In omaggio alle canzoni e alla chitarra di Stefano Rosso – Intervista ad Andrea Tarquini

Andrea Tarquini ha suonato a lungo, per buona parte degli anni ’90,  al fianco del cantautore e fingerpicker Stefano Rosso, con il quale ha condiviso l’amore per la tradizione musicale americana. In seguito si è impegnato negli ambienti del bluegrass e dintorni romano, e recentemente anche in quelli di Milano dove si è trasferito. Oggi, grazie anche agli incoraggiamenti di un altro amico e collega del folksinger trasteverino dai tempi del Folkstudio di Roma, Luigi ‘Grechi’ De Gregori, al cui ultimo album Angeli & Fantasmi ha collaborato, Tarquini esordisce con Reds! Canzoni di Stefano Rosso, un bell’omaggio al repertorio e allo spirito musicale dell’artista scomparso cinque anni fa. Al disco, che è stato prodotto artisticamente dal chitarrista Paolo Giovenchi, conosciuto in particolare come collaboratore di Francesco De Gregori, hanno partecipato numerosi esponenti del già citato ambiente acustico romano e milanese, tra cui alcuni ospiti di prestigio come Beppe Gambetta, Carlo Aonzo e Luca Velotti. Reds! ha inoltre concorso alle Targhe Tenco 2013, arrivando tra i cinque finalisti della sezione “Interpreti” e conquistando un terzo posto di ottimo auspicio. Abbiamo incontrato Andrea all’indomani della presentazione ufficiale del disco a L’Asino che Vola di Roma.

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Cominciamo con una breve presentazione della storia musicale di Andrea Tarquini per i lettori di Chitarra Acustica e i frequentatori di Fingerpicking.net?
Sono un chitarrista acustico che ha sempre amato cantare. Tecnicamente, pur suonando anche fingerpicking, mi sono sempre impegnato maggiormente sul flatpicking. Più in generale, devo dire che pur avendo suonato in formazioni che facevano musica strumentale, ho sempre avuto la tendenza a far sposare il linguaggio della chitarra acustica con quello del canto, con la canzone. Per questo ho studiato anche canto. Questa è la mia identità. La mia storia invece è legata prima di tutto a Stefano Rosso, e subito dopo in ordine di tempo alla scena musicale acustica e bluegrass della capitale.

Come è nata quindi l’idea di un disco dedicato alle canzoni di Stefano Rosso?
L’idea è nata principalmente su stimolo e consiglio di Luigi ‘Grechi’ De Gregori. Luigi è stato forse uno dei primi motori di tutta questa operazione. Un giorno mi disse testualmente: «Ma insomma! Tu canti bene, suoni bene la chitarra, hai suonato con Stefano Rosso tanti anni, sai come Stefano intendeva la musica, le canzoni, conosci in maniera piuttosto ‘intima’ quel mondo, nessuno meglio di te può realizzare un disco di canzoni di Stefano Rosso. Sbrigati a farlo prima che qualcun altro lo faccia, e magari male». Queste furono le profetiche parole di Luigi.
Oltre a questo poi si sono aggiunte le insostituibili adesioni di Enrico Campanelli, che con la sua società ha finanziato e realizzato la produzione esecutiva, e di Paolo Giovenchi, noto ai più per essere il chitarrista di Francesco De Gregori, ma che con noi ha curato artisticamente tutta la produzione. E, bisogna dirlo, Paolo fa il produttore altrettanto bene rispetto a come fa il chitarrista. Da questi incontri noi siamo partiti.

Come hai affrontato la scelta delle canzoni? Hai seguito dei criteri particolari?
Innanzitutto va detto che molte della canzoni scritte da Rosso non hanno ricevuto il riconoscimento che meritano, e questa è stata un’ulteriore motivazione a fare questo lavoro. La scelta dei brani però non è stata semplice. Con molti di quei brani avevo un forte rapporto affettivo e, puntualmente, c’era qualche brano che restava fuori. Ma anche se poi c’è sempre qualcosa che resta fuori, e bisogna pur farsene una ragione, a fare giustizia del tutto è stato il criterio scelto, ossia quello di non limitarsi a riproporre di Stefano Rosso l’immagine che tutti già conoscono, ossia quella ridanciana, strafottente, un po’ circense e trasteverina. Attraverso la scelta dei brani ci interessava invece far sapere che Stefano è stato anche un autore di grande peso specifico compositivo. Quindi, non solo ‘spinelli’, battute taglienti e contestazione, ma anche pensieri sulla vita, storie di esistenza comune assai più universali, viste da un punto di vista molto particolare che era quello di Stefano Rosso.

