Il vinile questo sconosciuto

(di Reno Brandoni) Sono nato nell’epoca in cui il brano che accompagnava ogni storia d’amore era racchiuso tra i solchi di un 45 giri. Veniva lasciato sul giradischi a risuonare migliaia di volte. Dovevi solo, ogni tre minuti, interrompere le tua attività per riposizionare la puntina sul primo solco. Ogni discussione, ogni effusione, aveva questa invalicabile barriera temporanea, tre minuti. Determinante per le strategie, per prendere fiato, per andare in bagno, per aprire una bottiglia di vino: ogni tre minuti una pausa forzata.

C’erano anche i 33 giri che duravano venti minuti, ma nei momenti più intimi correvi il rischio di trovarti travolto da un brano fuori atmosfera. All’epoca non c’erano le playlist e non potevi scegliere l’ordine dei brani da ascoltare. Quindi, per gli ascolti ‘distratti’, si tornava immancabilmente ai tre minuti, certi, del 45 giri.

Il 33 giri, ellepì o LP, era invece un ascolto da meditazione: ci si sedeva sul divano, con la copertina del vinile in mano, e si ascoltava traccia dopo traccia, leggendo e imparando a memoria tutte le note presenti sull’involucro di cartone: titolo dei brani, durata, autori, musicisti, data di pubblicazione, autore della copertina, studio di registrazione, missaggio. Ogni particolare veniva passato al vaglio e memorizzato. Le gare tra i più accaniti collezionisti prevedevano sfide estreme, talvolta legate al luogo di pubblicazione, alle varie edizioni o addirittura al colore del vinile. Ancora oggi posseggo una versione demo destinata alle radio di un LP di Bruce Springsteen di un bel colore blu elettrico.

La musica non era distrazione, ma meritava concentrazione. Ecco perché, per certe attività, si preferivano i 45 giri: quella era musica da consumare. Ma l’LP o Long Playing produceva musica da gustare, da analizzare nota per nota, fosse solo per poterne poi discutere e dibattere con i tuoi coetanei. L’uscita di The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd avviò infinite tavole rotonde: i suoni fantastici e irreali appassionavano per le tecniche utilizzate nella loro realizzazione. Allo stesso modo gli Emerson, Lake & Palmer venivano analizzati soprattutto per l’uso estremo che Keith Emerson faceva del suo Moog.

Si risparmiava su ogni cosa e le paghette settimanali dei genitori aiutavano in questa mania: quando si raggiungeva la cifra giusta per acquistare l’ultimo lavoro di qualche beniamino, ai miei tempi tremila lire, si correva nel negozio di dischi dove già avevamo fatto mettere da parte la copia desiderata; ‘lavoro’ era il termine giusto, perché veniva rispettato e riconosciuto l’impegno e l’arte del ‘sacrificio’ musicale.

Erano anni magici, contemporaneamente uscivano dischi strepitosi: Selling England by the Pound dei Genesis, Pat Garrett & Billy the Kid di Bob Dylan (ricordate “Knockin’ on Heaven’s Door”?), Larks’ Tongues in Aspic dei King Crimson… E l’anno dopo dei Re Cremisi sarebbe uscito Starless and Bible Black, poi nello stesso anno Red. La lista è lunga: sono del 1974 Walkin’ Man e del 1975 Gorilla di James Taylor; ma nel 1971 JT aveva già pubblicato Mud Slide Slim and the Blue Horizon e nel 1972 One Man Dog. I capolavori si susseguivano senza tregua: nel 1972 Harvest di Neil Young, mentre usciva anche Pink Moon di Nick Drake; ed è del 1971 If I Could Only Remember My Name il capolavoro assoluto di David Crosby.

Basta così, ritorniamo al vinile. Quest’ultimo creava cultura e mercato, interesse ma soprattutto rispetto per il lavoro di tutto il processo produttivo, che partiva dai talent scout per finire agli agenti, ai produttori e alle case discografiche. Ogni cosa aveva un senso e un ruolo. E il prodotto finito – il disco – trasportava con sé, oltre che un grande business, anche una grande arte e un enorme coinvolgimento.

Il vinile non aveva età. E ci si contendeva il giradischi con i genitori, che preferivano cose diverse: Domenico Modugno, Gino Paoli, Luigi Tenco. Nel 1973 arrivò Francesco De Gregori con Alice non lo sa, e nel 1975 fu il turno di Rimmel e fu la consacrazione della musica d’autore italiana. Credo che De Gregori insieme a De Andrè siano stati l’elemento di ponte tra una cultura radical chic anglofona e la musica d’autore italiana. Erano i primi due autori ad essere ascoltati anche dai più irriducibili integralisti, che davano alla musica straniera il dominio assoluto della qualità.

Poi la tecnologia pian piano ci ha abituati alla comodità: si tentava di impilare i vinili con delle torrette, in modo da poter ascoltare in sequenza più ‘lati A’ di diversi dischi. L’avvento del CD cambiò la musica: niente più scricchiolii, comodità assoluta, potevi creare l’ordine di esecuzione e potevi riascoltare l’intero CD o un singolo brano quante volte volevi; avevi anche il telecomando che ti permetteva di comandare il lettore da qualunque posizione. Questo non bastava, arrivarono gli MP3 e infine lo streaming: così non eravamo più noi a cercare la musica, ma la musica cercava noi, infilandosi in ogni anfratto possibile, presente, ossessiva e soprattutto gratuita. Tutto questo avrebbe dovuto regalare alla musica una sua universalità, invece l’ha depressa a tal punto da farla quasi morire e con lei tutta l’industria che le stava dietro…

Da qualche tempo il vinile è risorto: sempre maggiore è il numero di persone che vogliono rivivere quei momenti di concentrazione, sia per nostalgia, sia per carenza di emozioni. Riprendere in mano una copertina, apprezzare di nuovo l’arte grafica e la cura del particolare tornano ad essere fattori preponderanti. Così, dopo vent’anni, ho deciso anch’io di ridare al mio vecchio giradischi un ruolo d’onore nel mio salotto. Spostati i CD e dopo interminabili lotte con mia moglie per la scelta da IKEA del mobile adatto a contenerli (perfetto il Kallax), la mia collezione di vinili ha ripreso vita.

Prima di arrivare all’ascolto, ho dovuto effettuare una serie di operazioni per permettere al mio impianto e ai miei vinili di suonare come un tempo. Contemporaneamente, ho visto che molte etichette discografiche iniziavano a proporre la versione in vinile non solo dei vecchi successi, ma anche delle nuove uscite; come la Sony con il suo progetto Vinyl Day.

E allora mi sono deciso a iniziare questa nuova rubrica, dove oltre a raccontarvi passo passo gioie e dolori nel riavviare il mio impianto Hi-Fi, vi parlerò delle nuove uscite, cercando anche di darvi qualche personale impressione o giudizio sui vecchi capolavori in vinile.

Non mi rimane che augurarvi buona musica e darvi appuntamento al prossimo numero!

Reno Brandoni

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