Intervista a Tommy Emmanuel

Fenomenologia di un fenomeno

Cosa può esserci ancora da dire sul chitarrista australiano, protagonista oramai da un decennio di strepitosi concerti ai quattro angoli del pianeta, aizzatore di folle imperturbabili, fomentatore di giovani virgulti di ogni colore e nazionalità, ispiratore di schiere di appassionati che tornano ad imbracciare la sei corde abbandonata per mancanza di stimoli? Quello che c’è da dire ce lo dirà lui nell’intervista che segue, a noi rilasciata in occasione della sua esibizione romana all’Atlantico Live. È una chiacchierata a 360 gradi che ci aiuterà a scoprire qualcosa in più di quanto già sappiamo. Ora limitiamoci a brevi cenni sulla sua vita, per tentare di capire un po’ di questo complesso personaggio.


UN PO’ DI STORIA

La vita di Tommy Emmanuel basterebbe, già da sola, a spiegare molte delle cose accadute in seguito; è una vita che la maggior parte di noi fatica anche solo a immaginare. Nella sua famiglia la musica ha sempre avuto un ruolo fondamentale. Tommy nasce nel 1955 e a quattro anni inizia a suonare la chitarra, suo fratello maggiore Phil è già un talento e gli altri due fratelli, Chris e Virginia, completano la band in cui anche la mamma suona la pedal steel guitar. L’intera famiglia si sposta con un bus guidato dal padre e attraversa l’Australia. Gli Emmanuel suonano in televisione, in radio, in negozi di strumenti, in show locali, in qualsiasi posto, il papà li porta in giro e funge da manager. A dieci anni il nostro piccolo eroe ha avuto modo di esplorare l’intero continente, facendo, già da allora, quello che ha poi continuato a fare tutta la vita.

A sette anni ascolta in radio quello che diventerà il suo mentore, Chet Atkins, il brano è “Windy and Warm” di John D. Loudermilk, e lo segnerà per sempre. Quello stile, fatto di una pulsazione ritmica data dal basso suonato con il pollice della mano destra, diventerà il suo marchio di fabbrica, portandolo a trasmettere la tradizione del thumbpicking originario del Kentucky a generazioni di musicisti che, altrimenti, difficilmente ne avrebbero avuto notizia. Nel 1966 il papà muore e Tommy scrive una lettera a Chet, ricevendo, con sua grande sorpresa, una risposta. Ci furono contatti negli anni ma i due si incontrano solo all’inizio degli anni ottanta. Nel frattempo Tommy si forma musicalmente, la sua vita musicale è ricca di esperienze, da adolescente vince un concorso per giovani talenti e suona addirittura la batteria in una band con il fratello, è membro di diversi gruppi di buon successo in Australia e inizia un lavoro in studio che lo porta negli anni a collaborare con moltissimi artisti. Nel 1979 registra il suo primo album solista, From Out of Nowhere, dando il via a una lunga serie di incisioni. La ricerca di uno stile personale passa attraverso collaborazioni importanti: sui suoi album, negli anni, suonano musicisti del calibro di Chet Atkins, Abraham Laboriel e Joe Walsh, i suoi dischi strumentali hanno ottimo successo e Midnight Drive arriva addirittura nella top five australiana, restandoci per sedici settimane. Del 1997 è il progetto con l’amato Chet, quel The Day Fingerpickers Took Over the World di cui proprio Tommy ci parla nell’intervista. Alcune canzoni che oggi esegue in tutto il mondo vedono la luce in quel periodo, soprattutto negli anni novanta, ma è con Only, oggi considerato un capolavoro del genere fingerstyle, che nel 2000 tutto cambia. Emmanuel è molto conosciuto nella sua terra di origine, suona addirittura in mondovisione in occasione della cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici di Sidney nel 2000, ma il resto del pianeta deve ancora accorgersi di lui. La scelta di lasciare casa andando a vivere con la moglie Jane in Inghilterra è radicale, ma darà i suoi frutti: da quel momento tutto cambia. C’è paradossalmente un momento in cui la sua vita ha un nuovo inizio, è fatto di piccoli show in cui Tommy, ormai convinto della decisione, porta in giro la sua musica da solo, la chitarra è tutto ciò di cui ha bisogno. Il suo indescrivibile talento gli apre le porte della notorietà, inizia a guadagnare le copertine delle riviste di settore, sembra che tutti vogliano suonare con lui, schiere di imitatori cercano di far proprie anche le sue mosse, la carriera solista arriva a vette che neanche il migliore degli ottimisti avrebbe immaginato. La vita sempre in tour lo porta a dover fronteggiare situazioni difficili. La separazione dalla moglie che gli ha dato due figlie è un momento durissimo, che lui oggi racconta con serenità, ma la scelta non si è mai posta: solo la mancanza di forze lo potrà allontanare dal palco, quando dirà basta non sarà per sua volontà. Oggi è costretto a rifiutare inviti per centinaia di concerti ogni anno, partecipa a grandi appuntamenti, ha suonato addirittura sul disco postumo di Michael Jackson e i Tommy Fest, festival chitarristici in cui lui è ospite d’onore, proliferano in tutto il mondo. Ha ormai all’attivo un gran numero di dischi, DVD, pubblicazioni che insegnano a suonare la sua musica, e cerca di stringere ogni mano che gli viene tesa.
Signore e signori, ecco a voi Tommy Emmanuel!


