Il palco

palcoscenico vuotoÈ certo che quando vado a un concerto mi aspetto qualcosa!
Qualcosa in più di quello che posso avere comprando il CD del musicista o ascoltando i suoi brani su iTunes, YouTube o dalla radio della mia macchina. È certo che se vado a un concerto e il musicista mi risuona esattamente tutto il suo CD, magari con qualche brano a sorpresa o qualche cover d’effetto, tutto sommato so di aver avuto ciò per cui ho pagato, ma sicuramente non era il vero motivo per cui ero li.
Solitamente vado ad un concerto per incontrare l’uomo, misurare il suo carisma e le sue debolezze, e mi aspetto che mi comunichi qualcosa di suo, di personale che non può essere impresso o svelato in una registrazione. E chissenefrega se fa delle battute stupide o balbetta, non tutti possiamo essere fantastici oratori: mi basta che sia se stesso, che scopra le sue carte, che mi racconti della sua vita, che mi faccia capire il perché della sua musica, il senso delle sue composizioni.
Mi sono un po’ stancato dei maestri dell’arroganza che salgono sul palco per darti una lezione su come si suona, pronti a ‘regalarti’ l’ultima loro evoluzione, e che si compiacciono di se stessi. Ho voglia di umanità, di errori, di verità, forse anche di frasi trite e ritrite che annoieranno i fan più assidui. Ma il palco è vita e io mi aspetto un musicista vivo.
Suonare la musica è una cosa, salire su un palco è completamente un’altra, un’altra arte. Magari certi musicisti sono fantastici a casa o meravigliosi nel proporre la propria musica su un CD, poi sul palco sono una frana; mentre altri non trasferiscono nessuna emozione dai loro CD, ma sul palco hanno forza e carisma e regalano più emozioni di tecnici ‘sperduti’ o di vani eroi. Allora salire su un palco significa qualcosa di preciso: mostrarsi al pubblico, esporsi, raccontarsi, condividere musica e vita, avere il coraggio di svelarsi, confrontarsi, regalare la propria essenza, esporsi a un pubblico con il vero volto, senza schermature o effetti speciali, tu, la tua musica e il tuo essere.
Perché pagare per tutto questo? Perché sorbirsi incapaci oratori che calpestano il palco, spaventati o timorosi, nervosi e ansiosi, preoccupati di sbagliare ed emozionati dalla luce che li illumina sottraendoli al contesto? Perché la musica è anche tutto questo: sbagliare, lasciare alle spalle la perfezione figlia di un progresso deleterio, suonare per godere, per piacere, sopratutto a se stessi.
Vaneggio, lo so, so anche che è dura subire tra le poltrone della platea l’intrepido tentativo di qualcuno sul palco che cerca di comunicarmi qualcosa senza riuscirci. So che sarebbe fastidioso sentire frasi scoordinate o concetti stralunati tenuti insieme da nessun pensiero logico. Poi ripenso a un film intitolato Oltre il giardino con Peter Sellers, dove uno sconnesso giardiniere veniva genialmente ‘interpretato’ nel suo vaneggiare; oppure più di recente a Francesco De Gregori, che a chi gli chiedeva dettagli sui suoi testi rispondeva con una storica “Niente da capire”.
Un concerto allora forse non è fatto di sola musica, ma è fatto di persone che provano sentimenti.
In un tour di tanti anni fa ricordo un mio amico/collega chitarrista che era stato lasciato dalla moglie e piangeva tutto il giorno, ma la sera, salito sul palco, rideva, scherzava e faceva divertire. Un giorno gli chiesi come mai. Mi sembrava strano questo contrasto tra la grande tristezza nel retropalco e la grande allegria sul palco, e lui mi rispose che la gente pagava per divertirsi…
Ecco, ora non sono più tanto d’accordo su questo concetto, oggi mi verrebbe voglia di dirgli che forse la gente pagava per capire, per capirti, darti una mano ad affrontare la vita ed essere te stesso. E poi non è proprio vero che «Ma cosa gliene frega agli altri dei nostri sentimenti»… Forse il mondo è quello che è proprio per questo, perché pensiamo che a nessuno freghi niente di noi. Invece no, proviamo ad esporci con coraggio e orgoglio, onestà e sincerità e una spolverata di emozioni. Ed il gioco è fatto, nessun mistero ma solo verità.
E che si spengano le luci e la musica abbia inizio. Ecco a voi l’uomo!

