Jackson Browne all’Acoustic Guitar Meeting di Sarzana

Tutti quelli con cui parlo sono pronti a partire con la luce del mattino

Hanno visto abbastanza a lungo la fine arrivare per credere
Di aver sentito il loro ultimo avvertimento
Ognuno ha il suo biglietto in mano
E come scende la sera mi siedo a pensare ad Ogni Uomo

(Jackson Browne. “For Everyman”, dall’album omonimo, 1973)

Così, con la risposta scritta 37 anni fa a “Wooden Ships” dall’album Crosby, Stills & Nash (1969), un emozionato Jackson Browne inizia la perfomance magica di sabato 22 maggio sul palco centrale del XIII Acoustic Guitar Meeting di Sarzana, dopo che gli è stato consegnato il premio “Corde & Voci per Dialogo & Diritti”. È stato il risultato di un lungo lavoro, iniziato da Roy McAlister, amico di lunga data e liutaio di Jackson Browne, coordinato dalla grinta del direttore artistico della rassegna, Alessio Ambrosi, che non ha mai mollato. Anche nei momenti in cui sembrava proprio si dovesse rinunciare, ecco il jolly che non ti aspetti! Ma com’è cominciato il tutto?

Con la Gibson LG-2 anni ’40 (foto di Alfonso Giardino)

Abbiamo avuto un sogno
Durante l’XI edizione dell’AGM di Sarzana, Alessio Ambrosi, Roy McAlister ed io parlammo di un sogno: far tesoro della grande amicizia di lunga data di Roy con Jackson Browne per portarlo al festival. Eravamo proprio fuori della Fortezza Firmafede – sede storica dell’AGM – e tutti e tre discutevamo di come si poteva fare per portare un vero e proprio gigante della ‘nostra musica’ a Sarzana.
Tornato a Gig Harbor, Roy ha cominciato a parlare del festival a Jackson, ne ha parlato in maniera davvero entusiasmante dato che a Sarzana ci ha lasciato il cuore (e infatti ci ha portato poi quest’anno tutta la famiglia) e ne ha parlato tutte le volte che si sono incontrati. Un bel giorno, siamo nel 2009, mi arriva un’e-mail dal buon Roy, nella quale mi scrive che ci sono tre pass per il backstage del concerto che Jackson terrà a Bologna l’11 di maggio. Arriva il fatidico giorno al Teatro Manzoni di Bologna e, subito dopo il fantastico concerto, vado nei camerini dove JB mi riceve subito con un gran sorriso. Infatti Roy gli aveva anticipato la visita di un suo amico italiano. Dopo aver parlato di chitarre per una buona mezz’ora, gli comincio a raccontare del Meeting di Sarzana e lui mi conferma che Roy gliene ne aveva parlato tantissimo in termini davvero entusiastici. Quando gli dico che il festival si svolge in una fortezza del ’500, nelle cui stanze si tengono esposizioni di centinaia di chitarre acustiche, workshop di liuteria, seminari di chitarra e concerti, vedo una luce accendersi nei suoi occhi. Mi dice che gli piacerebbe venire, però Roy mi aveva avvertito: «Se fosse per Jackson, lui andrebbe in tutti i posti dove viene chiamato, ma poi il suo management gli ricorda la sua fittissima agenda di impegni e molte cose purtroppo sfumano». Così saluto Jackson con una flebile speranza di rivederlo a Sarzana.
Passa l’estate e Alessio mi telefona, dicendo con la passione che lo contraddistingue: «Andre’, ci dobbiamo provare, Roy lo deve contattare a tutti i costi!» Jackson è in tour e non risponde alle e-mail di Roy, ma quando ormai avevamo perso ogni speranza, Alessio viene a sapere che la manager di Jackson è Cree Clover Miller, figlia – udite udite – di Joel Rafael, che a sua volta a Sarzana ci aveva lasciato il cuore. Comincia allora una fitta rete di e-mail e telefonate tra Alessio e Cree, il cui tema era dare il premio “Corde & Voci” a Jackson Browne, che avrebbe suonato alcuni pezzi il sabato sera della settimana dell’AGM. Ricordo come fosse adesso la telefonata di Alessio: «Andre’, ti comunico ufficialmente che Jackson Browne sarà a Sarzana per ritirare il premio e suonerà alcuni pezzi, ma tu mi devi dare una mano, ti devi prendere cura di lui, ci conto». Stare tre giorni con Jackson Browne… e chi sarebbe stato cosi pazzo da rifiutare? Inizia cosi il conto alla rovescia.

