Passare da “comune” lettore di Andrea Carpi a suo “onorato” intervistatore è stata un’esperienza al tempo stesso gratificante e divertente. E’ nato tutto per gioco, un desiderio di voler “invertire” le parti che mi è venuto per caso,
qualche tempo dopo aver avuto la fortuna di conoscere personalmente Andrea. La curiosità di sapere cosa possa raccontare di sé chi per mestiere “fa raccontare” gli altri mi è sembrato particolarmente interessante. Nella
speranza che possa interessare anche voi e per quanti non l’avessero ancora letta, ecco nuovamente pubblicata l’intervista che ho avuto il privilegio di fare nel 2007  all’amico Andrea.

Andrea Carpi

Intervista di Alfonso ‘nonny’ Giardino

Pubblicato: 31/01/2007

L’idea di un’intervista ad Andrea Carpi mi è venuta questa estate in Provenza. Lì avevo comprato l’ultimo numero di Guitarist Acoustic dedicato a Marcel Dadi, dove si racconta come Dadi sia stato il primo a pubblicare intavolature su di una rivista specializzata. A questo punto mi sono chiesto: “… e Andrea con la sua rubrica sul mitico Ciao 2001?” Così ho pensato di chiederglielo di persona e da lì… perché non chiedergli anche altro?
A pensarci bene, quanti ‘conoscono’ Andrea Carpi? Già direttore della rivista Chitarre, è l’attuale responsabile del settore chitarra acustica della stessa. Di lui tutti sanno che negli anni settanta-ottanta ha fatto scoprire il fingerpicking ad un esercito di chitarristi italiani, ma quanti sono a conoscenza dei suoi inizi, delle sue passioni, della sua musica? Incominciamo dal principio.

Andrea, ho letto su di una rivista francese che Marcel Dadi è stato il primo a pubblicare tablature. A te come è venuta l’idea della rubrica sul Ciao 2001 e, pur senza voler far gare, chi è stato allora il ‘primo’ tra voi due?
Mi viene un po’ da sorridere a confrontarmi con un chitarrista del calibro di Marcel Dadi, primo e unico musicista europeo ad aver iscritto l’impronta delle sue mani nella Country Music Hall Of Fame a Nashville! Ma i fatti sono presto detti: la storia ci racconta che Marcel ha iniziato la sua rubrica di intavolature “La guitare à Dadi” sul mensile francese Rock & Folk nel 1972, mentre la mia rubrica “Chitarra” su Ciao 2001 è nata nel 1975. All’epoca io conoscevo sicuramente il suo primo album del 1973, intitolato appunto La guitare à Dadi, che conteneva un libretto di intavolature e che avevo comperato durante un mio indelebile viaggio a Marsiglia nello stesso anno; infatti quel disco l’ho menzionato nella prima puntata dedicata nella rubrica “Chitarra” al fingerpicking sul n. 37 del ‘75. Ma non mi risulta che conoscessi, anche se può sembrare strano, la rubrica su Rock & Folk, di cui probabilmente mi parlò più tardi qualche conoscenza dell’ambiente giornalistico, forse Max Stèfani del Mucchio selvaggio.
Del resto devo confessare nei confronti di Dadi e del suo ispiratore Chet Atkins un mio ‘peccato originale’, peraltro condiviso da molti della mia generazione, che mi è stato di recente velatamente e garbatamente rimproverato dall’amico Marco Vignali della Atkins-Dadi Guitar Players Association: in quei primi anni settanta marcati da contrapposizioni ideologiche, io ero stato influenzato principalmente dal movimento americano e inglese del folk music revival ‘impegnato’, dalla riscoperta dei bluesman del periodo tra le due guerre, dalle intavolature apparse in alcuni dischi della Folkways, nei manuali della Oak, nella rivista Sing Out! e poi soprattutto nei lavori di Stefan Grossman; mentre tendevo a diffidare dagli aspetti ‘commerciali’, country-pop e nashvilliani, del virtuosismo atkinsiano e dei suoi epigoni. In anni più recenti, naturalmente, ho avuto occasione di rivedere le mie posizioni e di valutare con meno pregiudizi tutta l’importanza di quel geniale filone di artigianato chitarristico, che collegò via via Merle Travis, Chet Atkins, Jerry Reed e Marcel Dadi.
Quanto all’idea della rubrica su Ciao 2001, è stata favorita dal fatto che, appena ho iniziato a impegnarmi nella musica con risvolti professionali, la mia attività come musicista è andata di pari passo con quella di giornalista musicale: alla fine del 1972 ho infatti registrato il mio primo disco, To Allen Gisberg con il gruppo dei Living Music (uscito poi nel ‘73), e scritto i miei primi articoli per Sound Flash, una rivista diretta da Giuliana Valci e che ha avuto purtroppo vita breve. Dopo essere passato a collaborare nel ‘74 con il “Music Box” curato da Max Stèfani sul mensile Suono, l’anno seguente organizzai tra l’altro un corso di chitarra al Folkstudio di Roma: da lì ad avanzare la proposta di una rubrica di chitarra su Ciao 2001, cui ero stato introdotto da Maria Laura Giulietti, il passo fu breve.

Come sceglievi i brani da proporre?
C’è da premettere che il fatto di propormi a Ciao 2001 rispondeva al mio desiderio di realizzare una rubrica il più ‘popolare’ possibile: in questo senso il Ciao si presentava ai miei occhi come il più fresco esempio di ‘generalismo’, di apertura a un pubblico ampio e vario, in alternativa rispetto all’atteggiamento più critico e riflessivo – ma elitario – di mensili come Muzak e Gong. Così, nella scelta dei brani da presentare, cercavo di attingere il più possibile da dischi conosciuti e di attualità, tra quelli regolarmente distribuiti e promossi dalle case discografiche in Italia. L’idea era di trovare dei brani che contenessero una parte di chitarra ben udibile e riconoscibile: una parte che permettesse di suonare il pezzo nella sua interezza e che contenesse sempre degli elementi nuovi, in grado di far compiere un passo avanti al chitarrista principiante o di medio livello (e magari anche a quello più o meno avanzato). Naturalmente questa ricerca era filtrata, oltre che inevitabilmente dal mio gusto personale, anche dalla mia particolare sensibilità e capacità di ‘riconoscere’ le parti di chitarra: fu questo che portò all’inesorabile prevalere del materiale acustico. D’altra parte, dovevo anche tener conto della necessità di chiedere le dovute autorizzazioni a pubblicare quelle parti musicali. Riguardo alla disponibilità delle case discografiche, vorrei ricordare in particolare l’aiuto che mi venne a quei tempi da Beppe Andreetto delle edizioni musicali Ricordi e da Mario Cantini delle edizioni musicali RCA. La rinuncia più dolorosa, invece, fu legata all’impossibilità di utilizzare le canzoni di James Taylor.

