James Taylor and Band in ItaliaJames Taylor and Band in Italia

Come già annunciato, James Taylor è atteso in Italia nel mese di marzo per una fitta tournée di ben sedici date. E come lui stesso racconta, «nel corso di questi ultimi trenta-quarant’anni è proprio dall’Italia che, rispetto a tutto il resto dell’Europa, ho ricevuto più sostegno ed è il pubblico italiano che maggiormente mi ha seguito. Quindi questa tournée è quasi un ritorno a casa, senza però nulla togliere dell’entusiasmo e dello spirito di novità che l’esperienza italiana può sempre rappresentare». Ad accompagnarlo ci sarà una band essenziale e collaudatissima, formata da Steve Gadd alla batteria, Jimmy Johnson al basso e Larry Goldings al piano; anche se quest’ultimo, per precedenti impegni, sarà sostituito nelle prime sei date dal fidato amico Jaff Babko. Che James tenesse molto a questa tournée, è stato del resto confermato dal giro promozionale previsto nel nostro paese a fine gennaio, che lo ha visto partecipare a numerose trasmissioni radiofoniche e televisive. Noi abbiamo assistito alla sua conferenza stampa romana, che si è rivelata non priva di spunti interessanti e di cui vi proponiamo ampi stralci. Di solito, in conferenze di questo tipo, non è facile entrare nel merito di questioni relative alla tecnica musicale e chitarristica. In questo caso, però, oltre alla sua sincera disamina della propria dimensione musicale tradizionale e poco ‘formalizzata’, abbinata a gusti musicali molto vicini al jazz, abbiamo accolto con soddisfazione la presenza di diverse domande sul mondo della chitarra. Potenza delle lezioni di chitarra che ha iniziato a tenere da qualche tempo sul suo sito?

James Taylor

Cos’è che porta un’artista con la tua carriera alle spalle ad avere ancora oggi gli stimoli giusti per andare a suonare in giro per tutto il mondo? Qual è il segreto?
In effetti anch’io mi interrogo spesso su cosa mi porta ancora oggi a volermi esibire dal vivo davanti a un pubblico. E devo dire che questa esperienza non mi stanca mai, mi attira, mi intriga. Per me, e credo sia vero per tutti i musicisti, è molto importante potermi esibire dal vivo, è semplicemente la mia attività, quello che amo fare. Tra l’altro, questo mi consente di fare anche un’altra cosa che amo moltissimo, viaggiare, scoprire nuovi paesi. E la cosa bellissima, in questo caso, è che magari arrivo in un paese nuovo e, con mia somma sorpresa, vedo che c’è tanta gente che non solo conosce la mia musica, ma ha il piacere di venire ad ascoltarla e di seguirmi. E così questa resta una fonte inesauribile di stimoli, di interesse, potermi tra l’altro esibire dal vivo con dei musicisti così validi. È quello che amo di più e quello che il pubblico sembra desiderare: questo lo considero quasi un piccolo miracolo ogni volta.

Tu hai rappresentato insieme ad altri musicisti la colonna sonora di molti movimenti sociali: ricordiamo per esempio No Nukes. Adesso sembrerebbe che in America non ci siano più musicisti che supportano le cause sociali. È solo una sensazione? Torneresti ad affiancarti ai movimenti attuali?
Devo dire che io sono ancora piuttosto attivo sul fronte delle campagne politiche, collaboro anche attivamente con moltissimi gruppi ambientalisti e – almeno nel mio caso, ma credo che sia vero anche in generale – ho l’impressione che questo impegno stia continuando, che non sia un fenomeno in calo. Certo, ci sono alcuni che fanno molto più di me e altri che invece fanno di meno. Per esempio quelli che ammiro in assoluto sono figure come Jackson Browne e Bonnie Raitt, che dedicano la metà del loro tempo libero a sostegno di cause sociali. Però, insomma, io ho l’impressione, anzi la convinzione di continuare a essere piuttosto impegnato. E quest’anno, per esempio, sono impegnato a sostenere la campagna per la rielezione del presidente Obama. Sono molto rassicurato  e sollevato dal fatto che abbiamo come presidente degli Stati Uniti un uomo come Barack Obama. Questa sua amministrazione sta facendo man mano progressi, sta imparando a gestire il paese, e non dobbiamo dimenticare che erano presenti un’enormità di problemi nel momento in cui è stato eletto. Anzi, ricordo in particolare una rivista satirica americana, The Onion, che al momento della sua elezione fece questo titolo: «Uomo nero ottiene il peggior posto di lavoro disponibile negli Stati Uniti!» Ecco, lui sta facendo del suo meglio, soprattutto considerando il fatto che il Congresso è particolarmente ostico nei suoi confronti e fa tutt’altro che collaborare. Dobbiamo anche pensare a quali sono le alternative. È per questo che per me è un sollievo pensare che il paese sia guidato da un uomo come Barak Obama. Credo che sia una delle cose migliori che potesse accadere nel nostro paese, certamente da molti anni a questa parte, e posso dire che gli do il mio sostegno incondizionato. Mi è stato chiesto di dare il mio contributo e questo lo ritengo un grande onore e una grossa responsabilità.