Un po’ di storia
Jackson Browne nasce in Germania nell’ottobre del 1948, ma cresce a Los Angeles e la sua carriera di autore inizia prestissimo: all’età di sedici anni scrive già un capolavoro come “These Days”, che gli viene subito presa da Nico dei Velvet Underground. Durante l’ultimo anno della high school entra a far parte per un brevissimo periodo della Nitty Gritty Dirt Band, poi collabora con gli Eagles con cui fa dei tour insieme a Linda Ronstadt.
David Lindley è il musicista con cui Browne ha condiviso gran parte della sua vita musicale e le circostanze del loro incontro furono molto particolari. La prima volta si videro al Topanga Banjo Fiddle Contest, dove Jackson partecipò con la Nitty Gritty che vinse, mentre per il primo anno Lindley partecipò invece come giudice, dopo aver vinto cinque volte di fila; Ry Cooder fu uno dei promotori di questa nomina… forse perché lui arrivava sempre secondo! Contestualmente, Lindley e il suo gruppo, i Kaleidoscope, uscirono con un album che colpì molto Jackson. In seguito si incontrarono ad una convention della CBS, dove Lindley scoprì che Browne era un grande appassionato della musica dei Kaleidoscope e che andava ad ascoltarli stando fuori dai locali perché minorenne. Al primo concerto di JB al Troubadour, dove apriva per Linda Ronstadt, il batterista della Nitty Gritty si presentò con Lindley, il quale si era portato dietro il suo violino. Appena presentati Jackson iniziò a suonare “These Days”, che David non aveva mai sentito prima, e dopo qualche secondo cominciò a suonare anche lui. L’emozione che provò JB lo portò a iniziare una collaborazione con Lindley che dura ancora oggi.
Il suo debutto risale al 1972 con l’album omonimo, al quale partecipano musicisti già in evidenza (tra cui Clarence White e David Crosby) e che gli frutta già i primi successi di classifica (“Doctor My Eyes” e “Jamaica Say You Will”).
Nel 1973 esce For Everyman, contenente la sua personale versione di “Take It Easy”, brano che aveva abbandonato e poi terminato assieme al grande amico Glenn Frey, che con gli Eagles ne fece una hit incredibile: oggi ne esistono oltre duecento versioni e Jackson in ogni concerto dice che sta cercando la versione cinese, perché Lindley la vuole cantare… In For Everyman ci sono inoltre la sua versione di “These Days” e la piccola hit “Redneck Friend”. L’anno dopo pubblica Late for the Sky, da molti critici ritenuto il suo lavoro migliore. Nel 1976 esce The Pretender, con liriche fortemente influenzate dal suicidio della moglie Phillys.
Nel 1977 esce un album dal vivo contenente solo pezzi inediti, Running On Empty, che è tratto dal suo tour americano e rappresenta il suo maggior successo commerciale.
Nel 1979 organizza il grande concerto No Nukes, con partecipazioni tra gli altri di musicisti del calibro di Crosby, Stills & Nash, Bruce Springsteen, Ry Cooder e James Taylor.
Hold Out esce nel 1980 e sale al primo posto nelle classifiche. Nel tour del 1981 continua a portare avanti le sue idee pacifiste e antinucleari, tanto che nel 1982 viene arrestato in California mentre manifestava davanti a una centrale nucleare. Browne ritorna in classifica sempre nel 1982 con il brano “Somebody’s Baby”, con cui aprirà gli show del suo primo lungo tour Europeo. Nel 1983 esce Lawyers in Love, con sonorità più pop e qualche ritorno al folk-rock tradizionale: il brano omonimo è una nuova hit. Nel 1985 duetta con il sassofonista Clarence Clemons nel singolo “You’re a Friend of Mine”.
Tra il 1984 e il 1985 viene coinvolto da Little Steven nel progetto antiapartheid di Sun City, e nel 1986 vede la luce Lives in the Balance, caratterizzato da forti accuse al reaganismo, testi polemici e appassionati e la novità di sonorità esotiche grazie alla collaborazione con un gruppo di artisti sudamericani in alcune canzoni (“Lawless Avenue” e “Lives in the Balance”). Alla fine del decennio esce World in Motion, in cui è presente la cover di Little Steven “I Am a Patriot”.
Negli ultimi anni Browne non è molto prolifico discograficamente, ma ritrova una verve che ricorda, almeno in parte, le composizioni del suo periodo migliore. Nel 1993 esce infatti I’m Alive, in cui sono in evidenza un paio di pezzi come la title track e “Sky of Blue and Black”. Nel 1996 esce Looking East, in cui spicca il brano “The Barricades of Heaven”. Per i venticinque anni di carriera, nel 1997, esce la sua prima antologia The Next Voice You Hear – The Best of Jackson Browne, contenente due brani inediti: “The Rebel Jesus” e “The Next Voice You Hear”.
Nel 2002 vede la luce The Naked Ride Home, dove ci sono dei veri e propri gioielli come il pezzo che dà il titolo all’album, “About My Imagination” (riproposta poi in tour come medley con “Doctor My Eyes”), “Walking Town”, il reggae “For Taking the Trouble” e “My Stunning Mistery Companion”. Due anni dopo viene pubblicata una nuova compilation in due dischi, The Very Best of Jackson Browne. Nel febbraio del 2004 Bruce Springsteen fa il discorso di presentazione per lui alla Rock and Roll Hall of Fame. Nel 2005 esce il suo primo vero e proprio ‘live album’: Solo Acoustic – Vol. 1, a cui fa seguito il Vol. 2. Entrambi questi album danno la giusta immagine di Jackson Browne dal vivo: una serata tra amici dove lui esegue pezzi a richiesta, commentandoli con aneddoti e battute e regalando emozioni uniche. Nel 2007 viene introdotto alla Songwriter’s Hall of Fame. Esce poi Time the Conqueror, molto ben scritto, i cui testi sono centrati fortemente su temi politici (“Why is impeachment not on the table / We better stop them while we are able”…) e su fatti come l’uragano Katrina (“Where Were You”). L’11 maggio di quest’anno è uscito Love Is Strange, registrato durante un tour del 2006 in Spagna (Madrid, Barcellona, Oviedo e Siviglia) con ‘el maestro’ David Lindley e vari musicisti spagnoli, con i quali Jackson ripercorre magnificamente la sua ultradecennale carriera musicale.

