Il ricettario distorto della composizione

concertodarchi2002

Rolando Kapanny, Concerto d’archi, 2002

 

La composizione è un atto creativo. È un evento che va oltre il linguaggio con cui si compie. È una faccenda così misteriosa e profonda che spesso, spiegazioni e significati, sfuggono persino al compositore. Comporre non vuol dire soltanto mettere insieme dei suoni ed organizzarli in una sequenza più o meno ordinata, ma è un’arte che spinge i suoi artigiani oltre la fisicità delle cose, a metà tra corpo e spirito, lì dove le emozioni germogliano. Non esistono composizioni che si sottraggono a tale realtà, neppure le più spensierate o le più commerciali, perché qualsiasi melodia cela tra le sue note l’incontrollabile scintilla della condivisione, una benedizione benefica e terapeutica. Nessuno, neppure il più esperto tra gli artisti è in grado di controllarne a pieno energia e direzione, come spesso supponiamo di essere in grado di fare, perché in fondo, pur padroneggiandone la forma, non riusciremo mai a comprendere la reale sostanza della musica.
Naturalmente, convogliando tali forze in un linguaggio convenzionale come quello musicale, che è un po’ come voler farci stare l’intero oceano dentro una bottiglia di vetro, è normale che con il tempo le soluzioni compositive più usate si distinguano e vengano in superficie, cominciando anche a delineare un certa metodologia compositiva, spesso legata ad un luogo e a un tempo preciso. Ma questo processo è davvero sufficiente per asserire che l’arte della composizione è soggetta a delle regole oggettive e imprescindibili? Pensiamo realmente che esistano precetti per questo genere di cose?
Evidentemente sì. Anzi qualcuno ne è talmente convinto che ha fondato scuole di pensiero e di mattoni in cui insegnare tali precetti, incitando al giudizio di qualsiasi composizione attraverso la stretta lente di queste norme. Ma non è “strofa-ritornello-strofa” il tassativo camminamento sul quale una composizione deve passare per fare esplodere quella scintilla, neppure qualsiasi altra indicazione che spacciamo per regola. Non è consultando il ricettario distorto che ci affanniamo a compilare che otterremo musica, come se per comporre servisse necessariamente un chilo di quello e mezzo chilo di quell’altro. Non stiamo parlando di un cucinare un piatto o montare un mobile, ma di un’arte sublime di cui a malapena comprendiamo le complesse reazioni emotive che è in grado di suscitare. Saggio sarebbe, per i mestieranti della pedagogia e del giudizio, ridimensionare gli intenti a favore di una più umile visione d’insieme.
Sono certo che affrontare didatticamente la composizione può essere uno stimolo affascinante per chiunque, ma è un esercizio che può dare frutto solo se ci spogliamo della presunzione di voler insegnare a comporre e ci vestiamo della volontà di essere predisposti e curiosi, perché nuove soluzioni si nascondono sempre dietro ogni singolo suono, dietro ogni singola nota.
Tuttavia neppure questa consapevolezza ci consegnerà la chiave per comprendere a pieno la musica, perché la musica non va compresa. Si spreca solo tempo. La musica va suonata.

PUBBLICATO

 

 

 


Chitarra Acustica, n. 1/2012, p. 9.

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  1. Zio Mich (Riese P. X) Reply

    …penso che nel caso il “cavallo ci portasse a spasso senza il nostro controllo” sarebbe il caso di quei pezzi che poi vengono nel tempo ri-arrangiati meglio da altri musicisti con una presa maggiore, casi che succedono spesso comunque. Mi è piaciuto molto anche l’analogia di Bazzani dello scalatore di fronte alla montagna, molto umile e certamente molto entusiasmante come visione!!

  2. federico Reply

    Zio Mich scrive: …Esattamente così, quando abbiamo tra le mani un tema, un riff, un qualcosa che ci fa dire “però, senti come suona bene ‘sta cosa…”, a quel punto è come se fossimo montati a cavallo… a volte riusciamo a direzionarlo dove vogliamo, a volte no, ci porta lui dove vuole!

    paragone davvero calzante, mi piace!
    ecco dunque che l’abilità del fantino diventa determinante per la riuscita del viaggio che sarà degno di essere raccontato al ritorno. nel caso il cavallo ci portasse dove vuole, parzialmente o totalmente fuori dal nostro controllo, potremo sempre raccontarlo o si rischierebbe di annoiare l’ascoltatore?

  3. Daniele Bazzani Reply

    Bella riflessione.
    Pensavo che chiunque (dal più esperto compositore a un principiante) si pone di fronte all’iniziare a scrivere come uno scalatore si pone di fronte a una montagna.
    Non sai mai dove arriverai, e se ci arriverai.