Basta collegarsi con il tuo sito web e ci si trova di fronte alle tue lezioni di chitarra. E, a parte la bellezza e il calore del luogo che hai scelto per le lezioni, come ti è venuta questa idea di insegnare la chitarra via internet?
Questa esperienza è nata semplicemente perché ho scoperto che il mio particolare stile chitarristico è stato oggetto d’insegnamento, così ho pensato che potesse essere utile da parte mia presentarlo in una forma semplice e molto accessibile. Ho pensato che potevo dare una mano a chi era interessato a imparare a suonare. Tenete presente che è un’esperienza piuttosto nuova per me, stiamo cercando di migliorare via via, nel corso di quest’anno sono state messe in rete tre-quattro lezioni ed è un progetto che contiamo di proseguire per i prossimi due anni. Per quanto riguarda il luogo che ho scelto, be’, è casa mia, dove ho uno studio. Insomma, è un’esperienza che permette un po’ anche a me di imparare qualche cosa. Ho pensato che fosse la cosa giusta da fare e finora la risposta è stata molto positiva.

Agganciandomi sempre all’aspetto chitarristico, perché tu sei un grandissimo autore, un grandissimo interprete, ma anche un grandissimo chitarrista, vorrei farti una domanda sul suono: al di là della capacità di condensare in arrangiamenti efficacissimi gli interventi delle tue dita sulle corde, il tuo suono risulta sempre molto squillante, molto avvolgente; indipendentemente dai modelli di chitarre che hai usato nel tempo, quel marchio rimane sempre. Da cosa dipende?
Da ragazzo ho preso qualche lezione di chitarra, ma poi quello che vi sto per descrivere – e mi scuso con i non addetti ai lavori se parlerò un po’ di dettagli tecnici – è essenzialmente qualcosa che ho inventato io. La mia tecnica è piuttosto semplice, si può descrivere in poche parole: non uso il plettro, uso le dita per suonare, è uno stile quasi pianistico che è nato proprio per accompagnare la voce, il cantato, e per rappresentare un po’ la spina dorsale degli arrangiamenti delle canzoni, la traccia che serve poi agli altri musicisti per l’esecuzione dei brani. È, per così dire, un modo per esprimere le mie idee musicali in una forma concentrata. Come dicevo, non ho avuto un’educazione formale come musicista, e quando devo comunicare qualcosa agli altri musicisti, lo posso fare solo ed esclusivamente attraverso la chitarra. Quindi il mio modo di suonare è un po’ ‘utilitaristico’ in questo senso: non credo che possa essere definito virtuosistico e serve soprattutto per l’accompagnamento.

