmente acustico fra tradizione e innovazione, con propaggini jazz. Dal 2002 incidono per la propria etichetta T&P, rimanendo sempre fedeli a quella formula originaria: una voce tra il jazz e il soul-blues, e una chitarra semiacustica di matrice fingerstyle jazz. Saranno loro l’attrazione principale, il 29 settembre, del primo concerto organizzato al Teatro Ponchielli di Cremona dall’Acoustic Guitar Village nell’ambito di Cremona Musica International Exhibitions. Li abbiamo contattati in anticipo per presentare loro una serie di domande, che cercano di coprire tutti gli aspetti della loro carriera e alle quali hanno risposto con una disponibilità e un’accuratezza veramente ammirevoli. Anche questo il segno di una passione e di una professionalità non comuni, come la loro musica.

Nel vostro sito ci sono molte informazioni e dettagli su voi e la vostra musica. In questa intervista vorremmo ricordare e riassumere gli aspetti essenziali della vostra carriera e delle vostre idee sulla musica. Cominciamo dall’inizio: entrambi avete avuto la fortuna di vivere in famiglie dove la musica aveva un posto importante; potete raccontarci del vostro ambiente familiare in relazione alla musica?
Patti: I miei genitori, le mie zie e i miei zii ci hanno esposto ad ogni tipo di musica, così io sono cresciuta senza fare distinzioni. La musica era semplicemente una parte incontrovertibile della vita di tutti noi.
Tuck: Le mie primissime influenze musicali sono state mio padre, che era stato leader di una jazz band all’università, e in particolar modo mia sorella, che suonava il pianoforte classico. Il mio orecchio musicale si è sviluppato molto presto ed è stato naturale per me seguire i loro passi. Ancora oggi è facile intuire l’influenza del pianoforte nel mio approccio alla chitarra.

Tuck & Patti - foto di Randy Lutge e Joyce Perlman

Tuck & Patti – foto di Randy Lutge e Joyce Perlman

Tuck, qual è stata la tua educazione e formazione musicale, e le tue principali influenze? Dai giorni passati nella tua camera a lavorare per conto tuo, allo studio sistematico dei «400 accordi orchestrali nell’appendice del libro di accordi di Mel Bay»; dal breve periodo di studio con il chitarrista Tommy Crook di ispirazione atkinsiana, alle lezioni di piano e ai programmi di musica classica della Stanford University; dal suonare nei gruppi e tentare di entrare nel mondo dei turnisti di Los Angeles, fino al tuo rifiuto della deriva commerciale quando suonavi per la trasmissione The Sonny & Cher Comedy Hour…
Tuck: Ti sei documentato bene! Da adolescente ho preso una delle decisioni più intelligenti della mia vita. Sono arrivato alla conclusione che la mia mente fortemente analitica, da ingegnere, sarebbe probabilmente andata più avanti rispetto alla mia più ‘fragile’ musicalità, così ho deciso di stare alla larga da insegnanti e libri e di cercare di dimenticare quello che già sapevo, per reimparare tutto studiando ciò che i musicisti più grandi suonavano, esattamente come il mio eroe Wes Montgomery. Ho ascoltato molti dischi, non solo di chitarristi, e ho avuto la fortuna di essere il ‘peggior musicista’ in un sacco di band. Quando ho cominciato a studiare musica classica alla Stanford, avevo già capito tutta la teoria cercando di spiegarmi perché mi piaceva quello che mi piaceva. Quindi è stata una autoeducazione, anche se il termine è un po’ fuorviante, perché nel corso degli anni ho suonato con molti grandi musicisti, specialmente due chitarristi: Odell Stokes, nella Gap Band, il più grande chitarrista soul che io abbia mai sentito; e Terry Saunders, il cui stile funk era leggendario nella Bay Area: la sua padronanza musicale e tecnica era sconvolgente. Non suonerei come suono se non fosse per loro.

E nel tuo caso, Patti? Dalla presa di coscienza a sei anni che il canto sarebbe stato il lavoro della tua vita, ai tuoi inizi cantando in chiesa; dal suonare il violino nelle orchestre scolastiche all’apprendimento da autodidatta di un po’ di piano e di chitarra, fino all’esibirti da sola come folksinger; dall’immergerti nella storica scena musicale di San Francisco alle jam session con centinaia di musicisti di quell’ambiente…
Patti: Immagino si possa dire che ho vissuto una vita musicale davvero piena, in uno dei posti più entusiasmanti del mondo! I Beatles, Jimi Hendrix, Wes Montgomery, Ella Fitzgerald… è difficile nominare qualche musicista degli anni ’60 e ’70 che io non abbia visto esibirsi, spesso per molte volte, in circostanze sorprendentemente intime. È stato un periodo magico.