  4. Fulvio Montauti Reply

    Ciao Luca, mi sono riletto altre due volte il tuo scritto trovando ogni volta qualcosa che non avevo colto le volte precedenti.
    Probabilmente sono andato fuori tema.
    Chiedo venia e chiudo qua 🙂
    Ciao
    Fulvio

    • Luca Francioso Reply

      Fulvio, nessun problema. Il confronto non può che arricchire, sempre. Ogni bene.

  5. Fulvio Montauti Reply

    @zio Mich
    >>> quanti ne abbiamo avuti? <<<
    in certi tipi di musica molti, in altri nemmeno uno.
    Ma stai parlando di autodidatti non di analfabeti. Ovvero di persone che HANNO STUDIATO, magari non nei libri o in appositi istituti, forse nelle barrelhouses o nei solchi dei Beatles, di Scott Joplin o di Gianna Nannini, ma hanno studiato.

    Probabilmente c'è musica e musica e per certi tipi di musica non occorre (o addirittura, per alcuni, non si deve) studiare "sui libri", ma si tratta sempre e comunque di studio.

    Chi compone applica, inconsciamente o meno, delle regole, quelle stesse regole che fanno parte del genere musicale e che sono accettate dalla comunità (tempo 4/4, battute di 8, blues di 12, modulazioni tonali, libertà atonale ecc. ecc.). Quindi il compositore le conosce, ergo: ha studiato!

    Come avevo detto all'inizio "l'argomento è stupendamente complesso".
    Ciao
    Fulvio

    • Luca Francioso Reply

      Ciao Fulvio e grazie per i tuoi interventi. Tuttavia io non ho mai scritto che non bisogna studiare. Il senso della mia riflessione è ben altro, molto più profondo e molto più diretto. Le parole sono importanti. Ogni bene.

  6. Zio Mich (Riese P. X) Reply

    per me è possibile certamente… analogamente il famoso matematico Ramanujan era in grado di risolvere frazioni continue senza essere passato prima dai teoremi fondamentali. Il matematico inglese Hardy (che lo ebbe con lui in vita) scrisse di Ramanujan:

    “I limiti della sua conoscenza erano sorprendenti come la sua profondità. Era un uomo capace di risolvere equazioni modulari e teoremi… in modi mai visti prima, la cui padronanza delle frazioni continue era… superiore a quella di ogni altro matematico del mondo, che ha trovato da solo l’equazione funzionale della funzione zeta e i termini più importanti di molti dei più famosi problemi nella teoria analitica dei numeri; e tuttavia non aveva mai sentito parlare di una funzione doppiamente periodica o del teorema di Cauchy, e aveva una vaga idea di cosa fosse una funzione a variabili complesse…”

    D’altro canto in musica di artisti autodidatti che non conoscevano una sola nota scritta quanti ne abbiamo avuti?

  7. Fulvio Montauti Reply

    L’argomento è stupendamente complesso e quindi sarò prolisso.
    Fermo restando che “nessuna consapevolezza ci consegnerà la chiave”, per illustrare un barlume del mio pensiero ricorro ad un parallelo con la poesia/narrativa. Può un poeta/scrittore scrivere un capolavoro se non sa scrivere?
    Ciao
    Fulvio

  8. suonato Reply

    Ciao Luca, io credo che la composizione sia anche un modo per imparare a suonare la chitarra! La mia seconda composizione infatti mi ha fatto scoprire l’uso dei bicordi. Ad un certo punto, c’erano due note della melodia che suonate da sole risultavano un po’ povere e mi è venuto spontaneo armonizzarle per dar loro più sostegno. Tutto qui. Volevo dare un piccolo contributo. L’argomento è molto vasto e ti ringrazio per averlo introdotto. Non è nemmeno facile “comporre” un commento testuale! Un abbraccio

  9. Zio Mich (Riese P. X) Reply

    bellissima la tua descrizione di Arte… mi è piaciuto molto il passaggio “…Nessuno, neppure il più esperto tra gli artisti è in grado di controllarne a pieno energia e direzione…” Esattamente così, quando abbiamo tra le mani un tema, un riff, un qualcosa che ci fa dire “però, senti come suona bene ‘sta cosa…”, a quel punto è come se fossimo montati a cavallo… a volte riusciamo a direzionarlo dove vogliamo, a volte no, ci porta lui dove vuole! Arte come Amore, quell’indefinito infinito (per dirla come Nobile) che sfugge ad ogni regola più elementare della fisica, dove niente si crea, ma tutto si trasforma. Invece l’Arte è all’opposto, si crea dal nulla e non c’è niente che si trasforma, altrimenti è bruttacopia. Complimenti per la tua bellissima e profonda riflessione.

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