Tre giorni con JB
È finalmente il 20 maggio. Jackson Browne arriva con un volo da Madrid alle 15.52 a Firenze e, per essere sicuro di non avere intoppi e giungere in ritardo, sono in aeroporto alle… 14! Le due ore volano e poco dopo le 16 lui si affaccia sorridente dal cancello degli arrivi, con la sua simpaticissima compagna Dianna, e mi saluta dicendo: «Così dopo un anno ci vediamo di nuovo!» ricordandosi evidentemente del nostro incontro dopo il suo show a Bologna. Questo sorprendente saluto mi tranquillizza e fa sparire in un secondo tutte le paure e le ansie che avevo nell’incontrare un pilastro della musica come lui. La capacità di Jackson di metterti a tuo agio è stupefacente.
Carichiamo i bagagli con la sua chitarra – una Gibson LG-2 degli anni ’40 tutta in mogano – e ci dirigiamo verso l’albergo a Sarzana; abbiamo poco più di un’ora di strada da fare. Dopo aver tranquillizzato telefonicamente Alessio e dopo i convenevoli di rito, il discorso scivola subito e con naturalezza sulle chitarre. Quando lui parla dei suoi amici ovviamente li chiama per nome: Neil, David, Bonnie, James, Ry… In quel momento mi rendo conto ancor di più che, accanto a me nella mia auto, è seduto uno dei miei miti musicali, uno dei migliori cantautori di sempre con tutti i suoi dischi, i capolavori che ha scritto, le collaborazioni con centinaia di altri musicisti…
Mi dice subito che non ha portato la sua McAlister perché, essendo in palissandro brasiliano, aveva paura di incontrare problemi in dogana. Poi, con un po’ di timore, gli dico che in tutti questi anni di concerti, secondo me, il miglior suono dal vivo che io abbia mai sentito è stato quello di Neil Young con il suo FRAP (Flat Response Acoustic Pickup) System; che però sembrerebbe essere un sistema estremamente difficile da settare, tanto che il guitar tech di Young – Larry Cragg – disse in un’intervista che poteva andar bene  solo per chi ha un impianto da almeno 50.000 dollari e un “pazzo” come lui che glielo regola prima di ogni spettacolo. Jackson è assolutamente d’accordo, anzi è proprio grazie a ‘Neil’ che anche lui ha montato per un periodo il FRAP sulle sue chitarre. Poi un giorno è successo un guaio e ha provato a sistemare da solo il pickup, ma era davvero impossibile. Così ha portato la chitarra a Cragg per farsi spiegare come ripararlo, ma lui non ne ha voluto sapere: era davvero geloso del suo sapere e non permetteva a nessuno di assisterlo durante le riparazioni. Allora Jackson ha lasciato perdere il FRAP: «Sai, se mi succede qualcosa del genere durante un tour è davvero un casino. Così sono passato al Trance Audio [Acoustic Lens] che praticamente ha lo stesso principio del FRAP».
Successivamente gli chiedo com’è arrivato alle chitarre Teisco (a Bologna un anno fa l’ho visto usare per tre pezzi proprio una Teisco Del Rey da 150 dollari, e il suono era stupefacente). E lui, facendo un sorrisetto ironico, mi chiede se ultimamente avevo visto Ry Cooder dal vivo. Al che gli rispondo che l’avevo visto proprio lo scorso anno a Roma e che mi aveva colpito una Telecaster baritona stranissima… Jackson si mette a ridere e dice: «Sì, proprio quella! Sai qual è il segreto di quella chitarra? Il pick up Teisco: Ry lo ha montato pure sulla Coodercaster [la Strato più usata da Cooder, che ha anche un pickup Oahu Lap Steel al manico]». Poi Jackson e Dianna rimangono colpiti dai blocchi di marmo di Carrara e poco dopo il jet lag ha il sopravvento; JB è arrivato da Santa Monica con uno scalo a Barcellona per prendere Dianna…
La sera siamo a cena insieme a Roy McAlister con famiglia e al nostro caro amico Paolo. Roy vuol fare una sorpresa e porta in albergo sei chitarre di sua costruzione, tre mie e tre di Paolo. Io prendo subito in mano la nuova ‘Roy SmeckAlister’ di Paolo, battezzata cosi proprio da Jackson, in adirondack e mogano: davvero un gran suono. Ma, mentre mi sto dilettando, vedo una mano che afferra la chitarra e me la strappa letteralmente via; mi giro e vedo Jackson sorridente che dice: «Questa la suono io!» Tira fuori un plettro e si mette a suonare di fianco a me: la chitarra suona molto meglio, alla faccia di chi ancora non crede che le mani contano nel suono! Quello che mi sorprende è quanto JB suoni pesante: pensavo di avere io una mano pesante, ma lui suona davvero molto più forte di me, porta le chitarre veramente al limite e – ripeto – le chitarre in mano sua suonavano proprio meglio… Avere lui vicino che accenna “Barricades of Heaven”, “Time the Conqueror”, “These Days”, “For Everyman”… mi faceva sentire in paradiso. Ogni tanto Paolo ed io ci guardavamo e non credevamo ai nostri occhi.