La copertina di Reds ti mette a confronto con l’immagine di copertina di Vado, prendo l’America… e torno!, un album di Stefano del 1981: è subito l’evocazione della fondamentale cifra musicale del repertorio di Stefano, l’incontro della canzone italiana con l’influenza musicale americana?
A mio parere la copertina è un po’ un colpo di genio di Massimo Ragazzi, l’art director che ha realizzato tutto il packaging e col quale avevamo fatto alcune ipotesi visive. Quindi, prima di tutto, va detto che una copertina di un disco si piega inevitabilmente anche a esigenze e criteri che possono sfuggire a chi, come me, fa un mestiere diverso e si limita a dare degli input. Quel che mi premeva sottolineare è la presenza dell’autore, l’omaggio all’autore dei brani. Quindi non volevo essere presuntuoso o sostituirmi al suo lavoro. Volevo che questo si vedesse tanto in musica che in copertina. L’immagine scelta di Vado, prendo l’America…e torno! da questo punto di vista si prestava bene, perché fa pensare che siamo sulla stessa strada ma in modi e tempi diversi. Come dire: «Siamo sulla stessa strada e io cerco di vedere i passi che tu hai calcato, cerco di vedere la strada che hai fatto e di raccontarla». Quindi in questo caso, ma solo in questo caso, il discorso sulla musica americana è casuale. L’immagine si prestava ma, in assoluto, Massimo Ragazzi è riuscito a fare visivamente quello che abbiamo fatto in musica.

In Reds sembra che ci sia come la volontà di riportare il repertorio di Stefano a una ‘confezione’ che forse avrebbe sempre potuto avere, una veste country per così dire ‘pura’, che Rosso non ha realizzato appieno, non sappiamo se per le pressioni del mondo discografico, per il desiderio di assecondare il gusto di un pubblico ampio, per l’impreparazione dell’ambiente musicale di allora ad affrontare un compito simile, o chissà per quale altro motivo. Cosa ne pensi?
Questa volontà che descrivi c’è, eccome. E il motivo fondamentale è che un approccio più filologico alla musica americana che io, come Stefano Rosso, ho sempre amato e suonato, era l’unica strada per interpretare quelle canzoni badando alla semplicità, rispettando i contenuti, cercando di non essere presuntuosi. Certo, è una possibilità che Stefano non ha avuto appieno. E probabilmente i motivi che hai elencato ci sono tutti e tre.

In questa ottica del riportare le canzoni di Stefano a una forma ‘autentica’, come si è inquadrato il lavoro di produzione di Paolo Giovenchi, che a tuo dire in certi casi avrebbe ‘stravolto’ l’armonia di alcuni brani? Ti riferivi forse in particolare a “Milano”?
“Milano” devo dire che è l’unico brano sul quale il lavoro di Giovenchi è stato minimo. È una canzone che amo molto, forse perché nella vita mi è successo qualcosa di simile alla storia che la canzone descrive. E quindi ho quasi impedito che qualcuno ci mettesse le mani al di fuori di quel che avevo in mente io. Per “Milano”, senza false modestie, continuo a farmi i complimenti da solo, perché idee così calzanti e riuscite non vengono spesso. Quindi, aver preso tutto quel jazz acustico suonato da Tony Rice, Mark O’Connor e compagnia cantante, trasformare la canzone in uno swing in 3/4 lento, è stata una scelta vincente. Soprattutto, queste scelte dimostrano che interpretare canzoni altrui non è poi un esercizio minore rispetto alla scrittura di canzoni da zero.
Per tutto il resto il lavoro di Giovenchi è stato per me formativo. Avendo molta più esperienza di me ed enormi conoscenze musicali, assolutamente non aneddotiche, Paolo ha la capacità di sapere prima ‘come suonerà’ un brano, magari anche quando c’è solo un provino. Quindi è per questo che, all’inizio, la disinvoltura con la quale ai miei occhi di allora Paolo ‘snaturava’ alcuni ‘santini’, mi aveva quasi spaventato. A parte questo, però, ci sono state anche scelte sulle quali siamo rimasti in disaccordo e sulle quali, poi, abbiamo trovato una sintesi.