L’INTERVISTA

Ciao Tommy, ci conosciamo da diversi anni e mi piacerebbe evitare la ‘solita’ intervista, sarebbe davvero interessante provare ad andare un po’ più a fondo, sempre che non ti dispiaccia.
Figurati, anzi mi piace!

Rispetto al 2000, anno di uscita di Only, molte cose sono cambiate: da quello che eri, e cioè un grande chitarrista, sei diventato una star, hai richieste per centinaia di concerti che non riuscirai mai a soddisfare, suoni quasi esclusivamente in posti giganteschi e non ho difficoltà a dire che la chitarra acustica nel suo complesso, dopo la tua ascesa, non è più la stessa.
Beh, ti ringrazio, in effetti ci sono stati tanti cambiamenti, giro tutto il mondo e vedo reazioni simili un po’ dappertutto, sono molto soddisfatto.

Neanche i più grandi, leggendari musicisti acustici come Leo Kottke o Michael Hedges hanno suscitato questo interesse per lo strumento, come te lo spieghi?
Intanto ti ringrazio per il paragone… Credo sia dovuto alla ‘palestra’ che ho frequentato sin da piccolo, quando ho iniziato.

La palestra?
Sì, l’Australia! Il mondo dello spettacolo dalle mie parti è molto difficile, il tipo di locali e di posti dove suonavo era frequentato da persone molto esigenti al riguardo, devi sempre dare tutto e qualcosa in più, non ti è concesso di essere ‘mediocre’. È una cosa che ho imparato da subito, ormai è nel mio DNA e non ci faccio più caso, ma tutto quello a cui lavoro è sempre e comunque filtrato da questa esperienza.

Un po’ come i Beatles allo Star Club di Amburgo, otto ore di musica a notte li segnarono in maniera indelebile.
Esatto, è il paragone perfetto! Non ho mai avuto modo di sgattaiolare via con un’alternativa, quindi la soluzione è sempre stata lavorare duro, sulla scaletta, sul repertorio, sul modo di stare sul palco, di imparare a tenere il pubblico in mano, è una cosa che probabilmente ha fatto la differenza.

Ricordo la prima volta che ti ho visto, nel 2000, suonavi ancora seduto, con la testa all’indietro e gli occhi chiusi. La volta successiva, appena un anno dopo, eri in piedi, con lo stesso repertorio… tecnicamente è una cosa molto complicata, e avevi cambiato alcune cose nell’approccio complessivo al palco, pur mantenendo una qualità incredibile.
Vero, ho lavorato duro per quell’obiettivo, come puoi immaginare la cosa non è semplice suonando in questo stile, ma volevo farlo e credo abbia fatto la differenza. Voglio che chi viene ad un mio concerto si ricordi di averlo fatto, voglio che si divertano, hanno pagato e desiderano vedere uno show a tutti gli effetti; sono arrivato qui dopo aver lavorato sodo, ma devo continuare a meritarlo.

