James Maddock “Insanity vs. Humanity”

(di Freddie del Curatolo / foto di Paolo Brillo) Ci sono album che segnano la carriera di un artista e spesso vengono definiti dischi ‘della maturità’. Per James Maddock, inglese ormai trapiantato da anni nella Grande Mela, la maturità è un fatto superato da diverso tempo. Almeno da quando la sua consapevolezza ha sublimato la naturale propensione all’inquietudine, alla critica sociale, alla poesia viva e combattente, in canzoni e album di grande livello.

A tre anni di distanza dall’ottimo The Green, Maddock torna con una carrellata di suoni e visioni che appoggiano la sua voce profonda e graffiante ai fili elettrici di un mai sopito afflato rock e di testi incisivi, autentici, tra romanticismo, introspezione, ironia e incazzatura. Un British loser che non dimentica le radici e le ispirazioni musicali, ma non può non osservare la realtà del Paese in cui vive.

A partire dal titolo, Insanity vs. Humanity, si capisce quanto le canzoni del songwriter di Leicester siano frutto del disagio del vivere questi tempi spiazzanti, specie per chi fa questo mestiere con passione.

Il nuovo album, stampato e distribuito nel nostro Paese dalla storica etichetta Appaloosa con la traduzione in italiano dei testi, si apre in puro stile ‘Americana’ con il country rock di “I Can’t Settle”, manifesto della solitudine dei nostri giorni e di chi, pur ferito e allo sbando, non si vuole piegare. È grande poesia, contrappuntata dal fantastico mandolino dell’amico di sempre David ‘Immy’ Immergluck, musicista della cult band Counting Crows: «Come l’acqua si muove in una teiera che bolle, lo spirito del cavallo galoppa nelle pianure, come il vento soffia sui petali cangianti, nel fuoco da campo io sono la fiamma danzante. Come la banderuola che gira lacera, strappata, irrequieta, arrugginita, non trovo pace».

Più lineare la ballata “Watch It Burn”, con piacevoli incroci di chitarre elettriche e i cori preziosi di Garland Jeffreys che aprono il pezzo in maniera addirittura epica. C’è un sottinteso tributo al grande Tom Petty, ma con accenni di rebel rock che rivelano la mai sopita vena da British born: «Non mi dispiace un po’ di violenza contro il sistema, e un tumulto è la festa degli oppressi, ma la rabbia è come il vapore senza un pistone, e il pistone trasforma la mano in un pugno».

Si torna a suoni più vellutati con la dolcezza di “Leave Me Down”, con un bella spruzzata soul finale e un assolo di chitarra che evidenzia, se ce ne fosse bisogno, lo stile personale e convincente del Maddock chitarrista, ben sorretto dal basso di Drew Mortali, dalla batteria di Aaron Commess e dall’irrinunciabile Ben Stivers, che alterna Hammond e tastiere a colorare il tutto.

Scorre bene “What the Elephants Know”, con un incedere alla Lucinda Williams e un ritornello che conferma lo stato di grazia del Maddock compositore di belle canzoni: «I leoni nella giungla e i serpenti nell’erba si fanno tutti gli affari loro. Le stagioni vanno e vengono e plasmano il paesaggio. Nessuno aspetta Natale. Non sappiamo quello che sanno le orche assassine, non sappiamo quello che sanno i bufali, quello che sanno gli elefanti. Non sappiamo quello che sanno gli istrici, non sappiamo quello che sanno gli gnu, quello che sanno gli elefanti».

Ed ecco la maturità esplodere nei cinquantacinque anni del ‘ragazzino Jimmy’, che guarda la vita con ottimismo nel ‘mezzo del cammin’ di questo bellissimo disco. “Kick the Can” è pura malinconia che si libera come un cielo dalle nuvole, per mostrare i raggi di sole in tutto il loro splendore rassicurante. Inutile andare a cercare riferimenti (aleggia ogni tanto anche lo spirito del Boss), perché questo è il puro stile Maddock. Con strofe che non lasciano indifferenti: “Se riesci ad alzarti e fare pipì, respira l’aria al mattino, apprezza il sole e il vento negli occhi. La pelle di chi riposa lì, accanto a te. Mentre le guardi il petto alzarsi e abbassarsi».

