Italian Guitars Trio – La parola a Maurizio Brunod, Nicola Cattaneo, Franco Cortellessa, Aldo Illotta, Ralph Towner

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Parlare dell’Italian Guitars Trio e dell’omonimo CD appena prodotto dal gruppo è cosa niente affatto semplice, a cominciare dalla definizione della loro musica. Maurizio Brunod, Nicola Cattaneo e Franco Cortellessa propongono nei loro concerti qualcosa che sembra veramente una sintesi nuova del repertorio per chitarra dell’ultimo secolo. È un gruppo acustico ma non solo, visto che in cinque degli undici brani del disco Brunod usa la chitarra elettrica. È un gruppo che in brani come “Chego Aderaldo” di Egberto Gismonti o “Tutankamon” di Brunod fa risuonare corde affini alla tradizione brasiliana del Nordest e alla musica contemporanea; nel bellissimo “Bluessol”, di Cattaneo, avvertiamo chiari echi country; in “Italian Guitars”, la coinvolgente title track di Cortellessa, troviamo il gusto melodico della musica popolare italiana…
Eppure lo stile di questo trio non è quello del banale citazionismo: tutte le correnti che ritroviamo, che oltre alle già citate comprendono il jazz, la musica africana (“Caju” di Cattaneo) e perfino la musica da ballo (“Lara’s Dance” di Brunod) vengono pienamente metabolizzate e riproposte all’interno di uno stile coerente e coinvolgente. Oltre alla novità del loro stile nel panorama del trio di chitarre, una cosa salta subito all’orecchio ed è l’estrema piacevolezza della musica proposta dall’Italian Guitars Trio: una musica che non esclude ma vuole intenzionalmente, partendo dalla sua progettualità più profonda, parlare a tutti ed essere condivisa da tutti.
Il CD di recentissima uscita Italian Guitars Trio è impreziosito da due prestigiose collaborazioni, quella di Walter Lupi e quella di Ralph Towner.
Insieme a Walter Lupi il trio esegue “Plaza del Sol”, un brano dello stesso Lupi, in cui si evidenziano il grandissimo tocco di Lupi, la cui sensibilità nel suonare la chitarra acustica è di primissimo piano, e la capacità solistica di Brunod, qui impegnato con la chitarra elettrica.
Con Ralph Towner la collaborazione è più organica e complessa: sono stati incisi tre brani, scritti dai tre membri del trio, stilisticamente molto diversi. “Italian Guitars” di Franco Cortellessa è un valzer, melodicamente affine alla musica popolare del Nord Italia, a cui l’arrangiamento di Brunod dà una ritmicità che ricorda certe ballate di De André. Su questa matrice si innestano gli assoli di Nicola Cattaneo e Ralph Towner, rispettivamente alla chitarra classica e all’acustica a dodici corde. “Stinko tango” di Maurizio Brunod è un brano estremamente articolato, che vede Ralph Towner alla chitarra classica, impegnato in un tema che rieccheggia il tango argentino. “Esercizi di stile” di Nicola Cattaneo, forse il più jazzistico di tutto il disco, è un brano armonicamente basato sulla teoria coltraniana della divisione dell’ottava in terze maggiori.  Il contrasto fra questa armonia complessa  e la cantabilità tipicamente italiana della melodia creano un effetto di estraniamento, di sospensione onirica sulla quale Ralph Towner e Nicola Cattaneo propongono due assoli magistrali.
L’Italian Guitars Trio nasce nella sua forma attuale un paio di anni fa, rodandosi in concerti anche prestigiosi, come quello dell’Autunno Musicale di Podenzano, la rassegna “A corde libere” di Cambiano, il Guitar Wine Festival e l’Open Jazz Festival di Ivrea. Alla base di questa formazione c’è una circostanza particolare: sia Brunod che Cattaneo che Cortellessa usano da tempo gli strumenti costruiti da Aldo Illotta, liutaio di Borgosesia. La particolare sensibilità di quest’ultimo nel capire i musicisti non si è limitata all’arte della costruzione degli strumenti musicali, ma lo ha portato all’intuizione che alcuni dei  suoi clienti avevano delle affinità, che avrebbero dovuto incontrarsi e che da questi incontri potevano scaturire nuovi progetti, nuove musiche. Aldo Illotta ha fortemente voluto che Nicola Cattaneo e Franco Cortellessa prima, e in seguito Maurizio Brunod, perseguissero un progetto comune. E per questo il trio porta nel nome il marchio delle sue chitarre: così nasce Italian Guitars Trio.