Dall’inizio ad oggi, dicevamo.
Sì, se ricordi giravo da solo, senza neanche il fonico, suonavo con l’impianto che trovavo, avevo un piccolo ampli, un riverbero e poco altro, mi adattavo sempre a ogni situazione. La Maton mi ha dato grandi possibilità di girare, dimostrare i loro strumenti, partecipare attivamente allo sviluppo del pickup, all’inizio sono stati di grande aiuto per farmi conoscere.

Si tende a pensare che tu abbia molto aiutato la loro immagine, in fondo facevano chitarre dagli anni sessanta, ma è con te che sono arrivati al grande pubblico. Credo però che l’abbinamento con i loro strumenti sia per te perfetto; come la vedi e quanto credi saresti un musicista diverso senza questa chitarra?
Starei ancora cercando lo strumento amplificato nel modo giusto! Per me è fondamentale avere una chitarra ‘plug and play’; dovunque mi trovi, mi basta attaccare il jack e sono pronto, il loro sistema di amplificazione misto con il piccolo microfono all’interno è davvero straordinario, almeno per me funziona alla grande.

Ricordo che la prima volta che ti ho visto avevi la tua piccola Maton attaccata all’AER, microfonato come fosse stato un amplificatore da elettrica; mi colpì davvero il suono, molto potente e definito, non avevo mai sentito nulla di simile.
È quello che ti dicevo: quando trovi una combinazione che funziona, per quanto semplice sia, non abbandonarla, sarà difficile sostituirla.

Però, soprattutto di recente, suoni anche altre chitarre.
Vedi, se parliamo di Martin, Gibson, Larrivée, fanno chitarre fantastiche, sanno davvero come costruire uno strumento di grande qualità, ma amplificarle è tutta un’altra storia; dobbiamo trovare un sistema che ci vada bene e soddisfi la nostra esigenza sul palco… Poi quello che accade in studio appartiene a un altro settore: quando sei nel completo silenzio e hai i microfoni davanti, cambia tutto.

E il tuo approccio al palco?
Ti dicevo degli inizi: quando ogni sera arrivavo e dovevo lavorare con persone differenti, la prima cosa che facevo era andare dal fonico, stringergli la mano e chiedere il suo nome. Poi lo guardavo negli occhi e gli dicevo: «Ricordi tutto quello che hai imparato sui musicisti da soli sul palco con una chitarra acustica? Dimenticalo!» Questo perché il mio spettacolo deve avere la stessa forza, lo stesso impatto di un concerto con un’intera band sul palco, non deve mancare nulla, voglio i bassi profondi e potenti e il volume per tenere in mano la serata. Quando mi dicono che portano meno casse del solito, mi arrabbio e dico che voglio tutto quello che porterebbero se suonasse una rock band, non voglio essere sminuito perché suono da solo.

A volte quando suoni “Initiation” trema l’intera struttura!
Esatto, è quello che voglio, suono da solo ma cerco di non farlo pesare; su certe cose posso essere molto delicato, ma su altre molto violento, l’impianto mi deve aiutare in questo.

Quindi nel corso degli anni hai dovuto fare delle scelte, giusto? Suonare in piedi, usare un certo tipo di strumento. Di recente ho visto però che stai utilizzando chitarre come la tua vecchia Kalamazoo da seduto, magari con solo un microfono a condensatore davanti: suoni più piano e rilassato, si crea un’atmosfera straordinaria. Quanto ti piace questa dimensione intima rispetto al suonare in piedi, a volumi da rock band, un repertorio molto più aggressivo?
Mi piace moltissimo, quella vecchia Kalamazoo di cui parli ha una storia molto toccante per me. Mi è stata regalata da un mio fan che, essendo malato, non era riuscito a venire a sentirmi dal vivo; allora sono andato a casa sua e ho suonato io per lui. Aveva questo strumento e mi ha chiesto se volevo portarlo in giro per il mondo, come un prestito. Entrambi sapevamo che sarebbe rimasta a me, ma mi fece piacere dirgli di sì, fui molto toccato. Oggi questa chitarra mi permette di spezzare l’atmosfera incandescente dello spettacolo, posso ottenere suoni più vecchi, a volte simili al timbro della Maccaferri di Django Reinhardt, e quando riprendo la chitarra amplificata alcune cose hanno anche più senso e freschezza, mi aiuta molto.
Ho appena finito il tour con Stochelo Rosenberg e Vlatko Stefanovski, chiamato The Kings of Strings, durante il quale ho usato la mia Martin 0-17 degli anni trenta: è amplificata con un trasduttore K&K che ho abbinato a un piccolo ampli Schertler; il mio suono quindi era una via di mezzo fra quello di Stochelo, che utilizza una chitarra come quelle usate da Django, e quello di Vlatko, che usa una Lowden con un pickup magnetico simile al tuo, anche se lui usa un Seymour Duncan: il risultato, anche grazie al suo amplificatore, era più simile a quello prodotto da un’elettrica. Come ti dicevo, ognuno di noi aveva un proprio spazio: davvero bello!
Riguardo al suonare in piedi e al resto, hai ragione, sono scelte che ogni artista si trova a dover fare e io ho fatto le mie. So di fare concerti molto ‘potenti’, che a volte mi costringono a suonare più in un certo modo che in un altro, ma se suono solo brani lenti, da seduto, questa audience me la posso dimenticare, e non voglio sia così, voglio lasciare un segno perché qualcuno, quando non ci sarò più, porti avanti la tradizione.