 PUBBLICATO

Chitarra Acustica, 11/2012, p. 11

 

...sull'Autore
  1. wayx Reply

    Venerdi sera abbiamo avuto Eric Lugosh al Six Bars Jail… ha fatto un concerto che non esito a definire uno dei migliori in assoluto mai visti negli ultimi anni… prima del concerto abbiamo cenato assieme e del personaggio affabile e comunicativo al desco sul palco non vi era traccia… un pezzo via l’altro con pochissime parole di corollario… ma ci ha regalato una performance indimenticabile, emozionante… come pochissimi sanno e possono fare.

  2. Giovanni Pelosi Reply

    Non credo che il punto sia quanto l’artista sia in vena di chiacchierare col pubblico, almeno non lo è per me: quello che io vorrei è che chi è sul palco sia se stesso com’è in quel momento, e non si tratti di un pur efficace confezionamento, così da darmi la sensazione di un momento ‘live’ sul serio. Adesso che puoi vedere tutti i concerti di tutti gli artisti del mondo con un click, puoi apprezzare ogni piccola differenza di arrangiamento, di esecuzione, di suono, di scelta della scaletta, di impatto e relazione col pubblico, e io spero che queste differenze ci siano e, specialmente nel caso di artista ‘solo’, siano legate al suo stato emotivo ed a ciò che la risposta del pubblico fa per modificarlo.

    • Francesco Reply

      ciao a tutti sono francesco mezzo chitarrista (o forse solo un quarto…), argomento interessante e tallone d’achille per ogni musicista.
      ho visto tommy emmanuel: conquistato la prima volta, la seconda volta mi ha deluso e parecchio: si “sforzava” e non comunicava granché… avrà avuto la giornata storta…
      resta il fatto che a me piace ascoltare sia l’artista che la persona umana dare il massimo al di là di paturnie e/o ipocondrie paranoiche da disadattato.
      a proposito di carnegie hall mai ascoltato buck owens live at carnegie hall? o flatt & scruggs sempre alla carnegie hall? doc watson on stage con merle?
      il parlato ed il suonato son tutt’uno… e per fortuna son stati registrati!!
      saluti

  3. Daniele Bazzani Reply

    Io credo che anche il silenzio assoluto e totale del musicista sia un modo per comunicare.

  4. Reno Brandoni Reply

    Tutte le nostre opinioni possono essere discusse e condivise, mi sembrano opportune e piene di buon senso. Non mi sembra però, sinceramente, di avere estremizzato la mia. Forse ho dimenticato di aggiungere un particolare che avrebbe chiarito e “giustificato” il mio pensiero. Stiamo discutendo di una ipotesi in cui la musica, in entrambi i casi, è di qualità. Altrimenti i raffronti sarebbero banali: meglio uno bravo a parlare che produce musica scadente o uno che sta zitto e suona musica divina (vedi Jarrett)? Certo il massimo sarebbe uno che intrattiene alla grande e suona musica eccellente ma non sempre le due cose collimano, allora piuttosto che sentire la riproduzione fedele del suo CD gradirei che il musicista mostrasse ogni tanto il suo lato umano anche se l’esposizione del suo parlare non risultasse gradevole quanto la sua musica.
    Piccola precisazione, ho sentito Keith Jarrett in versione solo alla Carnegie Hall di NY e non mi è sembrato così taciturno, la sua musica è in buona parte improvvisata quindi la tensione e la concentrazione si percepivano pesantemente, ma approfittava di piccole pause per raccontare storie e parlare con il pubblico. Mi ha stupito e conquistato. Comunque stiamo parlando di numeri uno fuori da ogni logica definizione o classificazione.

