La chitarra: un passe-partout per il mondo

(di Giorgio Signorile) – Della serie: non parliamo solo di tecnica e musiche…
In certi periodi della vita fa bene fermarsi un attimo, fare un riassunto, una verifica di quanto fatto finora, guardarsi un po’ in giro e scoprire che si è diventati ciò che si è grazie a una serie di eventi, a volte piccole combinazioni che magari ci hanno segnato più degli accadimenti importanti. Questi piccoli eventi sono nascosti nei ricordi, e a volte escono prepotenti, più limati negli aspetti negativi, addolciti dal tempo. Fra i momenti a cui più sovente rivolgo il pensiero ci sono sicuramente le avventure in terra africana, che ho girato per anni in lungo e in largo con mezzi locali, autostop, fuoristrada… ma sempre con la compagnia dell’amata chitarra. La chitarra come passe-partout, per entrare in contatto con popoli difficili da capire verbalmente, perché parlano lingue ‘impossibili’ o perché il rapporto con gli occidentali è stato sempre per loro unicamente uno scambio economico (faccio la foto e pago) e/o sottomissione ideologica. Nella mia raccolta di diapositive, centinaia di scatti, a volte venduti a riviste di viaggi e avventura, l’Africa ha un posto a parte, come pure dentro al mio cuore, e ho voluto ritagliare per voi questi due piccoli ricordi, vissuti anche grazie alla compagnia della chitarra.

Ruanda-Congo
Sono in Ruanda, a cinquecento metri dal confine con il Congo; a Nairobi, città dalla quale sono partito un mese fa circa, l’ambasciata congolese non ha voluto-potuto rilasciarmi il visto d’ingresso, dicendomi che avrei dovuto procurarmelo in Italia. Ma ormai sono qui, ho in programma di incontrare gli hutu, i pigmei della foresta pluviale, conoscerli da vicino e passare qualche giorno con loro, poi vorrei salire nella zona dei vulcani per vedere i gorilla beringei, animali a rischio estinzione, portati alla conoscenza del mondo da Dian Fossey, ricercatrice uccisa poi dai bracconieri.
Insomma vorrei proprio passarlo ’sto confine.
È il 1990, i mondiali di calcio sono in pieno svolgimento, non è che mi interessa granché la cosa, ma almeno il nome dei giocatori della nazionale un po’ li conosco (questo mi servirà più avanti, ecco perché ve ne parlo). Con me ho lo zaino con tendina leggera e, ovviamente, la chitarra.
Decido di scendere dal matatu (bus locale) nel villaggio che ospita il posto di confine e scendo lungo le rive del fiume che costeggia il paese, cammino lungo la sponda per alcuni minuti e quando mi sembra di essere ormai dall’altra parte risalgo, approfittando sempre del gran casino che regna in quei posti di frontiera, tra mercati che fioriscono non appena si riuniscono più di dieci persone. Ogni tanto si affaccia il pensiero «ma se qualcuno mi ferma e…», però non ci voglio pensare più di tanto, anzi. Anzi, ormai confuso nella folla, decido di fare un po’ di festa con loro, prendo la chitarra e inizio a suonare, suonare è un po’ troppo, diciamo accompagnarmi, perché so bene quanto gli africani amino la musica, il ritmo, e allora via con il classico locale “Jambo Bwana”, un po’ colonialista come canzone ma apprezzata e conosciuta da tutti! Ovvio che di lì a poco il mercato si trasferisce vicino a me, polizia di frontiera compresa, che balla con fucili e mitragliette al collo, e ogni tanto, così per creare più casino e sapendo della passione per il calcio dei locali, infilo nel testo delle canzoni i nomi dei calciatori… Schillaci è un dio, al suo nome tutti urlano e applaudono. Nessuno chiaramente si preoccupa di chiedermi il passaporto, l’Occidente e le sue burocrazie è lontano, qua ci siamo noi, uomini, e ci bastiamo così.
La festa dura fino a esaurimento di voce e repertorio, il ‘visto d’entrata’ musicale ha funzionato a meraviglia, tant’è che sono stato persino invitato nella casermetta della polizia a bere birra con loro, dopo averne comprate due casse, in regalo ai gendarmi… non si sa mai.

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I pigmei, popolo della foresta
Il camionista a cui ho chiesto un passaggio nell’unica grande strada che attraversa la foresta pluviale mi lascia augurandomi buon viaggio: è olandese e ha la malaria, da anni, ormai sa che a scadenze fisse la febbre lo obbliga a fermarsi per qualche giorno, l’unico lavoro che può fare è questo: i tempi da queste parti non sono così stretti come da noi…
Con me c’è un tutsi, un ragazzo del posto che si è offerto di accompagnarmi, per sicurezza e anche per poter capire qualcosa in più del popolo che incontrerò. La guerra tra tutsi e hutu è ancora lontana, e a distanza di anni non riesco davvero a trovarne le motivazioni etnico-culturali, se non nell’intromissione di interessi economici portati dai ‘civili’ Paesi Occidentali.
Camminando nella foresta si capisce perché alla fine gli indigeni siano diventati così piccoli: loro non hanno grossi problemi a correre in questo intrico di rami, cespugli, ragnatele come tappeti stesi da un albero all’altro. Ma perché io non mi sono procurato una custodia per la chitarra a tracolla? Trascinarsi dietro ’sto sarcofago in un ambiente simile è veramente comico… incontrassi mai quelli del National Geographic il servizio lo farebbero su di me credo!
Mentre cammino penso a come organizzare l’entrata nel villaggio, credo ci arriverò con la chitarra al collo cantando “Il pescatore” di De André, versione PFM, bella ritmica, giusta; eccomi, attacco.
Tempo dieci secondi e sono circondato, anzi assediato, da donne e bambini, gli uomini sono a caccia, spero non siano gelosi! «All’ombra dell’ultimo sole»… cantata qui ha un sapore differente, la foresta è così fitta che il sole ci arriva di rado. Ma ecco che arrivano gli uomini, e nel giro di tre secondi partono le percussioni, ognuno si esprime come meglio sa fare, percuote, urla, canta, balla… il ‘repertorio’ non conta più, canto di tutto, le Savarez confermano di essere ottime corde, non fosse altro per le sollecitazioni che subiscono quando i ragazzini prendono la chitarra e fanno finta di usarla come arco per le frecce; tutti la vogliono suonare e io acconsento di buon grado. Questo è un popolo semplice, ricco di cultura e tradizione: pensate che non avendo scrittura ogni conoscenza (tradizioni e vita quotidiana) viene tramandata grazie a ‘racconti sonori’, non proprio canzoni, piuttosto nenie, filastrocche, uguali da secoli perché la foresta è così da sempre, e loro da sempre ne sono figli. Va da sé che per i tre giorni che sono stato con loro la chitarra è stata la guest star, ma non pensate che sia stata solo uno strumento ritmico, d’accompagnamento: con mia grande sorpresa ho potuto vedere con quanta attenzione ascoltavano il suono, la melodia, qualsiasi brano suonassi erano lì, presenti…
Mi chiedo, anni dopo questa mia avventura, cosa resti nei loro ricordi di quegli incredibili giorni: a me tanto, e con amicizia li voglio condividere con voi, uomini bianchi dotati di unghie nella mano destra… «Jambo…»

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PUBBLICATO
Chitarra Acustica, 11/2013

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Redazione

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