Una delle cose musicalmente più divertenti che abbia mai visto siete tu, Jim Nichols e Richard Smith, che suonate insieme soltanto brani suonati da Atkins. Ho sempre pensato che se andaste in giro per il mondo con quello show sarebbe impossibile resistere!
In qualche parte, nella mia testa, c’è sempre questo desiderio quasi segreto di portare con me Jim e Richard e suonare questa musica in maniera fedele; spero di riuscire a farlo, prima o poi. Vedi, ogni volta che suono un vecchio brano di Chet in posti come la Germania, ad esempio, la gente va davvero fuori di testa, è uno stile musicale che raccoglie consensi ovunque. Mi è successo di suonare “Nine Pound Hammer” di Merle Travis in Russia, la gente è impazzita! Non me lo sarei mai aspettato, la musica è davvero senza confini. La prima volta che ho suonato in Cina non sapevo davvero cosa aspettarmi al mio arrivo, ero quasi timoroso, ma quando le porte dell’aereo si sono aperte ho visto gente dovunque, molti avevano una Maton, c’erano striscioni che dicevano «Welcome Tommy Emmanuel, we love you» firmati dallo Shangai Fingerstyle Guitar Fans; ho pensato: «Mio Dio, se Chet e Merle potessero vedere questo adesso!» E come ogni sera, un’ora prima dello show, incontro persone anche solo per stringere loro la mano o firmare una chitarra: quella sera ce n’erano centocinquanta e abbiamo dovuto iniziare due ore prima, c’era una fila interminabile e quelli che mi suonavano qualcosa suonavano “Nine Pound Hammer” e “Saturday Night Shuffle”. Ero così commosso e pensavo: «Se solo Chet avesse immaginato di aver dato inizio a tutto questo!» Perché è a lui che lo dobbiamo, e chiedevo loro: «Dove avete ascoltato questa musica?» E loro rispondevano: «Abbiamo sentito te». Quindi è passata attraverso me, ma è arrivata a loro, e io dico a tutti: «Dovete ascoltare gli originali, non fermatevi a me».

Lo so, lo hai sempre detto!
Sì, perché io sono un musicista che ama cambiare un po’ le cose, non ho mai imparato il brano di qualcun altro per suonarlo esattamente come l’originale, non ne vedo il motivo, mi piace cambiare, rispettando il brano.

È fantastico perché proprio attraverso te, che sei più moderno nello stile, altri tornano a sentire cose altrimenti dimenticate. Lo stile di Chet, benché inimitabile ancora oggi, sembra legato a un’altra epoca.
Sì, ma se pensi che lui suonava così negli anni cinquanta, era un marziano!

Certo.
Quando stavamo per iniziare le registrazioni del disco insieme, The Day Fingerpickers Took Over the World, lui mi scrisse una lettera; era un po’ preoccupato di dover suonare con un musicista moderno come me, mi disse: «Ricorda, io sono un ‘ragazzo degli ottavi puntati’ degli anni quaranta» [Tommy usa l’espressione ‘dotted-eights kid’ – N.d.A.]. «E tu dovrai tornare indietro al mio tempo, per raggiungermi». E io gli riscrissi: «Non preoccuparti, tu suona come sai, e io farò quello che devo per ottenere il miglior risultato possibile».