Vi siete incontrati nel 1978, mentre Tuck era il chitarrista di una cover band rock e Patti si presentò per un’audizione. Tutti e due avete capito immediatamente di aver trovato il vostro partner musicale della vita. Entrambi avete spiegato che i musicisti hanno sempre un radar per trovare le proprie anime musicali gemelle. È così?
Patti: Tutti gli esseri umani hanno una percezione intuitiva molto dettagliata delle altre persone, basata addirittura su pochi secondi di contatto con loro. Forse questo era un meccanismo primitivo di sopravvivenza, per distinguere gli amici dai nemici, ma tutti noi lo mettiamo sempre in atto con chiunque incontriamo. La differenza, per noi musicisti, è che lo facciamo anche ascoltandoci l’un l’altro cantare o suonare, oltre che conversando o guardandoci. A volte semplicemente si capisce di poter andare d’accordo con un’altra persona – a livello personale o musicale, nel nostro caso in entrambi i sensi – e questo è quello che tutti e due abbiamo capito immediatamente.

Tuck & Patti - foto di Vinny Isola

Tuck & Patti – foto di Vinny Isola

Tuck, puoi descrivere il tuo stile chitarristico, un tipo di fingerstyle che sembra influenzato tanto da Joe Pass quanto da Chet Atkins, e nel quale suoni contemporaneamente linee di basso, armonia e melodia?
Tuck: La tua descrizione è abbastanza buona, ma ci sono molti modi per combinare diverse parti sulla chitarra, il che si risolve in molti stili possibili. Per esempio, prendi in considerazione il contrasto tra Stanley Jordan, Michael Hedges e me. Io ho imparato a suonare la chitarra ascoltando dei chitarristi, incluso Chet Atkins all’inizio, ma assai di più Wes Montgomery, George Benson e un sacco di chitarristi soul e blues, come anche dei pianisti. Il mio stile ‘orchestrale’, d’altra parte, proviene maggiormente dall’ascolto di band di tutti i generi, piuttosto che da chitarristi. Ho avuto la fortuna di osservare Joe Pass abbandonare gradualmente il plettro e affrontare i problemi del fingerstyle, quando è diventato un chitarrista solista. Ma la mia soluzione personale, dopo aver suonato in centinaia di gruppi da ballo, riguardava molto di più il groove. Per me batteria e basso venivano sempre per primi, e tutto il resto dopo.

Tu probabilmente hai un’altra anima gemella, la Gibson L-5, che sembra essere un elemento importante del tuo sound. È vero che all’inizio l’hai comprata perché era il modello utilizzato dal tuo idolo Wes Montgomery?
Tuck: Sì, appena ho cominciato ad ascoltare Wes Montgomery e a guardare le foto di copertina dei suoi album, non ho avuto alcun dubbio che la L-5 sarebbe stata lo strumento giusto per me, anche se non ne avevo mai provata una. In effetti, verso i vent’anni ho finalmente comprato quella che era probabilmente una delle peggiori L-5 mai costruite, solo per il fatto che era una L-5. Fortunatamente, in seguito, sono stato abbastanza furbo o fortunato da barattarla con il modello vintage con cui ho registrato tutti i dischi. La maggior parte delle persone la troverebbe ottima. All’inizio mi sembrava veramente scomoda, e avevo addirittura pensato di farle rifare il manico, ma l’ho suonata talmente tanto da aver costruito su di essa tutta la mia tecnica; oggi mi sembra la chitarra più confortevole che io abbia mai suonato, il mio riferimento per come deve essere una chitarra. Ricordo che sullo scaffale accanto a lei c’era una bellissima vecchia Super 400: chissà cosa sarebbe successo se avessi comprato quella al suo posto.

tuck & pattiPatti, il tuo primo amore come cantante jazz è stata e sarà sempre Ella Fitzgerald, ma hai avuto molte altre influenze… Come descriveresti il tuo stile vocale?
Patti: Ho una teoria secondo cui ogni volta che apro la bocca per cantare, c’è un coro che canta attraverso me, i cui membri comprendono tutti i cantanti e tutti i musicisti che ho ascoltato e amato. Le mie influenze sono molte, ma per quanto riguarda lo stile, credo che il mio stile sia il modo in cui rendo tutte queste influenze unicamente mie.