La rubrica, il Manuale di Chitarra Rock, dopo tutti questi anni, come ripensi a quel periodo e ai tanti chitarristi per i quali sei stato per molto tempo l’unico riferimento per il fingerpicking?
Frutto di cinque anni di esperienza con la rubrica “Chitarra”, il Manuale di Chitarra Rock ebbe un successo che non mi attendevo veramente in quelle dimensioni. Mi diede la consapevolezza di quanto quella paginetta su Ciao 2001avesse guadagnato un suo ruolo nell’Italia musicale di allora. E convinse la casa editrice Anthropos, in particolare nella persona del suo consulente e direttore di collana Augusto Veroni, a proseguire su quella strada con altri manuali e con la collana dei “Quaderni di Chitarra”, fino a concepire l’idea di una rivista dedicata. L’idea fu poi raccolta da Guitar Club, grazie all’intervento di Marco E. Nobili e Alberto Radius con le edizioni Il Volo. Ma la convivenza tra noi romani e loro milanesi, come purtroppo avviene ancora oggi in molti aspetti della vita, diede luogo a qualche incomprensione. Nacque così la ‘nostra’ Chitarre.
In questi ultimi anni, lo stesso sentimento di riconoscimento che ho ricevuto dai consensi intorno al Manuale di Chitarra Rock, mi viene dalle numerose testimonianze di stima e di gratitudine da parte di aderenti alla comunità di Fingerpicking.net. Devo dire che queste attestazioni mi danno un piacere enorme, mi trasmettono un senso di appartenenza e – perché no? – qualche brivido lungo la schiena. Del resto io ho seminato soprattutto nel campo della chitarra acustica e lo stesso Manuale di Chitarra Rock, che non avrei mai voluto chiamare in quel modo, ero riuscito con difficoltà a farlo sottotitolare “La chitarra acustica dal folk-blues al rock”.

La tua attività didattica non si è esaurita, ancora oggi tieni dei corsi presso una scuola specializzata romana. Come sono cambiati i tempi? I giovani di oggi in cosa si differenziano da quelli di venti-trenta anni fa?
Per la verità è qualche tempo che non tengo più quei corsi, ma la scuola specializzata romana cui penso tu faccia riferimento, ha tardato un po’ a modificare la sua pagina pubblicitaria; adesso però lo ha fatto. Da un paio d’anni, invece, tengo un corso di “Studi di popular music” alla facoltà di Lettere dell’Università “La Sapienza” di Roma: è una nuova esperienza che mi sta dando degli stimoli importanti. Pensa che, nell’ambito di quel corso, sono riuscito a organizzare delle lezioni-concerto di Mike Cooper e Bob Brozman.
Quanto ai giovani di ieri e oggi, è noto a tutti che trent’anni fa l’atteggiamento prevalente era di contestazione nei confronti dell’autoritarismo, quindi di sfiducia verso le istituzioni tradizionali e – nella fattispecie – di insofferenza verso l’educazione musicale ufficiale, in nome di un approccio musicale più istintivo e spontaneo. I giovani di adesso, invece, sembrano mostrare la tendenza a un maggiore disincanto e a una maggiore oggettività: prendono pragmaticamente le cose per quello che sono e che possono dare rispetto agli scopi perseguiti. Questi giovani, per esempio, possono studiare al conservatorio e aspirare a suonare hard rock; oppure possono frequentare una scuola popolare di musica con la stessa metodicità e la stessa autodisciplina richieste da un corso di alta formazione professionale. Forse ci sarebbe bisogno di una sintesi tra gli atteggiamenti di ieri e di oggi.

E tu? Come hai iniziato? Quando hai scoperto il fingerpicking?
Ho cominciato a suonare intorno al 1961 all’età di tredici anni, con una Carmelo Catania da studio con corde metalliche, costata cinque-seimila lire. Andavo a rimorchio di un mio fratello maggiore a lezione di chitarra classica da un anziano signore dai lunghi ‘mustacchi’, che suonava chitarre dalla foggia antica, quasi ottocentesca, con corde di budello, ed eseguiva i solfeggi del Bona col mandolino nel tentativo di convincerci – a noi cui veniva da ridere nel farli – che non si trattava di noiosi esercizi scolastici. Il maesto Marimpietri, così si chiamava, ci mostrava fiero le sue foto ufficiali di giovane musicista ritratto in ambienti da caffè concerto, ma all’epoca non potevo sentirmi attratto da quel piccolo mondo antico di confine tra classico-leggero e popolaresco urbano, che si ricollegava alla tradizione italiana pre-segoviana di chitarristi come Pasquale Taraffo. Oggi lo avrei seguito con grandissima curiosità e attenzione, ma allora lasciammo le lezioni dopo tre-quattro mesi, che furono però sufficienti a radicare in me una predilezione per la chitarra pizzicata, diciamo pure per la chitarra fingerstyle.
I primi rudimenti di fingerpicking in senso stretto, invece, li ho ricevuti intorno al 1966 frequentando un laboratorio di chitarra al Folkstudio di Roma. Il laboratorio – una delle tante iniziative pionieristiche del boss Giancarlo Cesaroni – era tenuto dalla chitarrista americana Janet Smith, che ci propose quasi subito un arrangiamento di “Don’t Think Twice, It’s All Right” a metà tra la versione di Joan Baez e l’originale di Dylan, del quale si diceva che una sera era comparso proprio nel locale in cui ci trovavamo. Le lezioni erano seguite tra gli altri da Luigi Grechi, che poi avrebbe passato i suoi ‘segreti’ al fratello Francesco De Gregori: anche attraverso questi piccoli episodi, come la frequentazione di Guccini con la chitarrista Deborah Kooperman a Bologna, la nuova canzone d’autore italiana andava assimilando gli elementi del ‘ritmo incrociato’ afroamericano! In seguito, ho preso da Janet anche delle lezioni private, imparando pezzi come “Freight Train” e “Wilson Rag” dal repertorio di Elisabeth Cotten, standard degli anni venti come “Nobody Knows You When You’re Down And Out” o suoi arrangiamenti di brani come “Maple Leaf Rag” di Scott Joplin e “With A Little Help From My Friend” dei Beatles. Non usavamo intavolature in quelle lezioni, ma io mi portavo un ingombrante registratore, registravo e prendevo degli appunti. Nel 1968 lei pubblicò anche un bell’album per la Takoma,The Unicorn And Other Songs Both Old And New – With Musical Assistance From Bob Wilson. E poi, ti ricordi il periodo in cui Stefan Grossman pubblicava quelle intavolature bellissime, scritte a mano con una calligrafia da copista? Era lei a copiarle! Stefan l’ho incontrato poco dopo quelle lezioni con Janet, ma a lezione da lui non sono mai andato; nel frattempo avevo imparato a cavarmela da solo con le intavolature…