E il risultato è incredibile, è forse il migliore dei dischi di Chet in collaborazione con altri, è un vero gioiello, sembrate due fratelli che suonano insieme.
Devi vederla da questo punto di vista: in quel periodo Chet non stava bene, la malattia lo aveva molto provato; lui conosceva bene il mio lavoro come arrangiatore, musicista, produttore, e fui io al timone del progetto, si affidò completamente a me. Se leggi i crediti, è l’unico disco che abbia mai fatto senza un produttore, non c’è scritto nessun nome; questo perché lo produssi io, ma lui stava molto male e non me la sono sentita di scrivere il mio nome a tradimento, ho lasciato che restasse così. In realtà fu bellissimo avere questa responsabilità, produrre il disco con il mio eroe di sempre. Ho fatto tutto il lavoro cercando di alleggerirgli la cosa il più possibile, era difficile che stesse bene in quei giorni; quindi cercai di preparare tutto nei dettagli, scrivere gli arrangiamenti, suonare quante più cose possibili e fargli trovare giusto le parti che servivano, in modo che fosse più facile per lui. Magari andavo in Australia in tour, e mentre ero fuori lui poteva fare qualcosa se aveva la forza per farlo, poi tornavo e aggiungevo un pezzo, è andata così. Ma per brani come “Waltzing Mathilda” e “Smokey Mountain Lullaby” abbiamo registrato al volo, buona la prima. Quando stava bene era il più grande di tutti.

Quanto lavori su un brano prima di portarlo sul palco?
Dipende dal tipo di brano e dalla difficoltà che propone, non c’è una regola. Stasera per esempio suonerò “Secret Love”, un brano eseguito in gran parte con gli armonici, e del tipo più difficile; quando sei solo sul palco e stai suonando questa lunga sequenza di note, dove ogni cosa deve risuonare e continuare a farlo, è come essere nudi davanti a tutti, non c’è niente fra te e il pubblico: allora è meglio essere davvero sicuri di ogni singola nota, non c’è spazio per alcun tipo di incertezza. Questo brano l’ho studiato e suonato e risuonato, provato molte volte al soundcheck, che è il passo finale, e credo di aver aspettato circa sei mesi prima di aver avuto la confidenza necessaria per farlo ascoltare.

Sei mesi? Wow! Uno s’immagina che quelli come te ci mettano poco a imparare cose nuove! È il tempo più lungo che ti ci è voluto in questo tipo di situazione?
Sì, in assoluto il più lungo. Di solito per altri pezzi… come per esempio “Endless Road”, che è un pezzo particolare perché il tema principale l’ho scritto negli anni novanta, ma il resto l’ho scritto quando è finito il mio matrimonio, un momento molto difficile in cui ho critto tutte quelle altre parti lente; quella musica è legata a quel periodo, ho dovuto unire tutte le parti e studiarle, e credo che in un paio di settimane sono stato pronto per suonarla dal vivo. Ma per brani come, vediamo… “The Man with the Green Thumb”, l’ho scritto in un giorno e suonato dal vivo il giorno dopo.

Una volta mi hai detto che cerchi di registrarti quando puoi, per sentire come suonano veramente le cose: lo fai ancora?
Sì, cerco di farlo, ma non registro ogni sera, non ho il tempo di farlo, di essere così analitico… più o meno so se ho suonato bene o male, come tutti.

Ma registrarti in hotel, magari provando un brano nuovo, per essere nella posizione dell’ascoltatore invece che del musicista? Perché le cose cambiano parecchio.
Esatto, registrarsi e riascoltarsi è una delle cose migliori che un musicista possa fare per sentire davvero cosa sta suonando; perché quando suoni sei concentrato sull’esecuzione e cerchi di far tutto bene, ma quando poi riascolti, il  tuo istinto, le tue conoscenze, vengono in tuo soccorso e ti dicono cosa sta succedendo veramente. Quando scrivo una canzone e la suono le prime volte, mi registro sempre per capire se funziona, se le sensazioni che ho da musicista corrispondono a quelle che ho da ascoltatore.