Tra i tuoi progetti da realizzare, c’è quello di un video didattico dedicato al cantare accompagnandosi con la chitarra: ce ne puoi parlare? E come hai affrontato questo aspetto in Reds?
Il progetto di cui parli è ancora embrionale, ma in mezzo a tanti video didattici, giustamente ‘gonfi’ di tecnica, forse in pochi si sono soffermati a spiegare alcune funzioni che la chitarra acustica può svolgere mentre si canta. Il cantautore chitarrista affronta sempre il dilemma di non essere eccessivamente tecnico con la chitarra, perché questo potrebbe sovrastare il canto o, per esempio, potrebbe risultare difficile da eseguire mentre si canta. Il talento qui è necessario più di tutto, ma su queste cose Stefano Rosso diceva sempre che ciò che suoni benissimo sul divano di casa, sul palco è ben altra cosa. Mentre facevamo il disco, in “Bologna ’77”, abbiamo a lungo e con grande fatica cercato un picking minimalista che sostenesse il canto, ‘uscendo’ un po’ di più solo negli spazi non cantati. È una cosa che se la fai mentre canti ti viene, ma se non ci canti sopra è molto più difficile. Quindi puoi immaginare come sia difficile registrarla. Spiegarne il senso potrebbe essere importante, e quindi l’idea del video potrebbe essere sempre utile. Anche sulla realizzazione e individuazione di questa intenzione qui, Giovenchi è stato una guida.

Al disco partecipano diversi ospiti illustri. Ma vorrei cominciare presentando il tuo gruppo base, che mi sembra formato da Anchise Bolchi al violino, Paolo Monesi al mandolino, Paolo Ercoli al dobro, Alessandro Benedetti al contrabbasso e Stefano Parenti alla batteria e percussioni. Come si è sviluppato il vostro lavoro insieme? È con loro che porterai Reds in concerto?
No, la band che suonerà nei concerti vedrà i primi tre che hai citato confermati, ma con due musicisti che non hanno suonato nel disco, ossia Rino Garzia al contrabbasso e al basso elettrico, e Giorgio Palombino alla batteria e percussioni. Il lavoro insieme, con alcuni di loro si è sviluppato perché sono molti anni che suoniamo insieme. L’ultimo arrivato è Giorgio Palombino, che si sta perfettamente integrando, essendo un musicista di grandissimo spessore e con un curriculum impressionante per la quantità e il livello delle partecipazioni.

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Il primo dei tuoi ospiti è immancabilmente Luigi ‘Grechi’, figura simbolo di una canzone d’autore italiana che sposa il linguaggio musicale della tradizione americana.
Sì, dunque, anche per terminare il discorso accennato prima: Luigi è certamente simbolo di un mondo e di un rigore intellettuale. In realtà è un po’ la storia stessa della canzone d’autore a veder affondare le proprie radici nelle musiche tradizionali. Secondo me questo è un dato cruciale. Poi ci si può discostare da una tradizione, virare verso scelte più pop e che facciano da contenitore di alcuni stilemi accennati. Ma la partenza di tutto il discorso, quando si arrangia e se parliamo di canzone d’autore, a mio parere non può e non dovrebbe essere mai un approccio non filologico, magari con strumenti di altre tradizioni e altri paesi che suonano in determinati contesti ‘un tanto al chilo’, senza conoscere minimamente in quali contesti e in che modo gli stessi strumenti venivano utilizzati nelle musiche d’origine. Insomma, come dicevamo per Luigi Grechi, credo che in tutto ci debba essere un po’ di rigore intellettuale, un po’ di cultura, che in nessun modo ostacolano l’intrattenimento, come troppo spesso sembra che ci vogliano far credere. Se così fosse De Gregori e De Andrè non sarebbero esistiti.