Dischi, esibizioni, come mai così parsimonioso in tutti questi anni?
Oltre all’esperienza con i Living Music, tra il 1973 e il 1981 mi sono impegnato in diverse collaborazioni con altri musicisti. Vorrei cercare di citarli tutti: Claudio Lolli, Mimmo Locasciulli, Francis Kuipers, Giorgio Lo Cascio, Sergio Caputo, Grosso Autunno, Vito Cantarini, Antonello Venditti, Gianni Mastinu. Ma, ogni volta che si parlava di passare dal lavoro in sala d’incisione ai concerti dal vivo e alle tournée, mi dovevo scontrare con grandi difficoltà personali, forti resistenze e indecisioni, fino a collezionare rinunce e defezioni dell’ultim’ora. Cose che non mi piacevano nemmeno un po’ e che, naturalmente, non piacevano nemmeno agli altri… Così, quando la mia attività pubblicistica si è andata assestando con il Manuale di Chitarra Rock, ho deciso con molto rammarico di fare una croce sulla musica attiva e di dedicarmi a tempo pieno al giornalismo e alle attività editoriali.

Come riesci (se riesci…) ad alternare le tue attività professionali con i momenti musicali privati? Quale musica suoni e ascolti a casa?
Questa è una domanda a cui non so rispondere bene in questa fase della mia vita. Ricordo con nostalgia momenti ormai lontani, in cui ci si poteva incontrare e passare pomeriggi e serate intere ad ascoltare musica in religioso silenzio. Oggi la musica si è ridotta spesso a fare da sottofondo. E io non amo ascoltare la musica come sottofondo. Nella musica che suono e ascolto a casa c’è attualmente un po’ troppa casualità ed episodicità. Avrei bisogno di rimettere ordine in queste cose. Resta comunque il fatto che nelle mie attività professionali non mi mancano soddisfazioni al riguardo: sempre ho cercato e continuo a cercare di ritagliarmi degli spazi in cui potermi occupare delle cose che mi interessano e mi piacciono. Ultimamente, il fatto di poter seguire manifestazioni come l’Acoustic Guitar International Meeting di Sarzana, Le Acustiche curate da Giovanni Palombo a Roma, Acoustic Franciacorta e il Guitar International Rendez-Vous della ADGPA italiana, mi sta dando sicuramente nuovi stimoli ed entusiasmi.

Come nasce la tua passione per la musica tradizionale sarda e la pubblicazione del tuo libro Canti sardi a chitarra – Un sistema tradizionale di competizione poetico-musicale?
Come ti dicevo, sono stato fortemente influenzato dal movimento di folk revival anglosassone e, ancor prima dell’esperienza con i Living Music, ho suonato attivamente folk americano in trio con Luigi Grechi e Mariano De Simone. In quel periodo scoprii che due dei maggiori esponenti di quel movimento, lo studioso Alan Lomax e Pete Seeger, non perdevano occasione di esortare i giovani delle altre nazioni a compiere a loro volta un lavoro di recupero del folklore musicale del proprio paese. Lomax del resto, tra il 1954 e il 1955, aveva accompagnato l’etnomusicologo italiano Diego Carpitella in una fondamentale campagna di ricerca sul campo nelle varie regioni d’Italia, da cui fu tratta la prima completa antologia discografica del folklore musicale italiano, Northern And Central Italy And The Albanians Of Calabria e Southern Italy And The Islands, pubblicata dalla Columbia nel 1957. Seeger, nelle note di copertina del suo album Strangers And Cousins, pubblicato da CBS nel 1965, scriveva dal canto suo: “Ma vi dirò cosa mi farebbe ancora più piacere: sapere che voi stessi amate cantare, non soltanto canzoni occasionali come queste, ma quel solido genere di musica che esprime Voi e le Vostre Proprie tradizioni, quali che siano. E se non siete certi della Vostra identità, dovreste capire che scoprirla è uno dei più importanti compiti della vita.” Io fui molto sensibile a queste esortazioni e, tra il 1974 e il 1982, scrissi diffusamente su Suono e Ciao 2001 recensioni, articoli e rubriche sul revival e i documenti originali del folk italiano. Poi, con l’epilogo degli anni di piombo e l’avvento degli anni ottanta, dei Duran Duran e dell’edonismo reaganiano, il clima culturale cambiò improvvisamente. Presto fui in qualche modo ‘scoraggiato’, per dirla eufemisticamente, dal continuare a trattare quegli argomenti. Così, visto che gli spazi professionali si riducevano sempre di più da quel punto di vista, decisi di riprendere gli studi e seguire i corsi di Carpitella: l’università mi sembrò l’unico luogo ‘disinteressato’ dove si potesse continuare a coltivare quegli interessi. Volevo laurearmi in etnomusicologia con una tesi che avesse a che fare sia con il folklore italiano, sia con la chitarra; e mi resi conto che il repertorio del canto sardo a chitarra era il più interessante al riguardo. Il libro Canti sardi a chitarra, pubblicato nel 1999 e seguìto nel 2004 dal cd Cantigos a chiterra, contenente parte delle registrazioni sul campo oggetto della ricerca, è appunto un aggiornamento e un approfondimento della mia tesi datata 1988. Come vedi, quindi, la mia passione per la musica tradizionale sarda nasce da un mio più vasto amore per tutto il folklore musicale italiano.