Con una McAlister Nick Lucas Vintage Series

Jackson quindi chiede a Roy a che punto è la replica della Gibson CF-100. In effetti è da un po’ che ne sento parlare da Roy, il quale non gliela voleva fare perché a suo dire le tre originali che ha Jackson, scelte tra oltre trenta, sono strepitose. Roy comunque dice che gliela porterà ad uno dei due concerti che JB terrà nello stato di Washington a fine luglio, anche perché deve far provare una chitarra a David Lindley. E aggiunge una novità dell’ultima ora: dato che Jackson ha tre CF-100 strepitose, che si sta appassionando alle LG-2 e che la LG-2 è di base una CF-100 senza la spalla mancante, Roy si è ‘inventato’ un altro modello di chitarra da sottoporgli, basato sulla LG-2 ma un po’ più lunga e larga, con attacco del manico al XIII tasto, fasce e fondo in mogano, scala corta.
La prova continua con una Rick Ruskin Signature Model, praticamente una replica delle Gurian che oltre trent’anni fa avevano sia Paul Simon che JB. Poi, quando quest’ultimo prende in mano la mia 00-45, Roy prontamente gli chiede se la vuole portare sul palco il sabato, visto che è anche microfonata. Lui la suona ancora un po’, ma non risponde…
Estasiati si va poi a cena, e quando gli faccio provare un Amarone con i controfiocchi, spalanca gli occhi ed esclama: «This wine is terrific!» Allora gliene porto due bottiglie, che si porterà poi via in valigia. Jackson è proprio a suo agio, scherza moltissimo con i figli di Roy, è loquace e rilassato, apprezza davvero tanto i piatti a base di pesce dell’hotel. Durante la cena succede qualcosa di veramente simpatico: alcuni fan mi avevano detto che Jackson era vegano (i vegani sono gli ultras dei vegetariani), cosa che ho poi riferito a Roy, che è rimasto molto sorpreso. Al che, dopo i vari antipasti di pesce e carne e i vari secondi sempre di pesce che Jackson si era gustato, Roy si è avvicinato a me con un sorriso sornione e mi ha sussurrato: «Vegan my ass!»
Dopo aver mangiato, Jackson chiede esplicitamente di andare in Fortezza, perché vuol vedere John Gorka suonare. Appena entrati ci accoglie Alessio Ambrosi, che finalmente ha il piacere di stringergli la mano e lo accompagna a lato del palco principale. Noto che in quel momento Jackson cambia faccia, diventa molto serio e ho avuto la sensazione che si trasformasse nel professionista che è. Appena alcuni fan lo hanno notato, ho sentito una gran pressione, perché dovevamo assolutamente evitargli situazioni spiacevoli: la privacy per Jackson è la priorità assoluta. Nonostante sia nascosto nell’ombra, alcuni si avvicinano, ma lui in ogni caso ha un saluto per tutti. Così, ad un certo punto, mi faccio coraggio e gli dico che avevo piacere di presentargli un ‘ragazzo’ che ha avuto un impatto importante sulla chitarra acustica in Italia; al suo benestare faccio un cenno al nostro Andrea Carpi, che si avvicina e i due iniziano a parlare: bastano due minuti per toccare i temi della tablatura, che Jackson confessa di non aver mai compreso appieno, e delle accordature aperte, a proposito delle quali raccomanda un libro che è “profondamente connesso con l’intero universo” e che approfondisce in modo efficace il rapporto tra scale e accordi:  The Tao of Tunings – A Map to the World of Alternate Tunings (Hal Leonard, 2008) di Mark Shark, di cui ricorda in particolare le collaborazioni con John Trudell.