In tempi recenti c’è stato uno sviluppo del songwriting, un’affermazione di cantautori che si sono proposti attraverso questo modo di comporre alla chitarra. Secondo il tuo giudizio ci sono delle novità o si continua a fare riferimento a modelli già sviluppati nel passato?
In realtà io credo che nessuno pensi mai qualcosa di totalmente nuovo. Siamo tutti, chi più chi meno, dei musicisti ispirati da qualcosa che abbiamo già sentito, da qualcosa che già conosciamo, e cerchiamo continuamente delle idee. Alcuni forse sono più originali, altri sono chiaramente delle derivazioni di chi li ha preceduti. Però, tutto sommato, tutti noi in qualche modo garantiamo una certa continuità dell’espressione musicale. Potremmo dire tranquillamente che «non c’è nulla di nuovo sotto il sole». Qualcuno, in passato, ha ritenuto di riconoscere in me un modo di fare musica nuovo, originale, ma in realtà io non ho fatto che rielaborare ciò che avevo già sentito, che già conoscevo. Penso che il mio approccio alla musica faccia riferimento soprattutto a un tipo di musica ‘folk’, una musica che non è il risultato di un’educazione musicale formale.

Per quanto riguarda la tua produzione artistica, l’ultimo album di inediti October Road risale al 2002. Proporrai qualche canzone nuova in questa lunga tournée italiana? Inoltre vorrei sapere cos’altro ha di così importante da fare il pianista Larry Goldings, visto che verrà sostituito nelle prime sei date?
Sto lavorando su dieci nuovi brani e prevediamo di poterne eseguire un paio nel corso delle date italiane. Quanto a Larry Goldings, per via di impegni precedenti non è in grado di unirsi a noi prima della data di Milano, però verrà sostituito da un suo grande amico, Jaff Babko, che è a sua volta un grande pianista. Invece la formazione con Steve Gadd alla batteria e Jimmy Johnson al basso sarà presente in tutta la tournée.

Sappiamo tutti da dove vieni, conosciamo i molti premi e riconoscimenti che hai ricevuto nel corso della tua carriera. Giunti a questo punto, quale può essere il prossimo obiettivo di James Taylor?
Devo dire che nel corso di tutta la mia carriera, che ha visto nascere venti album e centocinquanta canzoni, non ho mai avuto la sensazione di rappresentare per così dire un momento di svolta, d’innovazione, di stacco dalla tradizione che avevo perseguito. Il mio è sempre stato in qualche modo un ‘cammino’ evolutivo: ho conosciuto momenti in cui ho rivisitato territori emotivi che avevo già esplorato nella mia esperienza musicale. Mi esprimo essenzialmente utilizzando un particolare vocabolario musicale, che cresce e si evolve, sì, però non mi porta mai a chiedermi quale sarà il prossimo obiettivo, quale sarà la nuova direzione verso la quale mi incamminerò. Essenzialmente mi incuriosce, forse a me più che a chiunque altro, quello che potrà essere il mio cammino, come potrò continuare lungo questa strada. A volte ho l’impressione di aver scritto soltanto quindici canzoni dieci volte ciascuna, perché alla fine penso di affrontare sempre le stesse tematiche, le stesse emozioni, non faccio che rivisitare, riesplorare territori già conosciuti. Forse, in fin dei conti, nessuno può dire di avere più di venti canzoni dentro di sé da esprimere.

C’è un disco che porteresti sull’astronave verso Marte?
È molto difficile rispondere… Ray Charles, Yes Indeed!… Ma forse anche Sketches of Spain di Miles Davis… E Getz/Gilberto di Stan Getz e João Gilberto con Astrud Gilberto! Poi… Ry Cooder, Paradise and Lunch.

Andrea Carpi
Gabriele Longo

Le date
6 marzo, Napoli, Teatro Augusteo
7 marzo, Catanzaro, Teatro Politeama
8 marzo, Catania, Teatro Metropolitan
10 marzo, Lucca, Teatro del Giglio
12 marzo, Cagliari, Teatro Lirico
14 marzo, Brescia, Teatro Grande
16 marzo, Milano, Teatro Degli Arcimboldi
19 marzo, Torino, Teatro Colosseo
20 marzo, Bologna, Auditorium Manzoni
22 marzo, Ancona, Teatro Delle Muse
24 marzo, Padova, Gran Teatro Geox
25 marzo, Como, Teatro Sociale
27 marzo, Bari, Teatro Team
29 marzo, Genova, Teatro Carlo Felice
30-31 marzo, Roma, Auditorium Conciliazione

Infoline: tel. 0584 46477; prevendite: TicketOne
http://www.jamestaylor.com.