Avete aspettato fino al 1987 prima di registrare il vostro primo album Tears of Joy, perché «la dimensione del duo era nuova per entrambi» e volevate «diventare bravi abbastanza da fare in modo che il duo potesse stare in piedi musicalmente da sé». Come avete costruito il vostro particolare interplay? Dite che Patti è l’autore dei brani, l’arrangiatore e il produttore, e che ‘Tuck-il risolutore-di-problemi’ è «semplicemente l’orchestra»: come funziona?
Patti: Quando abbiamo deciso di formare un duo, è stato semplicemente perché amavamo suonare insieme. Non avevamo idea di come farlo funzionare. Eppure, presto ci siamo trovati a fare concerti sera dopo sera, quindi abbiamo imparato nella maniera più difficile, vivendo: abbiamo improvvisato nuove canzoni senza averle mai provate, e suonato canzoni a noi familiari in tonalità e ritmi diversi ogni sera; era tutta una sperimentazione. Nonostante avessimo trovato in fretta il grande sostegno di un pubblico che ci ha permesso di sviluppare il nostro suono, sapevamo che questo sound non era pronto per essere inciso e riprodotto innumerevoli volte. Ci è voluto molto tempo prima che sentissimo che la nostra musica potesse reggersi davvero sulle proprie gambe, specialmente rispetto alla musica dotata di una strumentazione più completa.
Tuck: Abbiamo deciso molto tempo fa di affidarci ai nostri rispettivi punti di forza. Scoprimmo che se il chitarrista (cioè io) scrive la musica o arrangia sulla chitarra, tutto passa dal filtro del chitarrista; ci sono ottime idee di tutti i tipi che non riuscirebbero mai a passare attraverso quel filtro, in modo che io le prenda in considerazione, perché sono troppo difficili, innaturali, inusuali e così via. Tutti hanno questi filtri. Patti, d’altro canto, ha diretto cori gospel, suonato in orchestre e capeggiato band per tutta la sua vita. I suoi filtri musicali tendono a essere basati più su cosa serve alla musica, piuttosto che su quanto un’idea sia facilmente suonabile su una chitarra. Ragion per cui, gran parte delle nostre migliori e più distintive armonie, tessiture e altro provengono dal mio distillare i concetti di Patti sulle sei corde che ho a disposizione. Un beneficio collaterale è che ogni canzone è una grande sfida per me: Patti ha sempre idee che mettono alla prova le mie abilità.
Patti: Comunque, gli arrangiamenti sono solo il punto di partenza. Non sentiamo alcun obbligo a seguirli, persino quando stiamo registrando. Questo fa parte della magia di essere un duo!

Recentemente, Tuck, hai detto a proposito di Patti: «Lei carezza e lavora ogni nota come se fosse l’unica nota, tuttavia ogni esecuzione racconta in qualche modo una storia diversa: capisco che non si è esercitata su tutti questi dettagli, per cui si sta muovendo all’impronta.» Che ruolo hanno nel vostro interplay la variazione e l’improvvisazione?
Patti: Non vogliamo esagerare il ruolo dell’improvvisazione in quello che facciamo. Dopotutto, ci sono alcune canzoni che suoniamo in modo molto simile da una sera all’altra, sebbene abbiamo un accordo secondo cui entrambi possiamo discostarci dal modo abituale, se ne abbiamo l’ispirazione; quindi spesso anche canzoni prevedibili prendono una piega completamente diversa. Allo stesso tempo – a un livello di dettaglio, dove noi effettivamente viviamo mentre ci esibiamo – nulla è prevedibile. È questo che mantiene la freschezza del discorso.