LA PAROLA AD ALDO ILLOTTA
Passiamo ora la parola ad Aldo Illotta, che ci illustra in dettaglio le chitarre utilizzate dall’Italian Guitars Trio:
«Vorrei innanzitutto ringraziare Franco, Maurizio e Nicola per aver dedicato alla mia liuteria il nome del loro trio. Italian Guitars Trio, appunto, utilizza svariati modelli di miei strumenti: una chitarra classica Gran Concerto con tavola armonica in abete italiano e fasce e fondo in satinwood; una classica Concerto con spalla mancante (abete e palissandro indiano); una chitarra classica a sette corde (abete e acero); una chitarra acustica Grand Auditorium (abete e palissandro indiano); una chitarra acustica Grand Auditorium (sitka e acero); una chitarra acustica Grand Auditorium a sette corde (abete e bubinga); una chitarra acustica Grand Auditorium Baritona (abete e bubinga)… praticamente gran parte della mia produzione! Le mie chitarre sono affiancate in alcuni brani da una chitarra elettrica di Mirko Borghino, collega e amico, con il quale collaboro in molte situazioni.»
«Vorrei però andare oltre a qualche freddo dettaglio tecnico per dire che con Franco, Maurizio e Nicola è nata nel corso degli anni una sincera amicizia che mi permette, quando costruisco per loro nuovi strumenti, di conoscere e di capire le loro esigenze e di soddisfare appieno le loro aspettative. Posso anticipare che prossimamente il trio potrà arricchirsi di due nuove ‘compagne di viaggio’: una classica ‘basso’, accordata un’ottava sotto allo standard, e una nuova Acoustic Jazz, un nuovo modello di acustica ispirato alle sonorità del mondo del jazz. Nel CD dell’italian Guitars Trio potete anche ascoltare le sonorità di un’altra acustica Grand Auditorium, la chitarra suonata da Walter Lupi (sitka e palissandro indiano), e una Grand Auditorium a dodici corde con la quale Ralph Towner ha inciso due brani. Grande soddisfazione ed emozione per me essere presente in studio di registrazione in compagnia di otto mie chitarre!»

Ralph Towner

Ralph Towner

INTERVISTA A RALPH TOWNER
Abbiamo scambiato due chiacchiere con Ralph Towner in occasione della seduta di registrazione del disco.

Come hai incontrato l’Italian Guitars Trio?
Ah, Maurizio Brunod ha organizzato un mio concerto a Ivrea e mi ha chiesto se potevo venire a suonare con il suo trio di chitarre; e io ho detto: «Ma certo, verrò a fare una piccola cosa»…

Come ti trovi musicalmente con l’IGT?
Beh, non ci conosciamo da molto, abbiamo suonato insieme solo una volta e poi i pezzi sono piuttosto corti e molto strutturati, per cui non c’è molto spazio per improvvisare insieme…

Cosa pensi dei trii di chitarre?
Beh, sai, c’è una cosa dei trio di chitarre: è difficile, è quasi come tre pianoforti; voglio dire: due chitarre possono fare praticamente tutto, anche una sola chitarra! Con tre chitarre c’è sempre quel terzo chitarrista che deve o raddoppiare la melodia, o cercare di fare un accompagnamento mentre qualcun altro sta già accompagnando, o fare un assolo mentre due stanno accompagnando, o un secondo solo… Diciamo che ci sono solo due funzioni, in un certo senso, o tre: il basso, tutta l’armonia e la melodia, e naturalmente il ritmo che è lì per tutti… Io credo che suonare con tre chitarre sia molto difficile, credo che ci voglia… Ehm, io ho un gruppo con cui suono da ormai quasi cinquant’anni, gli Oregon, e noi improvvisiamo insieme; e il tutto suona come se fosse una composizione scritta, perché suoniamo insieme da talmente tanto tempo… Comunque è difficile avere un trio di tre strumenti uguali. L’Italian Guitars Trio ha una strada che  funziona molto bene, non tanto collegata all’improvvisazione jazz, ma più alla musica folk…

Cosa ne pensi della situazione musicale italiana?
Beh, ci sono dei grandissimi musicisti in ogni contesto, grandi pianisti, chitarristi, soprattutto nell’ambiente jazz; ovviamente, come dappertutto si sente la crisi…

Cosa ne pensi delle chitarre di Aldo Illotta che hai usato per registrare il CD?
Sono bellissime chitarre che mi hanno molto impressionato, al punto che gli ho ordinato una chitarra classica!