Sei uno dei pochissimi musicisti che mi vengano in mente – penso anche a Tuck Andress – dei quali percepisco un sensibile miglioramento ogni volta che li ascolto a distanza di qualche tempo: sei sempre più bravo…
Lo spero!

Ne parlavo con un amico durante il tuo soundcheck: ti ho visto decine di volte dal vivo, e ogni volta la sensazione è la stessa, il tuo modo di suonare mi zittisce, devo stare lì fermo ad ascoltare! Quello che mi sorprende è che pensavo tu fossi già a livelli altissimi, ma dalla prima volta, ormai dodici anni fa, il tuo modo di suonare è cambiato moltissimo. Penso al disco che hai fatto con Frank Vignola: so che conosci quello stile e ti piace, ma non ti avevo mai sentito suonare così. Come trovi il tempo di studiare?
In realtà, non studio, suono. Come ti dicevo, ho appena finito un tour con Stochelo Rosenberg, due settimane intense suonando ogni sera. Ho usato solo il plettro, non ho praticamente mai suonato in fingerstyle. La sera successiva alla fine del tour dovevo suonare da solo a Stoccolma, sono andato a fare il soundcheck e ho pensato: «O mio Dio, devo suonare la mia musica!» Ho imparato tanto da Stochelo, e ho notato che suonando con il plettro sono migliorato, ma con le dita è come aver rallentato, devo prendermi del tempo per rientrare nella disposizione adatta a stare solo con il pubblico. Per fortuna non tutto è veloce nello spettacolo, ci sono brani lenti e aperti che mi lasciano respirare e tornare pian piano a quello che faccio di solito. Ho un lavoro da fare, devo intrattenere queste persone per due ore, e intrattenere significa sorprendere, si tratta di questo…

Se non ti aspetti qualcosa, ti sorprende.
Esatto. L’altra sera, tornando in albergo, mi sono sentito profondamente soddisfatto, tutto è tornato a posto, una canzone dietro l’altra, non ho mai una scaletta, suono all’impronta.

Questo mi affascina, quanti brani conosci che puoi suonare all’istante senza pensarci, cambiando il corso dello spettacolo?
Ne ho molti che suono da tanto, e ho lasciato degli spazi per l’improvvisazione, ti ricordi “One Mint Julep”?

Sì, certo.
Ho iniziato a cambiarla, suonando la parte dei bassi in maniera più martellante, pensando a musicisti come Robert Johnson; le ho dato un andamento più costante, insistente, e ho pensato che funzionasse alla grande. Allora, mentre la concludevo, ho attaccato “Classical Gas” e la gente ha iniziato a strillare; così ho pensato che fosse una buona soluzione e, dalla sera dopo, ho iniziato a legare i due pezzi. Sono sempre in cerca di combinazioni interessanti per sorprendere l’audience.

Sei come un conducente che mostra dei paesaggi.
Perfetto, il fatto è che quando vedi un artista che ti piace non pensi: «Ce la farà?» Sei lì e dici: «Okay, vai, sono qui che aspetto». È questo che sento con le persone: mi danno la loro fiducia e io cerco di ripagarla; sera dopo sera, posso contare su di loro, e viceversa. Questo si ottiene solo con il tempo, l’esperienza, la conoscenza.

Cerco spesso di spiegare questo ai ragazzi che studiano: potresti suonare di fronte a un migliaio di anziane signore del Tennessee o a centinaia di ragazzini urlanti in Polonia, e fare uno spettacolo ugualmente di successo. Penso che neppure molti musicisti si rendano conto di quanto questo sia incredibile; non so se esista un altro musicista al mondo capace di tanto.
Credo che questo abbia a che fare con il posto in cui sono cresciuto e con cosa mi servisse per avere un lavoro. Quando ero giovane non si trattava solo di suonare la chitarra, dovevi essere un uomo di spettacolo, guardare la gente negli occhi, conoscere il repertorio giusto. E quando iniziai a suonare con le band, dovevo conoscere i brani dance e la musica tradizionale, qualsiasi cosa da “‘O sole mio” a chissà che altro, perché avevo bisogno di lavorare… Quindi posso dire che la necessità è stata la mia grande amica, che mi ha aiutato nei momenti difficili. Ci sono tanti posti in America dove va la gente che non ha soldi neanche per mangiare, non so come si chiamino da voi, mi fermo spesso tornando a casa da una serie di concerti: c’è chi fa volontariato, io suono, aiuto come posso. E cosa mi trovo a dover suonare per quel tipo di pubblico? “Bye Bye Blackbird” o “I’ll See You in My Dreams”, e la gente si commuove, è come se per loro la giovinezza tornasse per un po’ grazie alla musica. E io faccio il mio lavoro di intrattenitore per queste persone. Poi ci sono i ragazzi più giovani che sentono queste canzoni e chiedono cosa siano, è un circolo che cerco di non far chiudere.

