John RenbournGuitar Works – Solo compositions for classical or acoustic guitar – Revised and edited by Marco RossettiFaber Music / Volontè & Co

John Renbourn per chitarra classica! E non inganni il sottotitolo del volume che magnanimamente amplia il bacino d’utenza anche alla ‘acoustic guitar’ (e comunque: perché no?): qui si sente il nylon, qui ci vuole il poggiapiede, qui bisogna mettersi la chitarra sulla gamba sinistra e… (per molti ci sarà un sonoro «ahimè!», il primo) qui bisogna saper leggere la musica (anche se naturalmente l’ottimo CD, con le magnifiche esecuzioni di Marco Rossetti che accompagna l’edizione, potrà servire da modello per chi voglia comunque approcciare queste trascrizioni riproducendole per imitazione). Ma la prima cosa che colpisce in questa meritoria iniziativa è proprio la perizia, la ricchezza e l’esattezza delle trascrizioni su pentagramma ad opera di Marco Rossetti che, nella appassionata Prefazione che apre il volume dopo la ‘benedizione’ dello stesso Renbourn, racconta con commozione e quasi devozione i lunghi momenti trascorsi con il Maestro a ‘costruire’ questi nuovi arrangiamenti, verificandoli momento per momento, corollario di una fascinazione iniziata nei mitici anni ’80 (ma per chi scrive erano già mitici i ’70: e qui dico io «ahimè!», e due) del Fokstudio romano.
La seconda cosa che emerge è la statura davvero imponente di Renbourn come autore: cosa già risaputa, certo, ma che in qualche modo riceve da questa operazione come un’investitura ufficiale (qualche volta ce vo’, e qui parte il terzo «ahimè!») perché i suoi brani, anche quelli notissimi come “The Hermit”,  “Judy” non a caso qui “New Judy”, “Luke’s Little Summer”, “The Black Balloon”, “Ladye Goes to Church”, “Luckett Sunday” trovano sonorità ed echi inauditi. E bene ha fatto Rossetti a paragonare la scrittura e la figura renbourniane a quelle di Villa-Lobos, di Barrios, di Jiménez Manjón, gente che ha bagnato la propria raffinatissima innovazione stilistica ed espressiva nel ‘popolare’, restando sempre profondamente originale e aperta a tutte le influenze. Nel caso di Renbourn colpiscono le reminiscenze arcaizzanti (che poi negli usi modali vanno a ricollegarsi al blues, al folk, al jazz) a partire dagli splendidi titoli quali “Ladye Nothynge’s Toye Puffe” o “Arc et Senans”. Ma il top del volume (e del CD) resta secondo me l’iniziale “Palermo Snow”, nella quale il ‘nordico’ John fa suoi, con infinito amore, gli occhi incantati dei siciliani davanti a una inusuale nevicata e produce un brano di inaudita ricchezza armonica e melodica (mediterranea, siciliana e a tratti addirittura rusticana) che si conclude con un baluginio di armonici che rimane nel cuore per molti giorni.
Tanto altro si potrebbe dire, ma il volume e il CD parlano da soli (ci sono commenti accurati dei singoli brani, appendici di approfondimento con varianti e simboli frequentemente usati…) e quindi chiudo qui con un’unica e doverosa avvertenza: nessuna illusione, i brani (quarto e ultimo «ahimè!») non sono facili, la scrittura è talvolta densa e sono richieste notevoli capacità espressive. Nessuna illusione ma anche nessuno scoraggiamento: ascoltare, approcciare, costruire, entrare in questi brani è un lavoro dello spirito che arricchisce, migliora, fa stare bene.  Come un viaggio in terre inesplorate o che, così, nessuno aveva esplorato mai. Avete presente Il Milione? Ecco…
Comprare subito.

Carlo de Nonno


Chitarra Acustica, 4/2013, pp. 16-17

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  1. mauro Reply

    Scusa, non ho capito: perché se suono i pezzi di Renbourn con la chitarra classica (acustica con corde di nylon) dovrei affidarmi a “nuovi arrangiamenti”, non vanno bene gli spartiti originali?
    Perché poi dovrei usare il poggiapiede? O suonare sulla gamba sinistra?

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