È il preludio del gioiello assoluto di Insanity vs. Humanity, la ballata scritta insieme al vecchio compagno di birre (e non solo) Mike Scott dei Waterboys. “November Tale” è una di quelle slow song senza tempo che fanno bene all’anima, dove il pianoforte di Stivers è un’onda del grande mare che unisce le coste d’Irlanda alla baia dell’Hudson. Onde portate da due correnti ben distinte, come le carriere artistiche di Scott e Maddock, ma con parecchi punti (e spunti) in comune. Due grandi visionari che sanno scrivere con l’anima: «Vediamoci alla sfilata dei pazzi, al rintocco delle campane di mezzanotte. Ci vestiremo da arlecchino e clown. Impileremo tutti gli errori che abbiamo fatto, in una torre troppo alta per arrampicarcisi. Faremo bruciare quella cosa maledetta».

Dopo un ‘pezzone’ del genere, ci sta al bacio un rock and roll (auto)ironico e divertente, che rimanda al “The Outsider” di Rodney Crowell. Chitarre saltellanti e canto consapevole e ammiccante da tante notti di baldoria e troppe cicche spente.

Ed ecco il momento della title track, la summa di un lavoro che raccoglie le molte anime di un songwriter che non ha mai rinunciato a dare un senso alla sua musica. È facile immaginare “Insanity vs. Humanity” interpretata da un Van Morrison, alla maniera della “No Religion” dell’album Days Like This” o di qualche altro capolavoro di anni prima, dalle parti delle ‘settimane astrali’. Perché ci vuole un talento affinato negli anni e in botti di rovere, oltre che coraggio, per incominciare una splendida canzone con versi del genere: “Gli alieni sono qui, ma è difficile capirlo. Sembrano proprio come noi, ci hanno stregati. Ci hanno fatto vivere in un inferno vivente. È follia contro umanità».

Per chi vive negli Stati Uniti, è anche la follia dell’epoca di Trump, dei muri innalzati, della cultura dell’odio. Da quest’impulso e questa rabbia nasce “The Mathematician”, tre minuti di pure Americana song che parla di immigrazione, di scavare sotto le macerie ammassate dalla superficialità e da chi ci marcia sopra: «Non sono solo un profugo» è l’urlo sommesso di una delle tante storie che in pochi sanno raccontare così bene in soli tre minuti di canzone.

Perché è proprio «un mondo di merda», come Jimmy canta in “Fucked Up World”, ma bisogna pure che qualcuno lo canti a suon di rock – echi springsteeniani sempre presenti – e di atmosfere raffinate come nella conclusiva, molto sixty “The Flame”. Una love song alla maniera del cantautore maledetto, dove l’amore, rifugio naturale dei loser, alla fine cerca di trionfare: «Poche parole crudeli delle tue belle labbra, sento l’odio del tuo amore, un amore sofferente. Quanto mi tieni sulla fiamma più mi avvicino più fa male. Sei buona con me piccola ma mi sento peggio. Smettila adesso, sto bruciando».

È finita qui, si direbbe. Invece godetevi le due ghost track dell’album. Una in puro stile Morrison, “Nearest Thing to Hip”, che lascia senza fiato, tra i disegni del piano e l’andamento jazzy. Come in “November Tale” c’è lo zampino di Mike Scott, e si sente. Ci si sorprende fino alla fine ad ascoltare l’abbinamento di un sound così denso, profondo e sognante con versi come fendenti vibrati nel cuore della nostra epoca: «Adesso ovunque io vada vedo strade, di scarso pregio e di grande desolazione e sciatteria. Come siamo arrivati fin qui? Abbiamo toccato il fondo per grazia contorta della legge della domanda e dell’offerta. L’unica cosa luminosa di questa città in rovina sono le pubblicità che gridano dalle insegne, piene di sciocchezze e cliché. E la libreria dell’usato piena di muffa e polverosa, ormai è una cazzo di sala giochi».

L’altra, “Fairytales of Love”, che chiude il sipario su un teatro a volte squallido e tetro, ma ancora capace di recuperare da dietro le quinte di questa disumana umanità ancora qualche opera, qualche fiaba emozionante: «Ora ogni storia gioca con la verità, le favole sono a prova di realtà, e il nostro racconto è iniziato tempo fa in un regno mistico e lontano lontano»…

Sul palco di questo teatro infinito, per un’ora esatta di pura arte, c’era soprattutto un grande narratore e fantastico costruttore di volute musicali, che ha messo in scena un bell’esempio di Resistenza sotto forma di canzoni di classe.

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