Poi è il momento di John Gorka, a cui fa tantissimi complimenti e a cui poi non risparmia applausi quando sale sul palco. Appena terminato il set di Gorka, chiede subito di andarsene prima che si accendano le luci. Arriviamo quindi in albergo e ci si dà appuntamento per la mattina successiva sul tardi, perché voleva “esercitare la voce” per un paio d’ore.
Verso le 13 di sabato ci ritroviamo al ristorante e ripetiamo la ‘performance gastronomica’ della sera precedente. Comincia  a raccontarmi di un Les Paul anni ’50 pagato 85.000 dollari e subito interviene Dianna: «Quando Jackson compra una chitarra non ti puoi sbagliare: arriva a casa con un sorriso incredibile e capisci che ne ha combinata una delle sue… Dopo un po’ mi confessa infatti che gli è successa una cosa bellissima, cioè che si è comprato una chitarra!»
Dopo pranzo si va in Fortezza, dove il buon Alessio lo prende ‘in consegna’. Così io vado a dare un saluto ai vari amici di Fingerpicking.net, che non vedevo da una vita, poi mi avvicino allo stand di Roy McAlister dove trovo una ressa incredibile: infatti c’è Jackson che sta suonando varie chitarre, tra cui un paio di Gibson d’annata di Andrea Bagnasco, liutaio e grande appassionato ed esperto di chitarre vintage. Jackson poi comprerà da Andrea una LG-2 davvero splendida.
Durante il giro della Fortezza accade proprio quello che temevamo: un paio di fan estremamente esuberanti si avvicinano con pacche sulle spalle, urlando cose del tipo: «Dai Jackson, facciamo una foto!» Jackson non fa una piega e sottovoce dice loro: «Va bene, ma per favore non attirate l’attenzione della gente». E come se avesse parlato a un muro, uno dei due grida: “Ahò, chi mi fa la foto con Jackson?» Allora Alessio ed io facciamo un tagliafuori degno del miglior Meneghin e portiamo via JB, che di lì a poco farà il soundcheck.
Per il soundcheck JB si porta sul palco la sua LG-2 e la mia McAlister 00-45. Quando la prova, non trovando dove attaccare la tracolla, mi dice nel microfono: «Andrea, no guitar strap?» Per fortuna qualcuno dei tecnici gli porta una tracolla, che legherà alla paletta.
Si va al ristorante con Dianna, Roy e la sua famiglia. Quando entriamo c’era un sacco di gente che stava guardando la finale di Champions League di calcio. JB si ricorda che giocava la mia squadra: al suo arrivo, per rompere il ghiaccio e sapendo che veniva da Madrid, gli avevo chiesto se aveva incontrato molti italiani in aeroporto, visto che c’era una finale di Coppa. Allora mi dice: «Non vai a vedere la partita?» Gli rispondo che preferivo stare con loro, e comunque entro mezz’ora saremmo dovuti ritornare in Fortezza. Ma lui non sente ragioni, si alza, mi prende sottobraccio e mi porta davanti alla TV dicendo: «Adesso spiegami cosa sta succedendo»… Vedere la finale di Champions della propria squadra con Jackson Browne sottobraccio è difficile da credere pure per me, ma è successo.
Dopo cena lui chiede espressamente di tornare un po’ prima in Fortezza, perché vuole vedere la performance di Victoria Vox. Appena finita la performance di Victoria, lo accompagno nel camerino e lui comincia a ‘scaldarsi’, prima con la chitarra (“Time the Conqueror”, “The Road”, “For Everyman”, “Barricades of Heaven” e lick vari) poi con la voce. Quando comincia a cantare rimango a bocca aperta: una potenza incredibile! Jackson spingeva di brutto con il diaframma e tirava fuori un volume di voce pazzesco, un volume che sicuramente non ti aspetti da un uomo di circa sessanta chili di peso.