E se quei ragazzi sentissero Chet suonare le stesse canzoni forse direbbero: Non mi interessa questa roba, è da vecchi! Poi sentono te, che hai le chiavi giuste, e si innamorano di cose che non sopportavano.
Vedi, non penso mai: «Devo fare questo, devo fare quest’altro». Lo faccio e basta, lo faccio in modo che mi soddisfi, e ti assicuro che sono di gusti difficili! Cerco di rendere la melodia nel modo giusto, con un arrangiamento interessante, di non allontanarmi troppo dall’originale. Se incasini la melodia troppo presto, è finita. Questo perché alcuni ragazzi imparano ad esempio “Windy and Warm” solo da una mia versione, senza conoscere l’originale, ed ecco che magari hanno trovato una mia interpretazione particolare, in cui ero in un momento di euforia e mi sono allontanato troppo presto, magari improvvisando. Non lo faccio di solito, ma posso averlo fatto una sera, e loro imparano proprio quella; allora io dico: «Fermo, non farlo, come la suoni?» E vedo il dito puntato verso di me: «L’hai fatto tu!» [ride] E devo cercare di spiegare il perché e il per come…

Non ti ho mai visto realmente incasinare tutto, ti ho visto divertirti, questo sì. So quanto ami le melodie. Una volta mi dicesti che uno dei tuoi chitarristi preferititi è James Taylor.
Assolutamente sì.

Questo prova due cose: quanto tu sia umile e quanto Taylor sia un grande chitarrista!
La sua economia nel suonare, e come suona quel che suona… ce n’è solo uno come lui, no?

Molti non capiscono quanto sia difficile suonare così poche cose, così bene.
Sì, e i rivolti degli accordi e come fa funzionare quello che suona con la sua voce, fantastico.

In diverse parti del mondo ho visto ragazzi giovanissimi suonare i tuoi brani alla perfezione, imitando addirittura i tuoi movimenti!
Vedi, è ciò di cui parlo: io suono anche la musica dei miei maestri, da Chet Atkins a Merle Travis e Jerry Reed. Se fosse per i ragazzi, forse non li ascolterebbero, ma filtrate dal mio modo di proporle riesco a far arrivare le canzoni che amo, ed è l’unica cosa che conti veramente. Il solo Marcel Dadi è arrivato a una grande audience con questo stile, ma in tempi più brevi e in un modo diverso; e purtroppo ci ha lasciato prestissimo. Io voglio che la gente ami quello che amiamo noi che siamo più grandi: i ragazzi devono essere la nostra voce in futuro, lavoro anche per quello.

È vero, chi avrebbe pensato di vedere dei teenager suonare “Borsalino” o “Blue Moon”?
Esatto, non sai quante volte incontro ragazzi che mi chiedono di suonare musica che stava nei film di quando ero piccolo io, è davvero incredibile.

Cosa stai ascoltando di recente?
Vediamo… lo sai cosa sto ascoltando di più ultimamente? I Beatles, soprattutto il primo periodo! Nel computer ho il CD con i loro ventisette ‘numeri uno’ e sono a un punto in cui credo che la mia canzone preferita sia “I Feel Fine” [Tommy canta il riff e le prime parole]. Ogni tanto ci ricasco, ho questi periodi in cui ascolto solo loro. Non c’è un motivo particolare, la loro musica mi tocca talmente nel profondo, li amo. A volte, mentre sono in tour, mi sveglio la mattina, accendo il computer e penso: «Mettiamo un po’ di musica per fare le valigie». E mi ritrovo sempre a mettere i Beatles: la valigia si fa da sola!