Tuck, hai detto anche: «Le dita ‘che volano’ non mi fanno più molta impressione. Mi interessa di più ciò che chiamo ‘virtuosismo dolce’, dove la tecnica di solito è invisibile.» Cosa intendi dire? Il tuo stile è cambiato nel corso degli anni?
Tuck: A un certo punto, dopo i vent’anni, mi sono messo in testa di provare a me stesso che potevo fare qualunque cosa sentissi fare da un altro chitarrista. Ho sviscerato le frasi più difficili di Al Di Meola e John McLaughlin, e mi sono sforzato di sviluppare la tecnica necessaria per suonarle ancora più veloce, come fanno tutti i giovani chitarristi. Era un tipo di approccio competitivo, anche se non ho mai suonato in quel modo con altre persone, perché non era il mio linguaggio naturale; in quel caso suonavo sempre e soltanto ciò che sentivo. La grande eccezione era il flamenco, che semplicemente mi sembrava impossibile, anche quando sono passato al fingerstyle. Quando suonavo nelle band, ero conosciuto come un musicista ‘di gusto’, uno che faceva la cosa giusta al momento giusto, che di solito non voleva dire una sbrodolata di note veloci, perché quasi nessuno – me incluso – voleva sentire quelle cose, almeno nelle band commerciali in cui suonavo. Si trattava piuttosto di suonare come nel disco, far ballare la gente ed emozionarla. Suonare con Patti, però, richiedeva una sorta di supertecnica, come fluenti bending tripli con vibrato, voicing difficili in posizione allargata che dovevano scorrere senza intoppi dall’uno all’altro, articolazioni simultanee e indipendenti di dita diverse in movimenti di attacco, rilascio, slide o vibrato… Tutto viene messo nudo, quindi i dettagli contano. Mi sono trovato a usare forse il quintuplo della forza con la mano sinistra per ottenere tutte queste cose. Se lo fai nel modo giusto, sembra scorrevole, ma richiede un approccio estremamente atletico.

Quando avete cominciato a suonare in duo, vi siete resi conto di avere dei background musicali talmente estesi che conoscevate centinaia di canzoni in comune. Una buona parte del vostro repertorio è costituito da cover, e una buona parte di queste cover proviene dal ‘Great American Songbook’: che importanza attribuite agli standard jazz?
Tuck: Sia ‘una grande importanza’ che ‘nessuna importanza’ sarebbero risposte corrette, ma da diverse prospettive. Dal momento che entrambi siamo cresciuti ascoltando fin dall’infanzia questa musica, che era intessuta nella nostra cultura, questa musica è molto importante. Per di più, fornisce un linguaggio comune per altri musicisti che sono cresciuti nella stessa cultura, così come per condividere esperienze di vita con i nostri nonni. Inoltre, molti di quei brani rappresentano l’apice dell’eccellenza nella scrittura di canzoni, e dovrebbero essere imparati semplicemente perché sono splendidi. Ma esiste musica splendida in egual misura in culture diverse e persino in sottoculture. Quello che ha senso è unicamente abbracciare la grande musica della propria cultura. Per molte persone i Beatles sono più importanti del Great American Songbook. Per lo stesso ragionamento, non è necessariamente importante per un musicista classico americano imparare il blues, o per un musicista blues studiare Bach o “Autumn Leaves”. Le persone dovrebbero per prima cosa essere ciò che sono, per poi svilupparsi da lì a seconda delle proprie inclinazioni.

Tuck&patti – foto di Randy Lutge e Joyce Perlman

Come affrontate l’arrangiamento degli standard jazz?
Patti: In diversi modi. Uno consiste semplicemente nello scegliere una tonalità e iniziare a cantare e a suonare. È quello che abbiamo fatto all’inizio quando ci siamo messi insieme. Per l’album Love Warriors [1989], eravamo in studio in procinto di registrare “They Can’t Take That Away from Me”, che per anni avevamo suonato in La come un veloce pezzo swing da big band, e appena prima che Tuck iniziasse a suonare, gli ho detto di suonarlo molto lentamente in Fa. Nessun arrangiamento, nessuna prova. Abbiamo fatto un paio di registrazioni, durante le quali ci ascoltavamo entrambi attentamente, e quello è stato. Su alcune canzoni, invece, abbiamo ascoltato dozzine di altre versioni, grazie a Internet. Il trucco qui è di non lasciarsi sopraffare, anche se la parata di vecchie registrazioni dei grandi è veramente soverchiante. Alla fine, comunque, sperimentiamo e basta, a volte molto, e cerchiamo di rendere la canzone in un modo naturale e che ci appartenga. Poi, non la paragoniamo ad altre versioni. Le nostre versioni spaziano da quelle molto arrangiate – un paio sono vere e proprie riduzioni di arrangiamenti per big band – ad altre molto aperte e improvvisate.

Come scegliete l’altra parte delle vostre cover? Ci sono diverse canzoni di Lennon-McCartney, Hendrix, Stevie Wonder…
Tuck: Facciamo semplicemente canzoni che ci piacciono e che Patti sente di poter cantare col cuore, senza finzione. Non facciamo distinzioni tra canzoni scritte da lei e canzoni scritte da altri; l’importante è che abbiano una consonanza con noi, il che rappresenta la condizione migliore per toccare il cuore degli ascoltatori. Occasionalmente può capitare di trovare una canzone che non riusciamo a far funzionare in duo, ma accade molto di rado; di solito la soluzione consiste semplicemente nel cercare un approccio diverso.