  5. Alfonso Giardino
    Alfonso Giardino Reply

    Per esporre un concetto, un’opinione talvolta si rischia, credo, di estremizzare la propria posizione.
    Reno, non sono sicuro che tu abbia un reale piacere nell’assistere ad un’esibizione di musicisti “spaventati o timorosi, nervosi e ansiosi, preoccupati di sbagliare ed emozionati dalla luce che li illumina”.
    Credo, comunque, d’aver capito quello che vuoi dire.
    Anch’io, ormai alla mia età, m’aspetto da un concerto “umanità” (questo è ancora più vero e realizzabile in un concerto di sola chitarra acustica). In altre parole, m’aspetto di scoprire l’uomo oltre il musicista. Ma il “musicista” deve esserci! E qui sono d’accordo con Giovanni.
    Mi voglio un attimo mettere nei panni del “timoroso, ecc.”: nelle poche occasioni nelle quali mi sono esibito in pubblico mi sono trovato in questo stato d’animo e non mi è piaciuto. Pur essendo in qualche modo io, “quello” non era pienamente l’io che sono realmente. Di conseguenza chi era presente non ha conosciuto veramente me stesso. Per non considerare il fatto che anche l’aspetto emozionale legato alla musica ne ha risentito.
    Ma forse sarebbe opportuno parlare di professionisti o comunque di chi è in grado di garantire uno standard qualitativo medio-alto nelle loro esibizioni.
    Il quid in più che per me (e credo in questo tu possa concordare, Reno) può esaltare un’esibizione è l’umanità, dicevamo, ma nel senso di chiara e manifesta volontà di entrare in sintonia con il pubblico presente. In altre parole, non me ne frega niente di chi sale sul palco per svolgere il compitino che farebbe a casa o in sala di registrazione o per fare il figo della serata.
    Da qui, anche se parla poco (la vedo difficile instaurare un rapporto con il pubblico se si fa scena muta, a meno che, da quello che ci dice Dan, non si è Jarrett), chi è sul palco mi deve far capire che è lì “anche” per me.
    Due esempi estremi: Tommy Emmanuel e Pierre Bensusan. Il primo istrione e prorompente, il secondo più intimista e sofisticato. Il primo scherza, ride, suona in piedi, cercherebbe quasi il contatto fisico se gli fosse possibile, il secondo è seduto, avvolto alla sua chitarra, scherza anche, ma a voce bassa, mai sopra le righe. Entrambi, però, mi hanno emozionato, mi hanno dato quel quid che dal CD non potrà mai arrivare. Hanno “suonato” ed “interpretato”, emozionandosi loro in prima persona.
    Per quanto riguarda l’aspetto “copione” che ha trattato Giovanni, sono parzialmente d’accordo: una cosa credo sia la “falsità”, cioè costruire qualcosa che non risponde alla propria personalità, altro è predisporre una sorta di show che ha i suoi tempi, i suoi alti e bassi studiati per condurre il pubblico lì dove si vuole, senza però perdere “verità” e spontaneità.
    Miiii… quanto ho scritto… 😉

  6. Daniele Bazzani Reply

    Credo si possa essere d’accordo su quanto scrivi… ma anche no! Nel senso che da un concerto mi aspetto musica, già il fatto di trovarmi di fronte un musicista che conosco per averlo ascoltato solo su disco è una bella sensazione, ascoltarlo senza che dica una sola parola infonde al momento una suggestione enorme, non ho bisogno di altro se il concerto va come deve, sarebbe come andare a teatro e chiedere agli attori di parlare dopo lo spettacolo, o fra i vari atti, non mi interessa.
    Se la musica vale basta a tutto.
    Poi se uno parla ed è anche simpatico va bene, nulla in contrario, anzi.
    Ma aver visto Keith Jarrett in una delle sue performance per piano solo, senza sentirlo dire una sola parola, non ha tolto nulla a quella che è stata una esperienza indimenticabile, che mi ha segnato per sempre.
    Forse il problema è proprio questo, la musica troppo spesso è di qualità scadente.