Immagino che in tutti questi anni ti saranno passate per le mani tantissime chitarre. Vorrei sapere quali sono quelle che si sono fermate a casa tua, le tue preferite, quelle che suoni quando desideri essere da solo con i tuoi pensieri e se anche tu hai ogni tanto qualche attacco di… GAS?
Nel farmi gli auguri di buon compleanno sul forum di Fingerpicking.net, Roberto De Luca ha parlato di “struggente nostalgia per un passato in cui i nostri sogni musicali di gloria erano inversamente proporzionali al valore delle scassatissime chitarre che suonavamo con tanto entusiasmo”. Ed io gli ho risposto ricordando la copertina del libro Ragtime Blues Guitarists di Stefan Grossman, dove si vede un bluesman con una vecchia chitarra malconcia e un capotasto mobile ricavato da una matita stretta al manico con un laccio… In linea con questo nostro immaginario di una volta, fatto di più miti pretese rispetto a oggi, Luigi Grechi scriveva nella prefazione al libro Country Music di Mariano De Simone [Datanews. 1985]: “Andrea era invidiato per una delle prime chitarre giapponesi, che allora era quanto di meglio si potesse trovare per suonare il nostro genere di musica”. Si trattava di una Yamaha FG-170, pensa un po’, però aveva un buon suono! Le mie prime incisioni professionali, poi, le ho realizzate con due Eko “Korral” a sei e dodici corde, che mi sono divertito a ‘superaccessoriare’: ho fatto montare delle meccaniche di precisione, sostituire il capotasto e la selletta di plastica con elementi di vero osso, rifare la verniciatura della tavola in modo artigianale, eliminando l’ingombrante battipenna… In seguito, intorno al 1978, ho avuto un fugace rapporto di consulenza con la Eko, che a quel tempo cercava di avviare una produzione di qualità; ciò mi valse l’acquisto a condizioni molto vantaggiose di quattro chitarre Eko, che ancora posseggo: due prototipi “Korral Special” e “Chetro”, entrambi modelli unici sui quali avevo fatto montare una tastiera da dodici corde adattata a sei; una classica “Alborada”; un’elettrica C-44, anch’essa con una tastiera leggermente più larga del normale (ma non ho ancora comperato l’amplificatore!). A queste si sono aggiunte più tardi tre chitarre popolari italiane: una chitarra battente De Bonis a quattro corde doppie più una quinta corda di bordone, fissata con un bischero al centro del manico all’altezza del settimo tasto; e due chitarre ‘giganti’ sarde (praticamente delle chitarre baritono) costruite da Gaetano Miroglio.
Comunque, nella mia attività giornalistica, non mi sono mai sentito particolarmente versato e competente nel campo della strumentazione: a parte alcune prove di chitarre che ho scritto sui primissimi numeri di Fare musica, su Chitarreho sempre preferito delegare ad altri la cura e il coordinamento di questi argomenti, in particolare a Stefano Tavernese. Quanto agli attacchi di GAS, certo non ne sono esente… ma tengo famiglia e qualcuno mi fa notare che le sette chitarre che ho, visto che non suono professionalmente, possono anche bastare! L’argomento non è privo di fondamento. Però un sogno ce l’ho: le Martin D-12 Fret e 000-12 Fret, quelle con la paletta di tipo classico e l’attacco del manico al dodicesimo tasto…

Da operatore del settore, quali differenze ritieni ci siano tra l’editoria specializzata italiana e quella straniera?
Non parlerei tanto di differenze, che in ogni caso è importante che ci siano. Il punto è che l’editoria specializzata dei paesi estranei al mondo anglosassone, si trova a dover fare i conti con il notevolissimo sviluppo dell’editoria specializzata appartenente a quel mondo, uno sviluppo legato alla vastità del mercato di riferimento, a questioni di potere economico e a un’egemonia culturale che si esprime in modo particolare nel campo della nascita e della crescita della cultura di massa contemporanea. Di fronte a questo colosso, però, noi non possiamo esimerci dal portare avanti il nostro compito particolare, quello cioè di realizzare dei prodotti su misura per il nostro mondo di appartenenza, che rispondano alle esigenze specifiche del nostro paese. Per far questo dovremmo imparare quello che c’è da imparare e prendere quello che c’è di buono dall’editoria anglosassone, filtrarlo attraverso le nostre tradizioni culturali e cercare di produrre dei contenuti specificamente nostri. In sostanza dovremmo contribuire alla crescita della nostra comunità di appassionati, promuovere l’attività della nostra comunità di musicisti e accompagnare l’emancipazione di tutti verso la creazione di qualcosa di nuovo.

Da alcuni numeri Chitarre ha operato una nuova scelta editoriale: dare maggiore spazio alla chitarra acustica. Quali considerazioni hanno portato a questa iniziativa?
Come me, la maggior parte dei redattori della prima Chitarre, nata nel lontano 1986, aveva mosso i suoi primi passi sulla pedana del Folkstudio di Roma. Stefano Tavernese è stato un rappresentante di spicco del country e bluegrass romano, anche se tra i primi poi a rinnovarlo attraverso l’uso dell’elettronica. Paolo Somigli, che pure era l’anima più rockettara e – con la cover band degli Ex Abrupto – aveva infuocato le danze collettive dell’Estate Romana di Renato Nicolini al suono di Beatles e Rolling Stones, era stato attivo principalmente all’interno del Grosso Autunno, gruppo elettro-acustico con forte matrice cantautorale. Insieme a lui in queste esperienze erano altri collaboratori storici della rivista: primo fra tutti Luciano Ceri, cantautore per l’etichetta Folkstudio con l’album Corrente del golfo del 1987; poi Gabriele Longo, chitarrista acustico e bassista; e Fabio Marchei, che ha esordito nel ’74-75 in duo acustico con Sergio Caputo. Nel passaggio dalla rubrica su Ciao 2001 a Chitarre, però, con l’innesto di nuovi collaboratori introdotti da Veroni – Giuseppe Barbieri, Marco Manusso, Gianfranco Diletti – e soprattutto attraverso gli stimoli che ci sono sembrati emergere tra i lettori, si è sviluppata una contrapposizione tra due anime all’interno della redazione: la vecchia anima ‘cantinara’, legata alla funzione ‘sociale’ e ‘socializzante’ della chitarra e al suo tradizionale ruolo di accompagnamento della canzone; e una nuova anima più ‘specialistica’, che tendeva verso una definizione sempre più precisa dello specifico chitarristico e mirava a raggiungere un pubblico di veri cultori. Questa duplice anima ha manifestato la sua presenza fin dal numero di esordio della rivista, per il quale fu bocciata un’ipotesi di copertina ai cantanti-chitarristi Francesco De Gregori e Ivano Fossati, in favore di un Little Steven alle prime esperienze solistiche. In fondo questa scelta iniziale è stata anche un segno premonitore di una ‘virata elettrica’, che nel corso degli anni avrebbe finito per prevalere. In tempi di riflusso, sono stati in molti a pensare che soprattutto gli shredder e i virtuosi dell’heavy rock avrebbero potuto tenere alte le posizioni di un rinnovamento musicale e chitarristico. E, anche se Chitarre ha cercato costantemente di mantenere un punto di equilibrio tra i diversi generi e tendenze, la svolta rockettara deve aver tradito le aspettative dello zoccolo duro acustico. Quando abbiamo fatto dei sondaggi, la percentuale dei nostri lettori appassionati di acustica ci è sembrata veramente bassa, molto più bassa di un suo potenziale reale. Ultimamente, poi, abbiamo scoperto che nel 2004 le chitarre acustiche vendute (con corde di nylon o di metallo) sono state sensibilmente più del doppio rispetto alle chitarre elettriche, mentre il costo medio delle acustiche è di solo 141 euro, contro i 557 euro delle elettriche. Abbiamo pensato allora che sarebbe importante non trascurare questo ‘popolo acustico’: sia perché sembrerebbe per la maggior parte composto da principianti, che varrebbe la pena incoraggiare e di cui converrebbe conoscere le aspirazioni; sia perché in questo popolo si è fatta strada un’agguerrita avanguardia di appassionati e di cultori. Di qui l’idea di riorganizzare i contenuti dedicati alla chitarra acustica, in modo da garantire una maggiore continuità e visibilità.