L’impianto più specificamente newgrass del tuo lavoro permette agevolmente l’innesto di altri colori musicali. È il caso di “Pane e latte”, dove l’ambientazione trasteverina si sposa con un clima sonoro da ‘posteggia’ napoletana o da ‘salone da barba’ della tradizione italiana, con la tua chitarra in questo caso con corde di nylon e il mandolino di Carlo Aonzo, supportati dall’organetto di Filippo Gambetta. Il riferimento al lavoro di Beppe Gambetta sulle ‘serenate’ di Pasquale Taraffo e le musiche della ‘traversata’ tra Italia e America qui è inevitabile.
Conosco bene quel disco di Beppe, come non conoscerlo! In realtà anche Stefano Rosso intendeva riferirsi alla musica per ‘duo da barba’, ma per affascinante e fresca che fosse la versione originale, e per quanto io ci sia affezionato, è fuori di dubbio che anche allora qualcuno ebbe dei timori a presentare il pezzo così come la scrittura suggeriva. In “Pane e latte” noi l’abbiamo fatto: credo che sia stata una scelta giusta e che non avrei potuto trovare musicisti più adatti.

L’organetto di Filippo Gambetta serve anche a evocare il clima europeo da chanson francese e da valse musette di “Anche se fosse peggio”.
Sì, quello è un brano al quale sono affezionato da tanti anni. Anche qui, in realtà, abbiamo solo semplificato e asciugato rispetto alle scelte di arrangiamento dei brani originali; e mi pare che il pezzo non abbia perso nulla della sua forza. Forse, quando si lavora da indipendenti, si ha qualche libertà in più… ma attenti a come la si usa!

Curiosamente l’intervento di Beppe Gambetta, prodigioso, è invece di chiara matrice bluegrass, dedicato agli appassionati del flatpicking.
Sì, “Via del tempo”, il pezzo dove suona Beppe, lo richiedeva. Il suo lavoro è stato eccezionale. E d’altra parte il bluegrass fa parte delle passioni di Stefano Rosso, che come molti sanno suonava il banjo a 5 corde, sia in stile bluegrass che in stile clawhammer. Per questo, anche su questo brano attingere sapientemente alla tradizione nordamericana era giusto.

Ancora più diretto il rapporto tra il newgrass e lo swing di “C’era una volta e ancora c’è”, impreziosito dal clarinetto di Luca Velotti. Era già in Stefano questo riferimento allo swing come richiamo agli anni ’30 del periodo fascista?
Più che tra newgrass e swing direi tra swing e musica acustica. In “C’era una volta e ancora c’è” compare Daniele Gregolin alla chitarra manouche, e questo è il primo segno di trasformazione che abbiamo impresso al brano. Sia per differenziare che per una sorta di divertissement, abbiamo voluto in maniera più chiara portarci su uno swing più nostro ed europeo, come il manouche. In questo ambiente musicale il clarinetto di Velotti vola in giro per il brano ed è un piacere da sentire, ma lo stesso dovrei dire della voce di Serena Abrami, che canta come un angelo come in tutto quel che registra, e del violino di Anchise Bolchi, profondo conoscitore di Stéphane Grappelli.