Come affrontate l’arrangiamento di questi standard moderni? Portano con sé delle idee diverse per arrangiare?
Patti: In realtà no: tutto è musica e basta. Il nostro motto è: servire la musica. Cerchiamo solo il modo migliore, per noi, di far questo.

Patti, un’altra buona parte del vostro repertorio consiste in canzoni originali, e quasi tutte le componi tu. Quali sono le tue idee riguardo allo scrivere canzoni? Hai un metodo specifico per comporre?
Patti: Adoro scrivere canzoni, ma sono una cantautrice piuttosto indisciplinata. Non mi siedo ogni giorno a fare sedute di scrittura, ma tengo taccuini pieni di poesie e spunti, e dal momento che non suono molto bene nessuno strumento, mi registro mentre canto melodie, linee di basso e accordi arpeggiati. Mi piace esplorare. Di solito questi appunti non li completo, fino a che non entriamo in fase di registrazione. Mi piace lavorare sul momento e lasciare parole, idee melodiche, tessiture, voicing e altre cose del genere amalgamarsi, mentre improvvisiamo su di loro. Altre volte, invece, scrivo l’intera canzone prima di sottoporla a Tuck. Scrivo molto con lo stile di Tuck in mente, ma succede anche che gli presento quelle che lui spesso mi dice essere parti impossibili da suonare sulla chitarra. Sorrido mentre dico questo, perché lui riesce sempre a trovare soluzioni brillanti ai miei ‘puzzle’ stilistici.

Tuck, tu sei coautore con Patti di due canzoni dal vostro primo disco Tears of Joy e hai composto tre brani per il tuo album strumentale solista Reckless Precision [1990]. Quali sono le tue idee sulla composizione, anche se la composizione non sembra essere la tua specialità?
Tuck: La mia prima idea è che dovrebbe farlo qualcun altro! Io sono molto più bravo a generare opzioni piuttosto che a ridurle a una. Ho osservato molte volte il processo compositivo di Patti, e ci vedo un percorso meravigliosamente diretto dall’assenza di canzone alla creazione di una grande canzone. Non pretendo di affermare che ogni canzone inizi completamente formata nella sua mente, con l’unica necessità di esse concretizzata, ma molte di loro sono così. L’ho anche vista sperimentare, modificare, riscrivere, come chiunque altro. Ma lei ha sempre un concetto o un obiettivo piuttosto chiaro. In effetti, abbiamo pubblicato ogni canzone che lei ha scritto da quando siamo insieme; non è che lei ne scriva cinquanta per poi scegliere le dieci migliori da registrare. Per me questo è stupefacente. Io, d’altro canto, ho passato la mia carriera generando ed esplorando opzioni; è il motivo per cui sono molto abile a improvvisare riarmonizzazioni. Ricordo una o due volte in cui Patti è rimasta bloccata armonicamente, nel senso che non riusciva a capire esattamente che accordo volesse; ed è stato semplice per me elencare ogni accordo di quattro note che contenesse le due che lei sapeva di volere. Non le piacque nessuno di questi accordi. E si è scoperto che lei voleva solo tre note, mentre io continuavo a cercare di dargliene quattro! È un esempio divertente del percorso diretto rispetto al percorso indiretto, specialmente quando una persona devia un’altra dal suo percorso.
Se tuttavia dovessi comporre, sapendo che dovrei evitare la mia tendenza a moltiplicare ogni possibilità per ogni altra possibilità fino all’infinito, al posto di questo studierei il lavoro dei grandi compositori, poi passerei molto tempo a tentare di fare bene come loro o meglio, proprio come ho fatto con la chitarra…