 Chitarra Acustica, 2/2012, pp. 5-7

Come già annunciato, James Taylor è atteso in Italia nel mese di marzo per una fitta tournée di ben sedici date. E come lui stesso racconta, «nel corso di questi ultimi trenta-quarant’anni è proprio dall’Italia che, rispetto a tutto il resto dell’Europa, ho ricevuto più sostegno ed è il pubblico italiano che maggiormente mi ha seguito. Quindi questa tournée è quasi un ritorno a casa, senza però nulla togliere dell’entusiasmo e dello spirito di novità che l’esperienza italiana può sempre rappresentare». Ad accompagnarlo ci sarà una band essenziale e collaudatissima, formata da Steve Gadd alla batteria, Jimmy Johnson al basso e Larry Goldings al piano; anche se quest’ultimo, per precedenti impegni, sarà sostituito nelle prime sei date dal fidato amico Jaff Babko. Che James tenesse molto a questa tournée, è stato del resto confermato dal giro promozionale previsto nel nostro paese a fine gennaio, che lo ha visto partecipare a numerose trasmissioni radiofoniche e televisive. Noi abbiamo assistito alla sua conferenza stampa romana, che si è rivelata non priva di spunti interessanti e di cui vi proponiamo ampi stralci. Di solito, in conferenze di questo tipo, non è facile entrare nel merito di questioni relative alla tecnica musicale e chitarristica. In questo caso, però, oltre alla sua sincera disamina della propria dimensione musicale tradizionale e poco ‘formalizzata’, abbinata a gusti musicali molto vicini al jazz, abbiamo accolto con soddisfazione la presenza di diverse domande sul mondo della chitarra. Potenza delle lezioni di chitarra che ha iniziato a tenere da qualche tempo sul suo sito?

James Taylor

Cos’è che porta un’artista con la tua carriera alle spalle ad avere ancora oggi gli stimoli giusti per andare a suonare in giro per tutto il mondo? Qual è il segreto?
In effetti anch’io mi interrogo spesso su cosa mi porta ancora oggi a volermi esibire dal vivo davanti a un pubblico. E devo dire che questa esperienza non mi stanca mai, mi attira, mi intriga. Per me, e credo sia vero per tutti i musicisti, è molto importante potermi esibire dal vivo, è semplicemente la mia attività, quello che amo fare. Tra l’altro, questo mi consente di fare anche un’altra cosa che amo moltissimo, viaggiare, scoprire nuovi paesi. E la cosa bellissima, in questo caso, è che magari arrivo in un paese nuovo e, con mia somma sorpresa, vedo che c’è tanta gente che non solo conosce la mia musica, ma ha il piacere di venire ad ascoltarla e di seguirmi. E così questa resta una fonte inesauribile di stimoli, di interesse, potermi tra l’altro esibire dal vivo con dei musicisti così validi. È quello che amo di più e quello che il pubblico sembra desiderare: questo lo considero quasi un piccolo miracolo ogni volta.

Tu hai rappresentato insieme ad altri musicisti la colonna sonora di molti movimenti sociali: ricordiamo per esempio No Nukes. Adesso sembrerebbe che in America non ci siano più musicisti che supportano le cause sociali. È solo una sensazione? Torneresti ad affiancarti ai movimenti attuali?
Devo dire che io sono ancora piuttosto attivo sul fronte delle campagne politiche, collaboro anche attivamente con moltissimi gruppi ambientalisti e – almeno nel mio caso, ma credo che sia vero anche in generale – ho l’impressione che questo impegno stia continuando, che non sia un fenomeno in calo. Certo, ci sono alcuni che fanno molto più di me e altri che invece fanno di meno. Per esempio quelli che ammiro in assoluto sono figure come Jackson Browne e Bonnie Raitt, che dedicano la metà del loro tempo libero a sostegno di cause sociali. Però, insomma, io ho l’impressione, anzi la convinzione di continuare a essere piuttosto impegnato. E quest’anno, per esempio, sono impegnato a sostenere la campagna per la rielezione del presidente Obama. Sono molto rassicurato  e sollevato dal fatto che abbiamo come presidente degli Stati Uniti un uomo come Barack Obama. Questa sua amministrazione sta facendo man mano progressi, sta imparando a gestire il paese, e non dobbiamo dimenticare che erano presenti un’enormità di problemi nel momento in cui è stato eletto. Anzi, ricordo in particolare una rivista satirica americana, The Onion, che al momento della sua elezione fece questo titolo: «Uomo nero ottiene il peggior posto di lavoro disponibile negli Stati Uniti!» Ecco, lui sta facendo del suo meglio, soprattutto considerando il fatto che il Congresso è particolarmente ostico nei suoi confronti e fa tutt’altro che collaborare. Dobbiamo anche pensare a quali sono le alternative. È per questo che per me è un sollievo pensare che il paese sia guidato da un uomo come Barak Obama. Credo che sia una delle cose migliori che potesse accadere nel nostro paese, certamente da molti anni a questa parte, e posso dire che gli do il mio sostegno incondizionato. Mi è stato chiesto di dare il mio contributo e questo lo ritengo un grande onore e una grossa responsabilità.