Qual è il futuro musicale di Ralph Towner? 
Non so, ho veramente molti concerti, sia con gli Oregon, sia in trio che in solo. Diciamo che per ora non ho nessun nuovo progetto.

INTERVISTA ALL’ITALIAN GUITARS TRIO
Incontriamo l’Italian Guitars trio all’indomani del concerto al festival Madame Guitar.

Come è entrato lo specifico bagaglio individuale di ciascuno di voi in questa esperienza di nuova sintesi che proponete in comune?

Nicola Cattaneo

Nicola Cattaneo

Nicola Cattaneo: Culturalmente io vengo dal jazz, vengo da un ascolto, poi da una pratica e uno studio del jazz che risale alla mia infanzia, perché mio padre era un grandissimo appassionato. Chitarristicamente sono onnivoro. Dopo aver studiato jazz mi sono dedicato allo studio della chitarra classica e mi sono diplomato al conservatorio di Pavia. Poi ‘bazzico’ le musiche popolari, sia italiane – ad esempio il repertorio della mia zona, io e Franco abbiamo in repertorio un pezzo intitolato “Il valzer dei disertori” che è un brano dell’Ottocento delle Quattro Province – che la musica africana per kora, la musica brasiliana, la musica del Nordest del Brasile, la musica spagnola, il fado. Cioè secondo me quello che dovrebbe caratterizzare un artista moderno, un artista contemporaneo è essere curiosi, essere onnivori, aver voglia di studiare tante cose. Il fatto di non smettere mai di cercare è anche il bello di fare questo lavoro.
Maurizio Brunod: Le cose che ha detto Nicola le condivido completamente. Anch’io provengo da un’estrazione jazzistica, inizialmente più d’avanguardia, per poi passare anche alla chitarra classica. Sono sempre stato molto versatile di natura, perché da subito ho sempre suonato sia la chitarra classica che l’acustica e l’elettrica. Ho partecipato a molti progetti, sia più vicini al jazz, sia più vicini ad altre musiche. Ho anche suonato per anni con molti musicisti sudamericani, cubani, su dischi e in concerti. Ho assorbito molte influenze e ho sempre studiato un po’ di tutto. Per cui penso che, in generale, il denominatore comune di questo trio potrebbe essere proprio la grande versatilità. E abbiamo cercato di differenziare un po’ le nostre sonorità, perché sappiamo bene – come ha detto anche Ralph Towner – che suonare in più strumenti a corde è veramente complicato. Quindi abbiamo cercato di lavorare molto sugli arrangiamenti e sulle sonorità di chitarre differenti. Detto questo, l’amore comune per le varie musiche ci ha fatto approdare a questo genere di musica che non saprei definire.
Franco Cortellessa: Sul fatto che si sia ‘onnivori’, ormai si sfonda una porta aperta… Io, poi, essendo il ‘nonno’ del gruppo – la mia prima chitarra, una classica con la quale tentavo di imitare anche il suono dell’elettrica, me l’hanno regalata a Natale del ’70! – ne ho fatte di tutti i colori: ho cominciato un percorso che è partito con il blues, è proseguito con la musica barocca, ho suonato in big band, ho fatto musica di ricerca, a un certo punto mi sono appassionato molto al jazz un po’ estremo di avanguardia. Insomma ho attraversato con curiosità un po’ tutte le varie musiche, mi sono appassionato per esempio tantissimo alla musica folk, non tanto quella americana, che ho scoperto molto più tardi, quanto quella italiana, dalla quale mi sentivo e mi sento tuttora più attratto. Arrivando così con tutte queste esperienze a essere inserito nell’attuale progetto, è come se una parte di tutta questa esperienza si fosse focalizzata per creare qualcosa che è ancora diverso. Ed è davvero interessante, perché non è una cosa, non è l’altra, è una specie di ‘roba’ dove però tutte queste esperienze che noi tutti abbiamo fatto in precedenza confluiscono e servono; perché dentro c’è veramente di tutto, anche se alcuni aspetti non sono così vistosi, Cioè, nell’Italian Guitars Trio, il fatto che tutti e tre siamo dei grandi appassionati di musica improvvisata, di jazz abbastanza ‘movimentistico’ e anche un po’ ‘rumoristico’, sembrerebbe onestamente non emergere. Però invece anche quell’esperienza è una cosa che serve, soprattutto perché rappresenta un’abitudine a suonare assieme in un certo modo, che non è soltanto quello di avere una parte in un arrangiamento, ma è quello di esercitare un ascolto veloce, estremamente reattivo e creativo, proprio sull’improvvisazione. Ed è la cosa più divertente e più importante.