Per te, che differenza sussiste tra la musica in duo e la musica strumentale solista, e come mai hai deciso di realizzare un paio di dischi solisti dopo aver iniziato a registrare album in duo?
Tuck: Mi è sempre piaciuto il ruolo dell’accompagnamento, preferendo anche le melodie secondarie a quella principale. Il non dover essere responsabile della melodia principale mi dà la libertà di fare di più con le altre parti. Probabilmente ciò deriva da tutti gli anni in cui ho fatto parte della sezione ritmica: anche se suonavo la chitarra, per me ruotava tutto attorno a batteria e basso. Non mi troveresti mai ad ascoltare dischi di chitarra solista. D’altre parte, per tutti gli anni in cui abbiamo suonato con Patti prima di cominciare a registrare dischi, non era possibile per lei cantare costantemente per svariate ore ogni sera, per cui mi sono fatto molta esperienza a stare sul palco da solo, improvvisando alla mia maniera su qualsiasi canzone mi venisse in mente. Patti mi definisce un chitarrista solista ricalcitrante, e ammetto che probabilmente non avrei registrato nessuno dei miei due album solisti se lei non mi avesse spronato. Sta cercando di farmene registrare altri, ma siamo un po’ indietro sui nostri dischi in duo, quindi – per la mia gioia – questi devono venire per primi! Ammetto comunque di essere arrivato a godermi la chitarra solista. Dopo tutti questi anni in cui ho visto Patti scaldare i cuori con la sua voce, trovo in effetti che possa essere una bellissima sfida per uno strumentista cercare di suonare una melodia con quella stessa carica emotiva. È qualcosa su cui lavoro molto con gli studenti.

Come trattate il vostro suono in studio e dal vivo? Che sistemi audio, microfoni, monitor usate per la chitarra e la voce?
Tuck: Nei concerti dal vivo mescoliamo i monitor di sala con i nostri monitor auricolari usando un BSS Soundweb nella mia pedaliera, con un riverbero Lexicon esterno e il mixer generale che passa attraverso un Aphex Compellor, il quale funziona come una ‘mano lenta’ sul master fader. Abbiamo richiamato il mix nel Soundweb anni fa e non l’abbiamo mai cambiato. È alimentato dal microfono B&K 4011 di Patti e dall’uscita della mia L-5 da concerto, che ha bassa impedenza e passa prima da un pedale del volume Goodrich LDR. Ogni soudcheck quindi si svolge regolando l’impianto di amplificazione affinché suoni bene con il programma che forniamo, sistemando gli equalizzatori grafici e/o parametrici e a volte i processori di sistema. Lavoriamo direttamente con il tecnico del suono del posto. Dopo migliaia di soundcheck, siamo diventati esperti nel sintonizzare i sistemi audio.
Nel nostro studio registriamo insieme dal vivo, poi successivamente ci diamo la possibilità di combinare diverse registrazioni. Patti usa due microfoni B&K 4003, attraverso un preamplificatore Millennia HV-3 in un convertitore A/D Lavry Gold a 24/96. La mia L-5 da studio ha un pickup single coil Bartolini e un preamplificatore/buffer Millennia personalizzato onboard, che alimenta un secondo convertitore A/D Lavry Gold. Ho allestito un pedale del volume per registrare le automazioni live su MAGIX Sequoia, la nostro workstation audio digitale, così da poter modificare l’effetto del pedale del volume in un secondo momento se necessario. Ciò presenta il vantaggio supplementare di poter registrare un segnale pre-pedale più caldo. I convertitori Lavry suonano benissimo, ma la loro latenza è così alta che suddividiamo i segnali di ingresso e monitoriamo attraverso i convertitori sulla nostra console Yamaha DM1000.
Abbiamo qualche attrezzatura esterna molto buona, ma di questi tempi mixiamo interamente onboard usando vari plugin, eccetto per i riverberi – Bricasti, Lexicon 960L e Quantec Yardstick – e per il Dolby A per la sola codifica, un vecchio trucco da studio che usiamo sulla chitarra. Quasi sempre automatizziamo invece di comprimere.
Monitoriamo con un convertitore D/A Lavry Blue che passa in un equalizzatore Meyer CP-10 e in dei monitor Meyer HD-1, con in più un subwoofer Bag End con il crossover regolato a 30 Hz. Bob Hodas, il miglior esperto di acustica degli studi di registrazione in questa regione degli Stati Uniti, ha intonato la nostra stanza e reso specifico l’assorbimento. Siamo fortunati perché lui è stato in grado di portarla a un livello di accuratezza da studio di mastering, per cui la nostra è una situazione per il monitoraggio di cui ci fidiamo totalmente.
La nostra filosofia per il missaggio è simile alla nostra filosofia musicale: servire la musica. Non farsi limitare dal passato o da quello che gli altri pensano. Non aver paura di provare cose poco ortodosse. Cercare il bel suono, ma mai rifinirlo fino a fargli perdere la vita. Mai perdere di vista l’effetto emozionale.