Hai praticamente visto crescere, contribuendo in prima persona, il movimento della chitarra acustica in Italia. Come ne vedi il presente ed il futuro?
Il presente e il recente passato stanno indubbiamente dimostando una vitalità sorprendente. Tu e gli amici di Fingerpicking.net sapete bene, avendo avuto parte attiva in questo processo, quanto il combattivo movimento della chitarra acustica in Italia si sia andato costruendo negli ultimi anni un vero e proprio circuito di manifestazioni dedicate, occasioni di incontro e di crescita. Inoltre il movimento raccoglie ormai al suo interno diversi musicisti importanti, tra i quali – personalmente – citerei in modo particolare Beppe Gambetta e Franco Morone, che hanno raggiunto una sicura statura internazionale e dei contenuti musicali assolutamente qualificanti per la cultura del nostro paese. Le nuove leve, che abbiamo modo di saggiare ogni anno durante il New Sounds Of Acoustic Music – Premio Wilder-Davoli all’AGIM di Sarzana, rivelano un innalzamento notevole del livello tecnico, anche se naturalmente bisogna rivedere ancora qualcosa sul piano della maturità compositiva.
Il futuro, poi, credo che possa confermare queste linee di tendenza. E Fingerpicking.net, avendo avuto l’idea giusta di canalizzare tutti questi stimoli in una comunità virtuale, credo sia destinata a ricoprire un ruolo fondamentale. Su Internet, infatti, circola oggi sempre più la possibilità di un superamento della cultura di massa, che sembra aver quasi compiuto l’importante ciclo del suo ruolo storico, e va formandosi una cultura delle comunità on line, in grado di garantire una comunicazione globale e al tempo stesso il rispetto delle particolarità locali.
Un’ultima cosa: è giusto che la musica per sola chitarra mantenga la sua immagine qualitativa e trainante in questo percorso. Ma è anche giusto, per evitare il rischio di un ripiegamento eccessivo nello specifico chitarristico e negli aspetti formali della tecnica strumentale, che il movimento della chitarra acustica italiana ritrovi dei collegamenti con i circuiti della musica acustica in senso lato, della musica etnica, della canzone. Non vedrei male, in questa ottica, dei nuovi James Taylor, Pentangle, Oregon, Crosby, Stills, Nash & Young…

Andrea Carpi

Interview by Alfonso ‘nonny’ Giardino

Published: 31/01/2007

The idea of an interview with Andrea Carpi came to me this summer when I was in Provence. While I was there, I had bought the most recent issue of Guitarist Acoustic dedicated to Marcel Dadi, which explained that Dadi had been the first to publish tablatures in a specialist journal. I couldn’t help asking myself: “…and Andrea who had a column in the renowned Ciao 2001?” So I thought I would ask him about it in person and while I was at it… I would ask about some other things as well!

Thinking about it, who really knows Andrea Carpi? He is the editor of Chitarre magazine as well as the current head of its acoustic guitar section. Everyone knows that it was he who led an army of Italian guitarists to discover fingerpicking in the seventies and eighties, but how many people actually know how his career began or what his passions are and what his music is really about. Let’s start from the very beginning.

Andrea, I read in a French magazine that Marcel Dadi was the first to publish tablatures. How did you get the idea for your column in Ciao 2001? Without wishing to create a contest, who was actually the first between you two?

I can’t help but smile a little at the idea of comparing myself to a guitarist of the calibre of Marcel Dadi, the first and only European musician to have left his mark at the Country Music Hall Of Fame in Nashville! But the facts are easily told: documents show that Marcel began his column of tablatures “La guitare à Dadi” in the monthly French magazine Rock & Folk in 1972, while my column “Chitarra” in Ciao 2001 started in 1975. At the time, I was certainly familiar with his first 1973 album with the same title La guitare à Dadi, which included a booklet of tablatures and which I had bought during an unforgettable trip to Marseille that same year. In fact, I mentioned the album in the first “Chitarra” column I wrote which was dedicated to fingerpicking in issue no. 37 in ’75. But, even though it may now seem strange, I really don’t think I knew about his column in Rock & Folk, which I was probably later told about by a journalist friend – maybe Max Stèfani from

Mucchio selvaggio.

This aside, I have to confess an ‘original sin’ I involuntarily committed, together with many others of my generation, towards Dadi and his inspirer Chet Atkins. In fact, not so long ago, I was indirectly and tactfully given a telling-off by my friend Marco Vignali from Atkins-Dadi Guitar Players Association. In the early years of the seventies marked by ideological differences, I was mainly influenced by the most committed part of the American and English folk music revival movement, by the rediscovery of bluesmen from the period between the two Wars and by the tablatures published in some of the Folkways albums, in the Oak manuals, in Sing Out! magazine and especially those in Stefan Grossman’s works. On the other hand I distrusted anything ‘commercial’, including country-pop and the Nashville sound as well as the virtuosistic guitar movement inspired by Atkins. Naturally, in more recent years, I had occasion to reconsider my standpoint and to be less prejudiced in evaluating the importance of the genial line of artisan guitarists created through Merle Travis, Chet Atkins, Jerry Reed and Marcel Dadi.