  7. Marco Reply

    Ciao Reno, sono pienamente d’accordo con quanto scrivi e questa sottile sensazione di entrare nella vita del personaggio che sta calcando il palco l’ho avuta andando a vedere uno spettacolo di un grande del fingerpicking: Beppe Gambetta. Andare a vedere i suoi spettacoli vuol dire molto più che ascoltare la sua musica. È interessante il suo rapportarsi col pubblico, rendere partecipi le persone, il suo condividere curiosità ed esperienze. Il rapporto umano è il quid che ti fa uscire da teatro soddisfatto.

  8. Riccardo Zappa Reply

    Ho assistito al concerto di un grandissimo pianista. Lui non ha spiccicato mai parola, casomai era assai infastidito da ciascun colpo di tosse che malauguratamente echeggiava nella sala. Alla fine, che stavamo tutti quanti pigiati nel corridoio dei camerini, un addetto mi ha confidato che a quell’ ora, il nostro, stava già sulla strada verso l’ aeroporto dove l’ attendeva un volo privato verso Parigi (giacché lui, ovunque suoni in Europa, sempre nello stesso hotel deve dormire).
    Poi, naturalmente, ho assistito a innumerevoli concerti chitarristici; questi assai più alla mano, a volte introspettivi, altre esageratamente conversanti.
    Vassapere se non sia proprio il nostro strumento a propiziare un rapporto verbale con il pubblico, piuttosto che basare la trasmissione di ogni emozione esclusivamente tramite l’ esecuzione.

  9. Gabriele Posenato Reply

    …ecco perché quelle poche volte che siamo stati su un palco assieme rimarranno indelebili nella mia memoria. con reno e con giovanni intendo.

  10. Giovanni Pelosi Reply

    concordo… a tre quarti 🙂
    Reno sa che nell’ora prima di un concerto, se non è a Roma, sto facendo due chiacchiere con gli amici, piuttosto che ripassare qualche punto ostico di brani che ricordo così e così. Se suono a Roma, sto facendo un lavoro che nulla ha a che vedere con la chitarra e la musica. Penso che una serata live debba essere buona o meno buona, a seconda di come si sente chi la fa, ed il pubblico che assiste. Tuttavia, suonare su un palco esprime necessariamente un atto professionale. Perché? perché, se così non fosse, uno suonerebbe quando ne ha voglia, e non potrebbe saperlo con mesi di anticipo, se quella sera avrà una gran voglia di suonare o no. La vita porta cambiamenti, pratici ed umorali, imprevedibili, e soltanto un certo grado di professionalità permette a chi si esibisce di poter raccontare la sua storia, non parlo soltanto delle chiacchiere, ma anche proprio della comprensibilità della sua musica. Mi è capitato di assistere a concerti di grandi chitarristi, che sembravano anche spiritosissimi oltre che funambolici. Il problema è stato di assistere a più di un loro concerto, e scoprire che c’era un vero copione, replicato più o meno fedelmente, tutte le volte. Questo, non lo apprezzo, né come spettatore, né come ‘artista’. Questi sono i tre quarti del pensiero di Reno con cui sono d’accordo. Ma presentarsi al pubblico con rispetto, essendo se stessi ma in una forma sufficientemente accettabile, mi sembra doveroso per una esibizione per assistere alla quale il pubblico non soltanto paga il biglietto, ma spende una serata della sua vita per ‘sentire’ qualcosa, e qualcosa bisogna che abbia.

  11. Gabriele Longo Reply

    Reno, ho letto da utente e appassionato di chitarra, di musica… e quindi di vita il tuo articolo. Mi ha trasmesso emozioni perché dice cose vere che i più soffocano come disdicevoli. L’autenticità dell’artista e dell’uomo passa attraverso l’umiltà e l’amore per se stessi a favore di una condivisione. Quando ciò arriva dal palco abbiamo, pubblico e artisti, celebrato la vera umanità.
    Grazie.

    Gabriele Longo

Lascia il tuo commento

*

Captcha * Time limit is exhausted. Please reload the CAPTCHA.