Al tuo gruppo ‘milanese’ si alternano in alcuni brani diversi esponenti del bluegrass romano, come Alessandro Valle alla steel guitar, Leo Petrucci al mandolino, Andrea Moneta al contrabbasso: un ricordo della tua attività musicale romana di qualche anno fa?
Questo è un discorso lungo e interessante, che provo a riassumere così: pur esistendo a Roma validissimi musicisti come Edoardo Martinez, Luca Dominici, Michele Anselmi e altri, in realtà credo che il ‘bluegrass romano’ non esista. Finita l’esperienza dei New Country Kitchen, si è visto ben poco e soprattutto poco di nuovo. Se si pensa che una volta le bluegrass session romane erano dei luoghi dove si cresceva tantissimo, dove tutti erano importanti ma nessuno indispensabile, dove ci si scambiavano esperienze e si andava ad apprendere (anche prendendo qualche sacrosanto calcio) dai ‘bluegrassari’ più anziani, oggi siamo ben lontani da quelle abitudini. Quella inclusività non c’è più e questo è un brutto segnale. Dopo i New Country Kitchen, i pochi rimasti (ma forse più visibili) tendono da anni a riproporre grosso modo lo stesso show, se non addirittura la stessa song list. Questa ripetitività quasi surreale che c’è oggi nelle bluegrass session, per altro mezze elettriche, a mio avviso rende un pessimo servizio a quella musica, perché alla lunga ne offre un’immagine noiosa e povera, mentre un tempo non era così. Non è un caso infatti che i nomi da te citati siano tre casi particolari: il primo suona con Francesco De Gregori e la sua formazione musicale è più country e rock che bluegrass; il secondo è prima di tutto un importante liutaio e, ormai da tempo, ha reso la propria attività musicale meno bluegrass e più crossover; il terzo oggi suona anche rock, suona generi vicini alla new age, suona lo Stick Bass, e da sempre suona molti generi musicali diversi. Io credo che l’inizio della fine di quelle esperienze aggregative e formative, oltre che di grande intrattenimento, sia da datarsi nel giorno in cui qualcuno ha deciso che suonare bluegrass significa fare una gara di pseudo virilità ‘a chi fa più note’ al minuto… Questo modo di pensare lo trovo sciocco, antimusicale e alla fine perdente. Infatti una vera bluegrass scene romana non esiste più.

“C’è un vecchio bar”, composizione inedita di Stefano Rosso, ha una storia particolare: ce la puoi raccontare?
Si tratta di una canzone che appartiene al primo periodo di Trastevere: il vecchio bar è il famoso bar San Calisto che sta nell’omonima piazza. Stefano non la incise mai forse per via di quella storia di Claudio Baglioni, che cantò la canzone prima che fosse incisa su disco in una trasmissione TV, nella quale non si dice che il brano era di Stefano. Chi può dire quale sia la storia vera? I maligni sostengono che sia stato un furto vero e proprio, e che per questo Stefano fece morire la canzone in un cassetto. Altri invece sostengono che ci fosse un accordo, del quale poi Stefano Rosso si sarebbe pentito: già allora le canzoni si vendevano e si compravano… Quale che sia la storia, credo che questo non sia altro che gossip e che questi aspetti abbiano ben poco di musicale. La realtà è che io possedevo una cassetta di un concerto al Teatro Tenda di Piazza Mancini a Roma del 1981. La cassetta purtroppo andò distrutta. E in quella cassetta Stefano cantava “C’è un vecchio bar”: la qualità audio non era un granché, ma si sentiva che il pubblico impazziva di gioia, divertimento e risate. Per fortuna mi ricordavo perfettamente il brano e quindi, mentre per gli altri brani del disco abbiamo fatto un lavoro di reinterpretazione, nel caso di “C’é un vecchio bar” abbiamo fatto un vero e proprio lavoro di recupero storico.

Tra i vari procedimenti musicali tipici di Stefano, mi soffermerei un attimo sul salto di tonalità da Re a Fa presente in “Bologna ’77”. È un espediente che lui usava spesso?
Sì, non solo da Re a Fa, è un tipo di salto di tonalità che c’è anche altrove. A Stefano piaceva e credo sia una cosa che si imparava negli studi di registrazione negli anni ’70. Se ci fai caso, invece di salire del classico tono, il tono e mezzo in più, se messo nei giusti contesti, può essere più interessante. Forse perché al ‘salto di tono’ ci siamo già parecchio abituati.