Basta collegarsi con il tuo sito web e ci si trova di fronte alle tue lezioni di chitarra. E, a parte la bellezza e il calore del luogo che hai scelto per le lezioni, come ti è venuta questa idea di insegnare la chitarra via internet?
Questa esperienza è nata semplicemente perché ho scoperto che il mio particolare stile chitarristico è stato oggetto d’insegnamento, così ho pensato che potesse essere utile da parte mia presentarlo in una forma semplice e molto accessibile. Ho pensato che potevo dare una mano a chi era interessato a imparare a suonare. Tenete presente che è un’esperienza piuttosto nuova per me, stiamo cercando di migliorare via via, nel corso di quest’anno sono state messe in rete tre-quattro lezioni ed è un progetto che contiamo di proseguire per i prossimi due anni. Per quanto riguarda il luogo che ho scelto, be’, è casa mia, dove ho uno studio. Insomma, è un’esperienza che permette un po’ anche a me di imparare qualche cosa. Ho pensato che fosse la cosa giusta da fare e finora la risposta è stata molto positiva.

Agganciandomi sempre all’aspetto chitarristico, perché tu sei un grandissimo autore, un grandissimo interprete, ma anche un grandissimo chitarrista, vorrei farti una domanda sul suono: al di là della capacità di condensare in arrangiamenti efficacissimi gli interventi delle tue dita sulle corde, il tuo suono risulta sempre molto squillante, molto avvolgente; indipendentemente dai modelli di chitarre che hai usato nel tempo, quel marchio rimane sempre. Da cosa dipende?
Da ragazzo ho preso qualche lezione di chitarra, ma poi quello che vi sto per descrivere – e mi scuso con i non addetti ai lavori se parlerò un po’ di dettagli tecnici – è essenzialmente qualcosa che ho inventato io. La mia tecnica è piuttosto semplice, si può descrivere in poche parole: non uso il plettro, uso le dita per suonare, è uno stile quasi pianistico che è nato proprio per accompagnare la voce, il cantato, e per rappresentare un po’ la spina dorsale degli arrangiamenti delle canzoni, la traccia che serve poi agli altri musicisti per l’esecuzione dei brani. È, per così dire, un modo per esprimere le mie idee musicali in una forma concentrata. Come dicevo, non ho avuto un’educazione formale come musicista, e quando devo comunicare qualcosa agli altri musicisti, lo posso fare solo ed esclusivamente attraverso la chitarra. Quindi il mio modo di suonare è un po’ ‘utilitaristico’ in questo senso: non credo che possa essere definito virtuosistico e serve soprattutto per l’accompagnamento.

In tempi recenti c’è stato uno sviluppo del songwriting, un’affermazione di cantautori che si sono proposti attraverso questo modo di comporre alla chitarra. Secondo il tuo giudizio ci sono delle novità o si continua a fare riferimento a modelli già sviluppati nel passato?
In realtà io credo che nessuno pensi mai qualcosa di totalmente nuovo. Siamo tutti, chi più chi meno, dei musicisti ispirati da qualcosa che abbiamo già sentito, da qualcosa che già conosciamo, e cerchiamo continuamente delle idee. Alcuni forse sono più originali, altri sono chiaramente delle derivazioni di chi li ha preceduti. Però, tutto sommato, tutti noi in qualche modo garantiamo una certa continuità dell’espressione musicale. Potremmo dire tranquillamente che «non c’è nulla di nuovo sotto il sole». Qualcuno, in passato, ha ritenuto di riconoscere in me un modo di fare musica nuovo, originale, ma in realtà io non ho fatto che rielaborare ciò che avevo già sentito, che già conoscevo. Penso che il mio approccio alla musica faccia riferimento soprattutto a un tipo di musica ‘folk’, una musica che non è il risultato di un’educazione musicale formale.