Il premio e l’esibizione
Ore 22.30: showtime! Prendiamo l’ascensore insieme, Jackson si sistema la camicia, chiede a Dianna come sta, poi quando arriviamo a lato del palco chiede di poter verificare le chitarre prima di essere chiamato. Al che Alessio fa fare una pausa di cinque minuti prima di chiamare sul palco Massimo Caleo, il simpaticissimo sindaco di Sarzana, appassionatissimo di musica, che consegnerà il premio “Corde & Voci per Dialogo & Diritti” a JB. Il sindaco poi, quasi urlando, ringrazierà Roy McAlister per aver aiutato Alessio Ambrosi nell’impresa di portare Jackson al festival di Sarzana.
Finita la cerimonia arriva il momento che i fan, venuti veramente da tutta Italia, stavano aspettando: Jackson imbraccia la sua Gibson e inizia una sempre toccante “For Everyman”. A dir la verità all’inizio del pezzo si nota qualche incertezza: infatti, incredibile a dirsi, Jackson è davvero emozionato.

Con la Gibson LG-2 anni ’40 (foto di Alfonso Giardino)

Finito il primo pezzo cambia chitarra, prende la mia McAlister 00-45 e inizia l’inconfondibile arpeggio di “These Days”.

Con la McAlister 00-45 Vintage Series (foto di Piero Urban)

Segue poi una struggente “Barricades of Heaven”. E chiude il set quella che JB chiama una sorta di preghiera, “Far from the Arms of Hunger”. Il pubblico lo richiama a gran voce per un bis, che concederà: «Questa è una canzone che ho scritto veramente tanti anni fa!» Si tratta di “Take It Easy”, con il pubblico entusiasta che batte le mani a tempo e canta il ritornello…