E poi c’è anche “Ho capito come”, una tua composizione strumentale originale, dal sapore lirico: avrà un seguito in un prossimo disco di Andrea Tarquini, oppure ti dirigerai verso la composizione di canzoni?
“Ho capito come” s’intitola così per via di un intercalare tipico di Stefano, che con un romanissimo «Hai capito come?» chiedeva spesso conferma se una sua spiegazione fosse stata compresa. Era un modo molto personale di parlare. Volendo inserire uno strumentale nel disco, non potevo chiamarlo in altro modo! Per il futuro realizzerò un disco di canzoni scritte da me. L’italiano è una grande sfida. Vedremo dove ci porta… ma questo non ci impedirà certo di fare altri strumentali.

Infine i suoni molto belli di Reds, con in primo piano quello fantastico della tua Bourgeois. Mi sembra che ci siano anche delle novità al riguardo…
A Paolo Giovenchi, ma in primis a Paolo Santambrogio e Francesco Bellani, e a Christian Valente che ha collaborato al missaggio, va il merito dei suoni, alla Neumann… quello dei microfoni! Scherzi a parte, devo dire che i suoni sono talmente ben fatti, da farmi riconoscere che ‘quella’ che si sente è esattamente la mia Bourgeois e non un’altra. C’è una grande fedeltà. Questa Bourgeois usata per il disco è una Vintage D Herringbone costruita nel 1997, ossia prima che Dana Bourgeois aprisse la Pantheon Guitars; cosa che credo vada menzionata, perché testimonia la lunga storia di certe idee e scelte di costruzione, come il forte assottigliamento delle catene associato al mantenimento degli spessori standard dei piani. Un po’ il contrario di quel che fanno alcuni liutai ‘di grido’ per avere chitarre subito molto sonore, ma che chissà in quali condizioni saranno tra dieci o quindici anni sul piano strutturale: ‘pancia’ sul piano armonico e forse altro ancora…
Sì, ci sono delle novità… Insieme ad Andrea Luciano di 440Hz, che distribuisce le Bourgeois in Italia [www.440hz.it], e a Dana Bourgeois [www.pantheonguitars.com], abbiamo pensato a una chitarra apposta per me, apposta per promuovere questo disco. Sono d’accordo con quello che dice il grande Lyle Lovett, il quale sostiene che in concerto ci si debba andare con gli strumenti migliori, non con i ‘muletti’. E dovendo girare palchi, molti studi radiofonici e diversi studi televisivi con uno strumento, ho pensato che fosse giusto dare maggiore visibilità ad un marchio prestigioso, che stimo e conosco da anni, ma che in Italia non è così conosciuto fuori dal circuito strettamente acustico. La nuova chitarra è una OMS Custom ‘Andrea Tarquini’. Le specifiche che ho individuato e discusso sono quelle di uno strumento con dodici tasti fuori, che fosse un po’ più adatto a essere suonato con le dita, ma che non fosse ‘vietato’ suonare col plettro. Questo anche per bilanciare il suono e lo stile della Bourgeois che già mi accompagna ormai da anni, magari per farla riposare anche un po’. Quindi si tratta di una chitarra piccola ma potente, grazie ai dodici tasti e grazie a una perfetta combinazione di abete Adirondack per il piano armonico e palissandro del Madagascar per fasce e fondo. Il manico è in mogano, ponte e tastiera in ebano, mecaniche Rattlesnake. Esteticamente ho scelto tutto io. Volevo un sunburst di stile tradizionale, pochissimo abalone intorno alla buca, binding in acero intorno alla cassa, purfling Herringbone, dot minuscoli sulla tastiera. Eleganza e sobrietà. Pur avendo provato, con mio grande stupore, i meravigliosi risultati che Bourgeois raggiunge con il procedimento di trattamento del piano armonico chiamato Aged Tones, con questa chitarra ho preferito invece attenermi alla tradizione. Lo strumento deve invecchiare con chi lo suona, quindi ho preferito non avere alcun pre-invecchiamento artificiale. Gli anni a venire ci diranno tutto. A gennaio, a Milano, faremo una serata di presentazione della chitarra al Memo Restaurant, con una piccola clinic introduttiva di un importante liutaio e il concerto. Chitarra Acustica sarà la prima a saperlo!

Andrea Carpi

PUBBLICATO
Chitarra Acustica, 12/2013

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