Voi insegnate anche, quando ne avete il tempo. Quali sono le vostre idee riguardo all’insegnamento?
Tuck: Credo che tutte le persone siano uniche e abbiano una voce interiore che è la loro guida migliore, ma non sempre sono in grado di sentirla chiaramente. Io cerco di aiutarli a trovare e ascoltare quella voce, quindi sono come un sostegno, per aiutarli a realizzare qualsiasi cosa si sentano portati a fare. Ciò significa che non ho alcun programma specifico; faccio cose totalmente diverse con persone diverse. Nel corso di vari decenni sono diventato piuttosto bravo a leggere le altre persone e a capire come aiutarle. Alcune hanno bisogno della teoria; altre dovrebbero disimparare tutta la teoria che già conoscono. La maggior parte dei chitarristi suonano oltre la propria capacità di ascolto, quindi lavoriamo spesso per migliorare l’orecchio, che stabilisce il legame con l’anima così come con gli altri musicisti. Quasi tutti hanno bisogno di rivedere costantemente le basi della tecnica, specialmente sulla chitarra, laddove in linea di massima non sia stata ben capita o insegnata. Questa – che riguardi la mano sinistra, il plettro o il fingerstyle – è una mia specialità peculiare, che amo particolarmente, perché molto spesso eliminare un problema tecnico non percepito, riesce a liberarti all’istante e ti permette di suonare di più nella maniera che desideri. Basandomi sul fatto di dover io stesso diventare un virtuoso tecnicamente flessibile per suonare con Patti, su una vita di studi su animali e atleti per ciò che può interessare la tecnica chitarristica, e su una mentalità analitica e ingegneristica, ho sviluppato molte idee anticonvenzionali sulla tecnica, che mi hanno cambiato la vita e si sono rivelate ugualmente di aiuto per altri chitarristi.
Attualmente, la maggior parte delle nostre lezioni sono via Skype, programmate su tuckandpatti.com. A me sembra ancora un miracolo potersi ritrovare insieme a chitarristi di tutto il mondo in questa maniera, e mi piace veramente molto.
Patti: Io credo che una buona tecnica sia essenziale all’espressione. Allo stesso tempo, mi rendo conto che ogni cantante possiede uno strumento unico, e mi impegno ad aiutare ogni persona a farsi strada nel percorso per trovare la propria voce, in un’atmosfera di fiducia, sostegno e onestà, senza mai dimenticare che il tutto dovrebbe risultare divertente! Insieme esploriamo: i meccanismi fisici del cantare, il riscaldamento, il controllo del respiro, l’intonazione, l’estensione del registro e della gamma dinamica ed espressiva, la pratica efficace, la salute vocale, la canzone, la melodia, l’armonia, il ritmo, il testo, l’apprendimento di come sentire, ascoltare, rispondere e interagire, comunicare la propria intenzione, connettersi con l’ascoltatore, aprirsi all’improvvisazione, scegliere il proprio repertorio, usare l’ansia da palcoscenico… Queste sono solo alcune delle problematiche che ogni cantante deve affrontare. Dico sempre: attraversiamole tutte cantando. Io mi dedico ad aiutare cantanti di ogni stile a scoprire la capacità di condividere ciò che vive nei loro cuori, un’espressione spudoratamente onesta di un messaggio di amore e speranza attraverso la musica.