Ciao ‘little brother’
Dopo i saluti si torna in camerino, dove ci si intrattiene con Roy e altri amici, poi si va in albergo. Mentre siamo in macchina metto sul lettore cd Blood on the Tracks, e Jackson e Dianna canticchiano dietro a Dylan. Quando arriviamo in albergo, gli dico che l’episodio successo con quel fan nel pomeriggio mi aveva fatto sentire a disagio, e lui: «Andrea, mi dispiace tantissimo averti causato questo disturbo. Le persone che mi stanno vicino subiscono questo genere di pressione e vorrei evitarlo in tutti modi, ma purtroppo succede. Infatti oggi è anche successo che qualcuno mi riprendesse con la videocamera mentre ero con Dianna, e questo è inaccettabile. Dianna ed io ti ringraziamo tantissimo per esserti preso cura di noi in questi giorni, sei stato davvero gentile». Appena Jackson mi dice queste cose, mi viene in mente la definizione che dà di lui David Crosby: «Se il bufalo sta morendo di fame o il vicino rimane senza luce elettrica, arriva subito la chiamata di Jackson». E Nash di rimando: «Non c’è niente che non faremmo per questo ragazzo quando ci chiama». Non a caso anche Randy Newman in una canzone dal titolo emblematico, “A Piece of the Pie”, scrive: «E se ne fregano tutti tranne Jackson Browne […] Bono è in Africa – non è mai qua / Il paese volta i propri occhi solitari verso chi? / Jackson Browne».
La domenica è il giorno dei saluti, e durante il check out incontriamo alla reception Beppe Gambetta, che presento subito a Jackson come “un orgoglio musicale italiano”. Durante il viaggio verso l’aeroporto telefoniamo ad Alessio: Jackson lo ringrazia per l’invito, per quello che sta facendo per la musica, gli dice che si è trovato benissimo, che l’AGM è uno dei festival più belli a cui abbia mai partecipato, e che per questo gli farà tantissima pubblicità negli Stati Uniti. All’aeroporto di Pisa ci si abbraccia come vecchi amici: lo ringrazio per la sua disponibilità e ci salutiamo dicendoci che “ci vedremo on the road”. Ciao little brother!

 

Appunti finali sul ‘guitar freak’
Jackson Browne è un vero e proprio ‘guitar freak’. Ha moltissime chitarre e, in particolare, moltissime chitarre acustiche. Bellissima fu la battuta di Bonnie Raitt durante un concerto insieme, riferendosi alla lunga fila di chitarre che JB aveva sul palco: «Ecco il miglior modo per usare il legno: fare chitarre da far suonare a Jackson Browne!»

University Of Texas, 2009 (foto di Manuel Nauta)

E di ogni chitarra Jackson ha scoperto le peculiarità e l’accordatura che la fa suonare al meglio. JB usa moltissime accordature alternative, perché «ogni chitarra vuole essere accordata in un certo modo» e perché «con un’accordatura puoi trasformare una canzone (vedi come ha trasformato un pezzo come “Looking East” accordando la chitarra in CGDGDD); inoltre perché gli piacciono sonorità «piene», e a volte deve arrangiare con la chitarra canzoni che sono state scritte ed eseguite al pianoforte; oppure perché spesso va in tour da solo e deve riarrangiare pezzi che esegue di solito con la band. Suona molti pezzi con chitarre accordate mezzo tono sotto e a volte usa un’accordatura appresa da John Leventhal, in Sol aperto ma con la sesta corda in Do.
In tour Jackson Browne si porta un vero e proprio ‘armamentario’ e, come il suo amico David Crosby, non ha problemi a montare pickup su chitarre di 70-80 anni fa. Le sue preferite sono:
– due Gibson Roy Smeck Stage Deluxe degli anni ’30, una accordata mezzo tono sotto e l’altra un tono sotto.
Poi sul palco di solito porta anche:
– una riedizione Gibson Roy Smeck Stage Deluxe del 1994;
– tre Gibson CF-100 degli anni ’50 (una accordata in Re minore, una in Mi bemolle minore e una in Re);
– una CF-100E accordata in Sol;
– una Martin 00-17 degli anni ’50 (in C# G# D# G# D# D#);
– una Martin D-41 degli anni ’70 in accordatura standard;
– una Epiphone Troubadour del ’66 accordata in Mi bemolle minore;
– una McAlister Crosby Model in accordatura standard;
– una McAlister Roy SmeckAlister accordata mezzo tono sotto, usata in fingerpicking;
– una McAlister baritona;
– una Ryan Mission Grand Concert accordata in Sol.
Le sue corde preferite sono le D’Addario. Su tutte le chitarre monta pick up Trance Audio Acoustic Lens T3 e, quando suona da solo, usa anche un microfono Neumann KM 184 e un ampli Fender Bandmaster.