A proposito di questo rapporto tra musica ‘arrangiata’ e musica ‘improvvisata’, che lettura potremmo dare dell’affermazione di Towner secondo cui la vostra strada sarebbe collegata non tanto all’improvvisazione jazz quanto alla musica folk?
N.C.: Io al riguardo mi sentirei di contraddire il parere di Towner, non sul piano stilistico forse, ma da un punto di vista proprio ‘spirituale’, dell’atteggiamento. Secondo me noi siamo veramente jazzistici, perché abbiamo non so se l’orgoglio o la protervia tipica del jazzista moderno, non postmoderno, che è quella di voler creare qualcosa di proprio e di autonomo partendo da materiali diversi. È questo che secondo me è importante. Cioè i nostri riferimenti culturali che mettiamo nelle nostre musiche non sono delle citazioni. Non è un prendere il country, il folk americano come in “Bluessol”, e metterlo dentro perché quella parte lì funziona; non è un tipo di atteggiamento postmoderno, appunto, ma è proprio un atteggiamento jazzistico tipico del jazz storico, che è quello – ovviamente di tutt’altra grandezza – che caratterizzava Coltrane, Don Cherry: cioè prendere del materiale culturale che non ci appartiene, di altre culture che noi annusiamo, e renderlo proprio; quindi avere questa esigenza di esprimere veramente se stessi, che va al di là della citazione e della giustapposizione di stili diversi. È questo che ci rende comunque, di base, un trio jazz. Poi, stilisticamente, è vero che non lavoriamo in modo jazzistico, perché le parti improvvisative esistono e sono la nostra croce e delizia, ma sono molto inserite in strutture e arrangiamenti, di cui principalmente Maurizio è l’autore. Da un punto di vista creativo siamo veramente jazzistici, perché abbiamo appunto quest’esigenza di fare delle cose veramente nostre, che escono dalla nostra anima musicale interiore; ma da un punto di vista stilistico lavoriamo su strutture molto definite, ad esempio con pochi chorus di improvvisazione, e questo ci rende più vicini al folk, forse.

Maurizio Brunod

Maurizio Brunod

M.B.: Io devo dire che fondamentalmente mi reputo un jazzista, e forse noi ci reputiamo jazzisti, nel senso che il jazz, se non si pensa a quello più tradizionale, quello di Louis Armstrong per intenderci, ma anche al jazz dagli anni ’80 in poi, da quando sono arrivati Bill Frisell, John Zorn e musicisti di questo tipo, ha iniziato a poter veramente mescolare un po’ di tutto sotto questo cappello chiamato appunto jazz. Per cui si può trovare qualcosa che è più vicino al rock, anche estremo, mischiato a cose decisamente country, o alla libera improvvisazione. Forse l’unica musica che ti permette di fare un po’ tutto questo è il jazz. Perché se noi ragioniamo in termini di folk, si deve tener conto di una tradizione forte e precisa; se ragioniamo in termini di rock, o in termini di pop, esistono dei classici sistemi di riferimento. Nessun’altra cosa ti permette di avere la stessa apertura. Invece a noi – che passiamo da sonorità un po’ più folk, grazie alla sonorità delle chitarre acustiche, attraverso qualcosa di più vicino alla classica, perché tutti noi abbiamo sempre suonato anche la chitarra classica, mentre io inserisco la chitarra elettrica, facendo entrare un po’ di elementi stilistici vicini al progressive, di cui sono un grande appassionato – tutto questo permette di fare un po’ quello che ci pare, cosa che nelle altre musiche non è così evidente, è quasi impossibile. Per cui io credo che noi siamo jazzisti in questo senso, nel senso dell’apertura verso i vari stili.