Per quanto riguarda la tua produzione artistica, l’ultimo album di inediti October Road risale al 2002. Proporrai qualche canzone nuova in questa lunga tournée italiana? Inoltre vorrei sapere cos’altro ha di così importante da fare il pianista Larry Goldings, visto che verrà sostituito nelle prime sei date?
Sto lavorando su dieci nuovi brani e prevediamo di poterne eseguire un paio nel corso delle date italiane. Quanto a Larry Goldings, per via di impegni precedenti non è in grado di unirsi a noi prima della data di Milano, però verrà sostituito da un suo grande amico, Jaff Babko, che è a sua volta un grande pianista. Invece la formazione con Steve Gadd alla batteria e Jimmy Johnson al basso sarà presente in tutta la tournée.

Sappiamo tutti da dove vieni, conosciamo i molti premi e riconoscimenti che hai ricevuto nel corso della tua carriera. Giunti a questo punto, quale può essere il prossimo obiettivo di James Taylor?
Devo dire che nel corso di tutta la mia carriera, che ha visto nascere venti album e centocinquanta canzoni, non ho mai avuto la sensazione di rappresentare per così dire un momento di svolta, d’innovazione, di stacco dalla tradizione che avevo perseguito. Il mio è sempre stato in qualche modo un ‘cammino’ evolutivo: ho conosciuto momenti in cui ho rivisitato territori emotivi che avevo già esplorato nella mia esperienza musicale. Mi esprimo essenzialmente utilizzando un particolare vocabolario musicale, che cresce e si evolve, sì, però non mi porta mai a chiedermi quale sarà il prossimo obiettivo, quale sarà la nuova direzione verso la quale mi incamminerò. Essenzialmente mi incuriosce, forse a me più che a chiunque altro, quello che potrà essere il mio cammino, come potrò continuare lungo questa strada. A volte ho l’impressione di aver scritto soltanto quindici canzoni dieci volte ciascuna, perché alla fine penso di affrontare sempre le stesse tematiche, le stesse emozioni, non faccio che rivisitare, riesplorare territori già conosciuti. Forse, in fin dei conti, nessuno può dire di avere più di venti canzoni dentro di sé da esprimere.

C’è un disco che porteresti sull’astronave verso Marte?
È molto difficile rispondere… Ray Charles, Yes Indeed!… Ma forse anche Sketches of Spain di Miles Davis… E Getz/Gilberto di Stan Getz e João Gilberto con Astrud Gilberto! Poi… Ry Cooder, Paradise and Lunch.

Andrea Carpi
Gabriele Longo

Le date
6 marzo, Napoli, Teatro Augusteo
7 marzo, Catanzaro, Teatro Politeama
8 marzo, Catania, Teatro Metropolitan
10 marzo, Lucca, Teatro del Giglio
12 marzo, Cagliari, Teatro Lirico
14 marzo, Brescia, Teatro Grande
16 marzo, Milano, Teatro Degli Arcimboldi
19 marzo, Torino, Teatro Colosseo
20 marzo, Bologna, Auditorium Manzoni
22 marzo, Ancona, Teatro Delle Muse
24 marzo, Padova, Gran Teatro Geox
25 marzo, Como, Teatro Sociale
27 marzo, Bari, Teatro Team
29 marzo, Genova, Teatro Carlo Felice
30-31 marzo, Roma, Auditorium Conciliazione

Infoline: tel. 0584 46477; prevendite: TicketOne
http://www.jamestaylor.com.

 Chitarra Acustica, 2/2012, pp. 5-7

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  1. dante Reply

    le date sono 16. è stata aggiunta un’ultima data a Bari, il 27 marzo al Teatroteam!

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