Ma queste sono solo le chitarre acustiche che si porta in tour…

Andrea Fabi


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  1. Davide&Anita Reply

    E’ stata una bellissima esperienza conoscere Jackson Browne e avere la possibilità di suonicchiare due note con lui! :-))
    Grazie anche al gentilissimo Roy!!

  2. Andrea Fabi Reply

    Troppo buoni, mi sarebbe piaciuto “condividere” Jackson Browne con tutti gli amici 🙂 ma vi assicuro che la pressione che sentivo addosso appena entravo in Fortezza con LUI era notevole, la paura che qualche fan troppo “passionale” potesse rovinare tutto era davvero forte; per fortuna Jackson è una persona davvero speciale e tutto è andato bene anche per questo motivo e poi quando si parla di chitarre anche le “rockstar” diventano dei bambini e la counicazione è davvero facile, se invece la gente gli va a domandare – come ha fatto un fan – “ma perchè hai scelto proprio Jamaica per Jamaica say you will ?” … beh vi potete immaginare la risposta.
    @ Andrea “quello della Roma” 🙂 te lo dovevo !! Se io mi sono appassionato alla chitarra acustica e faccio parte di questo mondo stupendo lo devo al tuo MANUALE a alla passione con cui hai scritto tuoi articoli, e appena ne ho avuto l’occasione – al di là dei motivi professionali – ho voluto contraccambiare presentandoti JB.
    grazie a tutti delle bellissime parole.
    Keep on rockin’ in a free world

  3. Giuseppe Monti Reply

    Andrea.. sei un mito! durante la mia adolescenza c’era Massarini, ma ora… mi hai reso partecipe di quei tuoi tre giorni… e direi che le parole di Roy (… vegan my ass!”) rimarranno scolpite nella memoria di tutti…

  4. Andrea Carpi Reply

    Grazie ancora, Andrea per avermi presentato Jackson Browne. Non me l’aspettavo. Sono stati due minuti di un’intensità incredibile. Dai quali mi sono sentito arricchito senza fare in tempo ad accorgermene. Come incontrare un vecchio amico e riprendere il discorso da dove lo avevamo lasciato…

  5. nonny guitar Reply

    Bell’articolo, Andrea, complimenti e grazie per averci fatto “vivere” con te questi momenti senza dubbio magici.

    Quando ti ho incrociato nella Fortezza non ho potuto fare a meno di notare, con non poca invidia…, quell’espressione da bimbo-nel-paese-dei-balocchi che avevi in viso!

    Grande! Te la sei meritata tutta! 🙂

  6. domenick Reply

    Mmmhh…,quel “quando Jackson compra una chitarra non ti puoi sbagliare: arriva a casa con un sorriso incredibile e capisci che ne ha combinata una delle sue…” mi torna un po’ familiare… Grande artista e gran bella persona JB. Bravo Andrea per l’articolo,ma spt.per tutto il lavoro,la passione,la dedizione che hai speso per concretzzare questo Evento.UP!

  7. Mark Skywalker Reply

    Grande Andrea, molto bello cio’ che hai scritto e raccontato, sono proprio felice per te, un esperienza simile ti rimarra’ sempre dentro.

  8. Lauro Reply

    e che accidente c’è da commentare, oltre agli appalusi scontati ed ?ad una sana dose di invidia ? Ah no … una cosa c’è …
    Che un personaggio come Jackson Browne, alla faccia di tutti quelli che CI dicono che questa è una musica vecchia e superata, non attuale, ecc … abbia la voglia ancora a X anni suonati di mettersi ad ascoltare (era John Gorka … va bene, ma penso che JB qualcosa in termini di cantautorato lo possa dire … ;-)) un “giovane” deve far riflettere profondamente; è qui … sta qui la grande promessa di questa musica, una musica che è in grado di avvicinare le persone …

  9. maxgit Reply

    un bellissimo articolo, pieno di curiosità e conferme su un mio mito di sempre (la sua versione di cocaine e la take it easy traghettata dagli eagles sono tra i primissimi pezzi fingerpicking che ho imparato)! Ti invidio un pò… ma senza invidia 😉

  10. lobardo Reply

    Grazie infinite Andrea per avermi ricordato quei giorni. Il particolare della partita di calcio la dice lunga “sull’uomo” Browne… difficilmente ci dimenticheremo quei giorni.

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