Franco Cortellessa

Franco Cortellessa

F.C.: La cosa interessante del jazz, infatti, quella in cui noi effettivamente ci ritroviamo, è che si tratta di una musica che continua a reinventarsi. Sostanzialmente, il fatto di macinare materiale musicale che arriva da luoghi diversi, fa in modo che il jazz sia una musica che non ha una collocazione storica. Cioè tu puoi suonare della musica pop, diciamo, ma una volta che lo fai in maniera jazzistica, la togli fuori dalla storia e continui a macinarla. Prendi Brad Mehldau, che rifa pezzi del repertorio pop-rock attuale, ma ne fa una musica che non si può più collocare storicamente. Ed è quello che facciamo noi, sostanzialmente. Anche oggi, per esempio, certi jazzisti che rifanno gli evergreen del jazz, a volte si fossilizzano e si fermano lì: è come una specie di coazione a ripetere una cosa che non ti appartiene più. Ma la vera spinta jazzistica è qualcosa che, anche riprendendo quello stesso repertorio, però lo reinventa. Cioè non si tratta più del rifacimento di una cosa già fatta, ma di una cosa che ogni volta diventa attuale, che vive di vita propria e ha senso nel momento in cui la suoni. È questa la cosa che ci affascina di più, che devi sempre continuare a reiventarti le cose.
M.B.: Ma chi ascolterà il nostro disco, probabilmente non ci sentirà tutta questa caratterizzazione jazz. Perché in realtà gli stimoli e gli spunti sono talmente tanti, che ognuno potrà dare la propria interpretazione di quello che facciamo. D’altra parte vorrei ricordare che l’UNESCO, attraverso l’istituzione a partire dal 30 aprile 2012 della Giornata Internazionale del Jazz, ha riconosciuto questa musica come una delle forme artistiche più importanti del Novecento per la sua apertura al dialogo tra le culture.