As far as the idea for the column in Ciao 2001, it was favoured by the fact that as soon as I began to receive professional recognition for my work on the music scene, it was always in equal measure for my work as a journalist as for that as a musician. In fact, at the end of 1972, I recorded my first album To Allen Gisberg with the group Living Music. It was released in ’73 which was the same year as I wrote my first articles for Sound Flash, a magazine edited by Giuliana Valci and which was unfortunately short-lived. After moving on to work on the “Music Box” edited by Max Stèfani in the monthly magazine Suono in 1974, the following year I organized a guitar course at the Folkstudio in Rome. Maria Laura Giulietti introduced me to Ciao 2001 and my proposal to them for a guitar column was a natural consequence.

How did you choose the pieces to propose?

I should first say that my proposal to Ciao 2001 met my need to create a column that was as popular as possible. In this sense, Ciao seemed to me to be the freshest example of a ‘general’ magazine that was open to everyone with a broad and varied readership, quite distinct from the more critical and thought-provoking – but elitist – attitude of monthly magazines like Muzak or Gong. Therefore, when choosing the pieces to present, as much as possible I tried to draw on the better-known and most recent albums amongst those being regularly distributed and promoted by record companies in Italy. The idea was to find pieces which contained a clearly audible and recognisable guitar part – a part which would allow the piece to be played in its entirety and which would always include new elements able of helping a beginner or average guitarist (or hopefully also someone at an advanced level) complete the next step forward. Naturally, the search was filtered inevitably by my own personal taste as well as by my own individual sensibility and capability of appreciating the guitar parts. It was for this reason that acoustic material invariably dominated. At the same time, I had to remember my obligation of requesting the necessary authorisations to publish the musical parts. As regards the record companies, I would like to recall in particular the help that was given to me at the time by Beppe Andreetto from Ricordi musical editions and by Mario Cantini from RCA musical editions. On the contrary, my most painful moment was when I had to resign myself to the fact that I would not be allowed to use James Taylor’s songs.

The column on Ciao 2001 and then the Manuale di Chitarra Rock: after all this time how do you think back on those years? For many guitarists, you were their only point of reference for fingerpicking for a considerable amount of time.

The Manuale di Chitarra Rock was the fruit of five years’ experience writing the column “Chitarra” and it had a success on a scale I could never have expected. It made me realize how much that page in Ciao 2001 had earned its place on the Italy music scene of its time. The manual’s success convinced the publishers Anthropos (to be specific, their consultant and director Augusto Veroni) to follow it up with other manuals as well as the series “Quaderni di Chitarra”, until finally the idea for a specialist magazine came about. The idea was welcomed by Guitar Club, thanks to the intervention of Marco E. Nobili and Alberto Radius with their publishing company Il Volo. But teamwork between us Romans and the others from Milan was difficult and gave rise to many misunderstandings, as unfortunately still happens today in many aspects of life. That was how our Chitarre magazine came to the light.

Over the last few years, I have been receiving the same sense of recognition in terms of the numerous testimonies of respect and gratitude from the community of Fingerpicking.net that I received from the general consensus around theManuale di Chitarra Rock. I have to say that this gives me enormous pleasure as well as a sense of belonging and – why not? – a certain shiver down my spine. After all, I’ve always dedicated myself above everything else to the field of acoustic guitar and I fought hard to subtitle the Manuale di Chitarra Rock, that I never wanted entitled that way, with the phrase “La chitarra acustica dal folk-blues al rock” [‘Acoustic Guitar from Folk-Blues to Rock”].

Your teaching has never run dry. You are still holding courses in a specialised school in Rome. How have times changed? How are the youths of today different from those twenty or thirty years ago?

To tell you the truth, it’s been some time since I held those courses. The specialised school in Rome which I think you are referring to was rather behind times in updating its advertising. However, now it has done so. On the other hand, for the last couple of years, I’ve been running a course entitled “Popular Music Studies” at the Literature Faculty of the Rome University “La Sapienza”. It is a new experience which is giving me exciting new stimuli. Just think that as part of the course I managed to organise lesson-concerts with Mike Cooper and Bob Brozman.

As far as the youths of yesterday and today are concerned, it’s common knowledge that thirty years ago the prevalent attitude was one of protest in the face of authority, including a marked distrust of traditional institutions, which in this specific case resulted in intolerance of official musical education in a move towards a more instinctive and spontaneous approach to music. On the contrary, young people today seem to show greater disillusionment and be more objective. They are more pragmatic in that they accept things as they are and exploit what they can of the situation to follow their own ambitions. For example, these young people can study at the Music Academy with the aim of playing hard rock, or they can attend a Popular Music School with the same methodology and self-discipline required on a high-level professional training course. Maybe what we really need is a happy medium  between the attitudes of yesterday and today.

And you? How did you start? When did you discover fingerpicking?

I began playing in around 1961 when I was 13 years old. My first guitar was a practice steel-string Carmelo Catania. It cost five or six thousand lire [two or three pounds sterling]. I tagged along behind my older brother when he went to his classical guitar lessons. His teacher was an old man with a long moustache, who played a gut-stringed guitar with an out-dated almost 1800 style and performed Bona’s Sol-Fa method on the mandolin, in an attempt to convince us that they were not just boring scholastic exercises. It’s true we laughed a lot! Master Marimpietri, as he was called, proudly showed us his official photos as a young musician taken in café-concert environments. But at the time, there was no way I could feel attracted to this small ancient world on the border between light-classicism and urban-folk, an inheritance from the pre-Segovian Italian tradition passed down by guitarists such as Pasquale Taraffo. Today, I would have listened to him with great curiosity and attention, but back then we stopped having lessons after only three or four months, which had nevertheless been sufficient to instill in me a predilection for fingerpicked or fingerstyle guitar.

I was taught the first rudiments for fingerpicking in its strictest sense in about 1966, when I went on a guitar workshop at the Folkstudio in Rome. The workshop was one of the many pioneering initiatives of boss Giancarlo Cesaroni and it was led by the American guitarist Janet Smith. One of the first things she proposed was an arrangement of “Don’t Think Twice, It’s All Right” half-way between Joan Baez’s version and Dylan’s original, who was said to have turned up one evening in the venue where we were playing. Luigi Grechi was also on the course and he went on to pass his ‘secrets’ down to his brother Francesco De Gregori. Through little episodes like these, including the time when Francesco Guccini met up with guitarist Deborah Kooperman in Bologna, the emerging Italian singer-songwriters began to take on Afro-American elements of cross-rhythm. Following the workshop, I began to take private lessons with Janet and studied pieces such as “Freight Train” and “Wilson Rag” from Elisabeth Cotton’s repertory, standard pieces from the twenties such as “Nobody Knows You When You’re Down And Out” and her arrangements of pieces such as “Maple Leaf Rag” by Scott Joplin and the Beatles’ “With A Little Help From My Friend”. We never used tablature in those lessons, but I used to bring cumbersome recording equipment with me so that I could record everything as well as making notes. She released a beautiful album with Takoma Records in 1968, The Unicorn And Other Songs Both Old And New – With Musical Assistance From Bob Wilson. And then, do you remember the time when Stefan Grossman published those beautiful hand-written tablatures with a scribe’s calligraphy? It was Janet who copied them! I met Stefano soon after I finished having lessons with Janet, but I never took up lessons with him. I had learnt to stand on my own two feet using the tablature to help me…

How come you have been so thrifty with your albums and concerts?