Accennavi al fatto che stai scrivendo meno.
Sì, forse un po’ meno.

Penso sia normale che un grande artista che ha scritto tanto a un certo punto abbia la voglia o la necessità di fermarsi, prendersi del tempo. La vera musica esce dal cuore, magari legata a dei momenti particolari della propria vita.
Sicuramente. L’altra cosa per me è che devo essere ispirato per scrivere, deve esserci qualcosa. Vedi, l’ultima canzone che ho scritto si chiama “Hope Street”, è il nome di una via, a Liverpool. Avevo appena visto il documentario di Martin Scorsese su George Harrison, sulla sua storia, la sua vita, poi ho avuto l’idea… Ero in aeroporto prima di lasciare gli USA e ho immaginato Keb’ Mo’ cantare e suonare la prima strofa, non so perché. E da lì è venuto il resto, quindi in realtà ho preso ispirazione da George e da Keb’ insieme. Devo davvero ringraziarlo, perché… Keb’ si è trasferito a Nashville e ci siamo visti qualche volta, un paio di anni fa, ed è stato lui a raccomandarmi per la registrazione sul disco postumo di Michael Jackson: lo avevano preso come consulente per le chitarre di quel lavoro così importante e avevano chiesto a lui di suonare su quel brano, ma la sua risposta è stata: «Io no, però conosco chi è perfetto per suonarci». È così che ho avuto il lavoro, e quando l’ho visto la volta successiva gli ho detto: «Grazie per avermi portato in cima alla montagna [«my mountain top experience, sue parole – N.d.A.], ho suonato con Michael Jackson, non ci può essere nulla di meglio». E lui mi ha risposto: «Ho appena avuto la mia esperienza ‘in cima alla montagna’, ho suonato su un brano nuovo di Ray Charles». Quindi ora sappiamo che qualcosa di inedito di Ray Charles sta per uscire, tanto tempo dopo che se n’è andato.

Deve essere stata un’esperienza incredibile.
Sì, ho sudato sangue!

E cosa c’è di nuovo nei prossimi mesi?
A luglio registro un album con Martin Taylor: abbiamo delle belle cover e diversi standard jazz, cose tipo “The Nearess of You” e vecchie canzoni di Ella Fitzgerald. Dopo aver registrato con Martin, sono in tour e poi torno in Italia a Natale per registrare un disco con Dodi Battaglia dei Pooh. E ho molte nuove canzoni: credo che a un certo punto del prossimo anno mi fermerò a lavorare sul mio prossimo disco solista… ho bisogno di qualche altro brano.

Il disco precedente era un doppio.
Sì, c’era un bel po’ di musica e alcune jam sono venute talmente bene… ho pensato fosse divertente fare qualcosa di diverso dal solito.

Credo sia tutto, la cena è pronta e il palco aspetta, grazie come sempre.
Grazie a voi di Chitarra Acustica, e un saluto ai lettori!

Daniele Bazzani
Foto di Simone Cecchetti

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  1. Andrea Capozzo Reply

    BEH che dire…grazie Daniele e benedetto Tommy 🙂

  2. Luciano Miranda Reply

    Vorrei dire tante cose, infinite cose, ma… ogni parola sarebbe inutile, un sovrappiù, qualcosa di già detto, già sentito. Non esistono parole che possano descrivere la gioia che trasmette Tommy, la sua musica, il suo carattere, in una parola: la sua esistenza.
    Mi limito a tacere e a ringraziare il Cielo che ogni tanto lascia cadere sulla Terra, distrattamente o per pietà di noi, esseri fragili e indifesi, qualcuna delle sue stelle, la cui luce illumina il nostro cammino e non ci rimane che essere grati per aver avuto la fortuna di esistere negli stessi anni in cui
    Esiste lui: Tommy Emmanuel.

  3. Zio Mich (Riese P. X) Reply

    Grazie Daniele per questa bellissima intervista, è come se anch’io avessi parlato con Tommy Emmanuel… veramente tante le cose dette e soprattutto molto, molto interessanti… grazie ancora 🙂

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