A questo punto parliamo anche concretamente degli strumenti che avete utilizzato e della loro funzione rispetto al ruolo che ciascuno di voi ha ricoperto all’interno del gruppo.
N.C.: Fondamentalmente, per quanto mi riguarda, io suono la chitarra classica e la chitarra acustica. Tutti e tre siamo compositori, sia nel senso della composizione strutturata, sia nel senso della composizione istantanea, a pari livello; a parte forse Maurizio che ha lavorato magari di più sugli arrangiamenti dei brani, ma a livello tematico il disco è un calderone in cui tutti e tre abbiamo buttato dentro le nostre cose. La chitarra classica la uso in modo piuttosto tradizionale, anche se ogni tanto mi piace usarla col plettro, perché mi richiama delle sonorità più mediterranee come l’oud. Mentre invece, per quanto riguarda l’acustica, tendo a farne un doppio strumento, diciamo così: da una parte più vicino alla tradizione folklorica americana, non tanto stilisticamente in modo vero e proprio – io non ho studiato il fok americano – quanto piuttosto come un profumo che mi è molto affine, molto caro; e da quel punto di vista lì cerco di avere un suono molto acustico. Poi invece negli assoli, semplicemente spostando la posizione del plettro, quindi dell’emissione, ne tiro fuori un suono più da chitarra jazz, con meno armonici e un suono più rotondo
M.B.: Noi siamo nati grazie ad Aldo Illotta che ci ha fatto conoscere, perché non ci conoscevamo prima: eravamo tutti clienti suoi e lui ha avuto la pensata di farci incontrare. Quindi inizialmente il gruppo utilizzava tutti strumenti di Aldo, e anch’io suonavo una chitarra classica e una chitarra acustica. Però poi con il passare del tempo, poiché mi reputo anche e prevalentemente un chitarrista elettrico, ho provato a inserire anche una chitarra elettrica, che avrebbe potuto dare un po’ più di apertura e di sonorità. Così uso un’elettrica di Mirko Borghino, costruita appositamente per me, e anche qualche piccolo effetto, qualche pedalino di cui son sempre stato un grande appassionato. In questa maniera credo che risulti il tutto ancora più aperto. Tra classica e acustica, io normalmente suono di più la classica, anche se in concerto con il trio per esempio suono l’acustica, perché Nicola suona di più la classica, anche Franco ha la chitarra con le corde di nylon, allora io uso l’elettrica e l’acustica. Nel disco ho suonato invece anche la classica. Le differenze sono che la chitarra con corde di nylon chiaramente è lo strumento su cui sono nate le più grandi composizioni della musica classica, è uno strumento con un grande patrimonio di composizioni alle spalle. Oltre a questo, se pensiamo al flamenco, alla musica sudamericana dal tango alla bossa nova, alla canzone napoletana, la chitarra con corde di nylon ha avuto uno sviluppo più globale nel mondo; anche perché è uno strumento più antico, quindi presenta più tradizioni, più sbocchi nelle varie musiche. Fatta eccezione per gli Stati Uniti, dove la chitarra con corde metalliche è lo strumento principe. Io comunque ho un approccio tendenzialmente non tanto differente quando suono i due tipi di chitarre.
F.C.: Io ho un ruolo facilitato perché, suonando la chitarra baritona e la chitarra a sette corde, in questo progetto ho una collocazione ben centrata e ben diversificata; soprattutto con la baritona, che mi dà la possibilità di svolgere il ruolo del bassista, un ruolo che mi attira moltissimo – nonostante io sia un chitarrista di elezione, ho sempre avuto una grande passione per quel ruolo – e comunque mi piace molto avere questo strumento che sta su un crinale strano: da una parte mi permette di simulare in maniera tutto sommato abbastanza efficace un basso, e usando il vibrato in un certo modo sembra davvero un fretless, dall’altra mi dà la possibilità a un certo punto di realizzare una specie di effetto morphing, per cui da un basso improvvisamente diventa un altro strumento e suona come una chitarra acustica. Quindi questo tipo di strumento mi permette di rivestire un ruolo ancora più aperto di quello di un bassista, perché posso realizzare contemporaneamente parti diverse; il che è molto divertente e, oltre che divertente, nell’economia del trio ha una collocazione specifica: dà la possibilità per esempio di avere una solidità ritmica che, in un trio di sole chitarre, sarebbe più difficilmente ottenibile. Poi uso la classica a sette corde, e lì il discorso è un po’ diverso: uso questo strumento non solo per avere una maggiore estensione verso il basso, cosa che comunque non guasta, ma in realtà per ricoprire il ruolo che è quello della chitarra classica tradizionale. A me serve di più perché la settima corda, nonostante sembri una complicazione, in realtà ti rende più facili certe cose, non te le rende più difficili: a differenza di corde di bordone più basse, per esempio, ti permette di usare lo strumento nella sua verticalità, per cui ti ritrovi ad avere una maggiore estensione con delle posizioni tutto sommato abbastanza normali. A me piace suonare la sette corde perché risulta come uno strumento esattamente equilibrato come una chitarra classica normale, con qualcosa in più che nell’economia del trio aiuta, permette di dare delle spinte ritmiche maggiori, o di vocalizzare meglio il lavoro melodico degli altri due.

Andrea Carpi

PUBBLICATO
Chitarra Acustica, 11/2013

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  1. Giancarlo Grassi Reply

    disco bellissimo, suoni fantastici.

  2. Carla Garindo Brunod Reply

    Hai visto che bello e che bravo. Ciao a tutti e buona domenica ciaooo cà

  3. Beb Borgo Dei Ndree Reply

    bellissimo……..interessantissimo tutto, musica e personaggi

  4. Stefano Damonte Reply

    Bellissimo disco e articolo molto interessante.

  5. Paolo Pinter Reply

    Il jazz è una forma mentale, un'apertura mentale che ti permette di utilizzare qualsiasi idea musicale, di appropriartene trasformandola. Questo gruppo suona il jazz attuale, non Rogers/Hart, anche quello è jazz ma storicizzato, questi musicisti suonano la loro musica di oggi usando l'approccio jazzistico.

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