In addition to my experience with Living Music, I worked alongside many different musicians from 1973 to 1981. I would like to try to cite them all: Claudio Lolli, Mimmo Locasciulli, Francis Kuipers, Giorgio Lo Cascio, Sergio Caputo, Grosso Autunno, Vito Cantarini, Antonello Venditti and Gianni Mastinu. But every time we came to talk about moving on from working in the recording studio to live concerts and tournées, I found I had to fight hard at great personal expense against resistance and indecisions, which often ended in relinquishment and last-minute cancellations. I didn’t like this kind of behaviour one bit, and naturally neither did the others… So when my work with the press took off with the Manuale di Chitarra Rock, I made the decision, with great sorrow, to stop performing and to dedicate myself full-time to journalism and editorial work.

How do you manage (if indeed you do manage) to balance your professional work with your own private musical moments? What music do you play and listen to at home?

This is a question which I don’t really know how to answer, especially not in this moment of my life. I become quite nostalgic when I remember long ago times when I could meet up with friends and spend entire afternoons and evenings just listening to music in an almost religious silence. Today, music has often been diminished to background noise. And I hate listening to music in the background. I don’t take enough time to choose the music I play and listen to at home at the moment – it’s too much by chance and too episodic. I really need to put more order into these things. Anyway, the fact remains that my professional life is full of satisfaction from this point of view. I’ve always sought and I am still seeking to make time for those things which interest and fulfil me most. Recently, the opportunity of following events such as the Acoustic Guitar International Meeting at Sarzana, “Le Acustiche” organised by Giovanni Palombo in Rome, the Acoustic Franciacorta festival and the Italian ADGPA’s International Guitar Rendez-Vous have given me new stimuli and enthusiasm.

How did your passion begin for traditional Sardinian music which led to the publication of your book Canti sardi a chitarra – Un sistema tradizionale di competizione poetico-musicale?

As I’ve told you before, I’ve been heavily influenced by the Anglo-Saxon folk revival movement and, even before my experience with Living Music, I’d been active playing American folk music in a trio with Luigi Grechi and Mariano De Simone. In that period I discovered that two of the major exponents of that movement, the expert Alan Lomax and Pete Seeger, never missed an opportunity of urging young people from other countries to take on in their turn the work of rediscovering folklore music from their own nation. Apart from which, Lomax worked alongside the Italian ethnomusicologist Diego Carpitella from 1954 to 1955 in a fundamental research campaign involving fieldwork in many different regions of Italy. The result of this research was the first complete anthology of Italian musical folklore albums Northern And Central Italy And The Albanians Of Calabria and Southern Italy And The Islands, published by Columbia in 1957. Seeger, in the cover notes of his album Strangers And Cousins, published by CBS in 1965, expressed his opinion as follows: “But I’ll tell you what would give me a helluva lot more pleasure: the knowledge that you like to sing yourself, not only occasional songs like these, but the solid kind of music which expresses You and Your Own Traditions, whatever they are. And if you are not certain who You are, you should realize that finding this out is one of the most important jobs of your life.” I was deeply moved by these pleas and I wrote about it profusely in Suono and Ciao 2001 between 1974 and 1982. My reviews, articles and columns discussed the revival movement and drew on primary sources of Italian folk tradition. Then, with the end of the ‘Years of Lead’ and the beginning of the eighties, with Duran Duran and Reagan hedonism, the cultural climate suddenly changed. I soon began to be discouraged (to put it tactfully) from dealing with these topics. So, given that professional opportunities became ever fewer in that field, I decided to take up studying again and follow Carpitella’s courses. University seemed to me to be the only disinterested place where it was still possible to follow this field of research. I wanted to get a degree in Ethnomusicology with a thesis that specialised both in Italian folklore and in the guitar. I soon realized that the repertoire of Sardinian songs on the guitar was what interested me most. The book Canti sardi a chitarra, published in 1999 and followed by the cd Cantigos a chiterra in 2004, which contained part of the recordings I had made in the field for my research, was the updated and elaborated version of my 1988 thesis. So, as you see, my passion for traditional Sardinian music grew out of a broader love of all Italian folklore music.

I imagine that over all these years an awful lot of guitars must have passed through your hands. I would like to know which ones found their way into your house, which are your favourites, which are the ones you play when you want to be alone with your thoughts… and if you too have the occasional attacks of GAS (Gear Acquisition Syndrome)?

When Roberto De Luca wished me happy birthday on Fingerpicking.net’s forum, he spoke of an “all-consuming nostalgia for past times when our musical dreams of glory where inversely proportionate with the value of the shoddy guitars we played with such enthusiasm”. I replied reminding him of the book-cover to Ragtime Blues Guitarists by Stefan Grossman, where there is a bluesman with an old, beat-up guitar with a capo made out of a pencil tied to the guitar’s neck with a piece of string. Along the same lines as our fantasising about a past made up of meeker demands than today, Luigi Grechi wrote the following comment in his preface to the book Country Music by Mariano De Simone (Datanews, 1985): “Andrea was envied for having one of the first Japanese guitars which, at the time, was considered the very best you could find for playing our genre of music”. You won’t believe it but he was referring to my Yamaha FG-170, and it did produce a good sound! My first professional recordings were made with two Eko “Korral” – a six-string and a twelve-string – which I had a lot of fun buying super-accessories for. I had special tuning keys fitted, replaced the plastic nut and saddle with real bone ones, had the soundboard re-varnished using traditional methods and got rid of the cumbersome pickguard. Later on, I had a fleeting advisory role with Eko in around 1978, when they were trying to introduce a quality production line. And so I made the most of the opportunity to buy four Eko guitars at a most advantageous price, and I still have them today. They included two prototypes called “Korral Special” and “Chetro” that were both unique models. I had them mounted with a twelve-string fretboard adapted for six-string. The third was a classical “Alborada” and the fourth an electric C-44 which also has a larger than normal fretboard (but I still haven’t bought an amp for it!). Three Italian folk guitars later joined my collection: a De Bonis “chitarra battente” with four double courses of strings and a drone string fixed with a peg to the centre of the neck at the height of the seventh fret, and two “giant” Sardinian guitars (practically baritone guitars) made by Gaetano Miroglio.