Tuck, non è stata pubblicata nessuna trascrizione delle tue parti chitarristiche, ad eccezione di alcune apparse in riviste musicali. Pensi che le trascrizioni siano importanti nel processo di apprendimento? O pensi che altri sistemi siano più importanti?
Tuck: Nutro sentimenti molto contrastanti al riguardo; ti prego di non aspettarti da me una risposta definitiva. Si impara al massimo quando si impara qualcosa a orecchio, sia perché questo allena l’orecchio, sia perché molti dettagli non possono essere o non vengono evidenziati in una trascrizione. Ma usare una trascrizione è più veloce. Come bilanciare qualità e quantità? Accanto a questo, si dovrebbe trascrivere ciò che si impara a orecchio? Per prima cosa, questo ci renderebbe più familiari con la lettura musicale, e ci risparmierebbe il fatto di memorizzare o l’eventualità di dover imparare il pezzo di nuovo. In secondo luogo, la trascrizione tenderebbe a diventare il centro d’interesse al posto della musica, quindi potrebbe esser meglio fare pratica imitando ciò che si sente, suonandoci insieme, così da passare più tempo suonando e scoprendo le sfumature. In terzo luogo, è molto difficile scoprire a orecchio tutti i dettagli di uno stile di chitarra con parti intrecciate; lo so perché ho dovuto trascrivere quello che io stesso suono! Ovviamente, se si cerca di includere tutti questi dettagli in una trascrizione, inventando notazioni particolari se ce n’è bisogno, la trascrizione diventa praticamente impossibile da decifrare. In qualunque modo affronti il problema, tuttavia, penso che imparare dalla musica dei grandi sia molto utile. L’eccezione, rarissima, è quando sai già esattamente che musica vuoi fare. In questo caso, il percorso più diretto potrebbe essere fare semplicemente la musica che vuoi fare e lasciare che ti porti più in profondità. Per esempio, penso che questo sia stato il caso di nostra nipote Annie Clark – il suo nome d’arte è St. Vincent – che è diventata una rockstar e ha vinto un Grammy; siamo davvero orgogliosi di lei. Abbiamo passato molto tempo insieme durante la sua crescita, ma a meno che lei non lo chiedesse, non ho mai cercato di insegnarle niente, nemmeno una scala, perché non volevo depistarla da quella che era una visione incredibilmente chiara, o limitare la sua immaginazione con strutture e teorie. D’altro canto, lei aveva ascoltato un’enorme varietà di musica per conto proprio, quindi le sue concezioni musicali non si sono sviluppate dal nulla.

Il vostro ultimo CD I Remember You è del 2007: cosa avete fatto da allora e quali sono i vostri programmi attuali e futuri?
Patti: Quando non siamo stati in tour – circa la metà del tempo – siamo stati impegnati a produrre, registrare e mixare album per altri musicisti. Questa attività è iniziata diversi anni fa quando il duo italiano Just Duet, Francesco Tizianel e Laura Battel, ci ha chiesto di mixare e alla fine coprodurre il loro CD, Stop the Time [2012]. Scoprimmo che adoriamo aiutare altri artisti a realizzare i loro sogni musicali, allo stesso modo in cui abbiamo sempre amato lavorare al nostro sogno personale. In questo senso si tratta di un lavoro che è molto simile all’insegnamento. Io tendo a condurre la parte della produzione e Tuck, che è un eccellente tecnico del suono, ha il comando della parte del missaggio; ma lavoriamo insieme su tutto. Quando dobbiamo registrare più di quanto possiamo fare nel nostro studio, di solito andiamo ai Fantasy Studios di Berkeley. Hanno iniziato con musica simile alla nostra, ma in seguito sono cresciuti fino ad accogliere intere band con fiati, archi, cori gospel, percussioni, musica classica, una vasta gamma di stili musicali per artisti provenienti anche da Italia, Giappone, Svizzera.
Tuck: La prima volta che abbiamo avuto a che fare con la batteria, ho avuto una crisi di identità. Ho suonato in duo con Patti per trentanove anni. Cosa ne posso sapere di una cassa o di un rullante o dell’intonazione con la linea vocale? Quello che è venuto fuori, tuttavia, è che tutti gli anni passati ad allenare il nostro orecchio, a curare il suono dei nostri album e dei nostri concerti, ad ascoltare criticamente un’ampia gamma di musica registrata e a suonare in centinaia di band prima di incontrarci, si possono trasferire direttamente in qualsiasi altra cosa che abbia a che fare con la musica. Adesso non abbiamo alcuna esitazione a registrare o mixare qualunque strumento, inclusi alcuni strumenti inusuali come il koto o lo shakuhachi. I cantanti adorano la cabina di Patti e il fatto di avere lei come come coach. E abbiamo passato una carriera a perfezionare i missaggi in cuffia! Inoltre possiamo suonare e cantare in ruoli di supporto, se serve. Ma, più di tutto, credo che la nostra specialità sia aiutare le persone a vedere chiaramente e a manifestare la propria visione; non c’è niente di più soddisfacente di questo. Su un paio di progetti abbiamo avuto la funzione di salvare la visione originale dell’artista, dopo che un produttore l’aveva portato nella direzione sbagliata; e questo è altrettanto soddisfacente.
Scusa se ci siamo dilungati così tanto, ma siamo davvero entusiasti di questa fase delle nostre vite. Comunque, ci stiamo ritagliando del tempo per poter registrare più avanti quest’anno un altro nostro album.

Andrea Carpi

Grazie a Camilla Conti per la traduzione dall’inglese dell’intervista.

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