However, in my work as a journalist, I have never felt particularly suited or competent in the field of instrumentation. Apart from a few trial tests of guitars which I wrote about in the very first issues of Fare Musica magazine, I have always preferred to delegate the responsibility and coordination of these topics to others, in particular to Stefano Tavernese for the magazine Chitarre. As far as GAS attacks are concerned, of course I’m not exempt… but I got a family and as some of them point out, given that I don’t play professionally, seven guitars might just be enough! The topic is not groundless, but I do have one dream: the Martin D-12 Fret and 000-12 Fret, the ones with the classical-style headstock and the neck attached at the height of the twelfth fret…

As a worker in the sector, what differences do you maintain exist between specialised Italian journals and their foreign equivalents?

I wouldn’t speak so much about differences, as in any case it’s important that they exist. The crux is that specialist magazines from foreign countries in relation to the Anglo-Saxon world have to deal with the huge development in the specialised publishing sector in that world, a development which is linked to the vastness of their market as well as to matters of economic power and a cultural hegemony particularly evident in the origins and growth of mass contemporary culture. In the shadow of this colossus, we cannot exempt ourselves from furthering our own particular task of creating products which have been made to measure for our own little world, and which meet our own country’s specific needs. In order to do this, we must learn what there is to be learnt from the Anglo-Saxon publishing industry and take its good points, filtering them through our own cultural traditions with the aim of creating content which is specifically ours. In a nutshell, we must contribute to the growth of our passionate community of fans, promote the work of our community of musicians and take everybody’s emancipation by the hand towards the creation of something new.

Chitarre has adopted a different editorial standpoint for the last few issues. It has given more space to the acoustic guitar. What kind of considerations led to this?

Like me, the majority of journalists who worked on the first issues of Chitarre, way back in 1986, had taken their first steps on the stage of Folkstudio in Rome. Stefano Tavernese was a high-profile figure in Roman country and bluegrass, even if he was among the first to modernise it with the use electronics. Paolo Somigli was the most rock-minded with his cover band Ex Abrupto, who had set Renato Nicolini’s Roman Summer group dances ablaze to the sound of the Beatles and the Rolling Stones, but he played mainly in the electric-acoustic group Grosso Autunno which had a decisive trend of singer-songwriting. Other historical writers for the magazine shared Paolo’s experiences: first and foremost was Luciano Ceri, singer-songwriter for the Folkstudio label with his album Corrente del golfo in 1987; next came Gabriele Longo, acoustic and bass guitarist; and Fabio Marchei, who debuted in an acoustic duo with Sergio Caputo in ’74-‘75. However, on the move from my column in Ciao 2001 to Chitarre, with the addition of new writers introduced by Veroni – Giuseppe Barbieri, Marco Manusso and Gianfranco Diletti –, a difference of opinion was born between two souls of the team, which was deepened by stimuli we thought we saw emerging in our readers. The rift was between an old ‘underground’ way, who was tied to the social and socialising function of the guitar and to its traditional role of accompaniment for songs, and a new more specialised soul who tended towards an ever more precise definition of guitar specifics and was driving towards reaching a true cult public. This divide had shown its presence right from the magazine’s beginning, when a hypothesis for a cover page with an image of singers-guitarists Francesco De Gregori and Ivano Fossati was thrown out in favour of Little Steven at one of his first solo performances. In actual fact this initial choice was an early warning of an ‘electric’ change of direction, which over the years became ever more dominant. In those times of hedonism, there were many who thought that it would be the shredder s and the heavy rock who would be able to keep the figures high for the music and guitar renewal. And, even if Chitarre constantly sought to maintain a balance between different genres and tendencies, the rock-wave must have let the serious acoustic fan down. When we carried out some surveys, the percentage of our readers who were fans of acoustic music seemed very small indeed, much smaller than it had the potential to be. Then we discovered recently that the number of acoustic guitars sold (with nylon or steel strings) in 2004 was considerably more than twice that of the number of electric guitars sold, while the average cost of an acoustic guitar is 141 euro against 557 euro for an electric guitar. And so we thought that it was important not to neglect this ‘acoustic population’, especially since they would seem to be mainly made up of beginners who merit encouragement and whose aspirations are well worth discovering. Furthermore, another part of this population includes a battle-scarred avant-garde of fans and cult figures. Hence came the idea of re-organising the magazine’s contents to ensure greater continuity and visibility in its dedication to acoustic guitar.

You have been a witness of the growth of the acoustic guitar movement in Italy and contributed to it in first person. What is your view of the present situation and vision of its future?

The present and recent past have undoubtedly shown an incredible vitality. Having played an active part in the process, both yourself and our friends of Fingerpicking.net are well familiar with how the hard-fighting acoustic guitar movement in Italy has built itself up over recent years into a well-defined circuit of dedicated festivals, meeting places and opportunities for growth. Furthermore, the movement has welcomed several important musicians into its arms, amongst whom I would personally cite Beppe Gambetta and Franco Morone in particular. They have both earned solid international acclaim and their musical content undoubtedly enriches our country’s culture. The new blood we have the opportunity of testing every year during the New Sounds Of Acoustic Music – Premio Wilder-Davoli at Sarzana’s AGIM shows a noticeable improvement in terms of technique, even if the maturity of the compositions still needs some work.

I think the future will confirm these trends. And in my opinion Fingerpicking.net, having had the right idea to channel these stimuli into a virtual community, is destined to have a fundamental role in this. In fact, today on the Internet, the possibility of overcoming mass culture exists. It would seem that mass culture has almost completed the important cycle of its historical role, and now there is a culture forming within on-line communities that is able to guarantee global communication and respect local differences at the same time.

One last thing: it is right that along the way music for solo guitar should maintain its image of quality and its position as a driving force. But it is also right to avoid the risk of becoming excessively insular, constricted within guitar specifics and the formal aspects of instrumental technique. The Italian acoustic guitar movement needs to find back its connections with acoustic music circles in a broader sense, including ethnic music and songs. In light of this, I wouldn’t look badly on new James Taylors, Pentangles, Oregons, CSN&Ys…