Il ‘nostro’ concerto

(di Daniele Bazzani) – Forse perché sono vecchio – e uso un titolo come questo, una canzone italiana degli anni ’60 – o forse perché sono privo di idee al momento, e uso un concetto ‘rubato’ a un amico (spiego più avanti di cosa si tratta); o semplicemente perché sono in dubbio su cosa dire realmente, e quindi tendo a confondere i vari argomenti. Come al solito mischierò diverse cose. Se fate fatica a seguire è colpa mia, non vostra.

Vorrei affrontare – da vari punti di vista – l’argomento live, che va tanto di moda per vari motivi. Il primo dei quali è che, non vendendosi più i dischi, si cerca di ‘scaricare’ tutto sui concerti, senza grande successo, per come la vedo io. L’occasione è capitata perché sono stato in piccoli club a vedere qualche bel concerto dal vivo, in particolare uno: quello della cantautrice romana Alice Pelle, che avevo già avuto il piacere di ascoltare anni fa, una bravissima cantante e pianista che è capace, suonando e cantando in maniera davvero splendida, di intrattenere un pubblico anche solo suonando musica originale; scrive delle cose molto belle e intense.

Stefano Barone

Sento già la domanda: «E quindi? Pensi di essere il solo ad aver capito che ci sono musicisti bravi?» No, certo. Notavo però diverse cose:
1. Che al concerto erano quasi tutti più grandi di me. Nessun ragazzo.
2. E che concerti così, in giro, ce ne sono oramai davvero pochi – la stessa Alice non si esibiva da quasi due anni – a meno che non si vada ad ascoltare qualche importante artista straniero, pagandolo profumatamente.

La musica dal vivo, quella dei piccoli club, che sono quelli che danno vita a tutto il resto, praticamente non esiste più. O meglio, esiste ma è di un livello talmente basso da far accapponare la pelle. Ormai, o si va a vedere qualche tribute band con imitatori vari sul palco, o si va in qualche birreria dove in un angolo troviamo due sfigati, che un tempo avevano una band che si è sciolta perché tanto non suonava più. La maggior parte dei live unplugged – termine che per fortuna sta passando di moda, visto che siamo comunque collegati a un impianto voci – sono improvvisati, tenuti da musicisti che si sono ridotti a fare quello perché il resto, purtroppo, non c’è più.

Sia ben chiaro, questa non è una critica ai musicisti – ce ne sono in giro di bravissimi ma fanno una gran fatica – tutt’altro, è solo il tentativo di analizzare cosa ha portato qualche anno di crisi e qualche anno di talent show in televisione.
La prima cosa che mi viene in mente – dovere e deformazione professionale – è che forse, semplicemente, il nostro tempo sta passando. I ragazzi vanno a vedere altri concerti, quelli che noi facevamo a vent’anni. Quindi il pubblico è rimasto dov’era, siamo noi che ci siamo spostati. Credo che questa sia una considerazione da fare, purtroppo per me, e che comunque mi mette molta tristezza, perché ci sono concerti che andrebbero visti ‘a prescindere’, come diceva Totò. I ragazzi dovrebbero sapere cosa si può fare con uno strumento e una voce, da soli su un palco, dopo tanti anni di studio e di concerti, altro che X-Factor: un’ora e mezza da soli o in due sul palco non è come tre minuti in TV con le basi a manetta. La cosiddetta ‘gavetta’ non è qualcosa di cui ci riempiamo la bocca, è la linfa vitale di questa professione, è il sottobosco da cui una volta ogni tanto esce qualcosa di clamorosamente inaspettato, è quello che permette a un’intera categoria di vivere – anche solo sopravvivere – pur non essendo Bob Dylan o Pat Metheny. È NE-CES-SA-RIO che ci sia.

E non vedere ragazzi giovani – anche ai miei concerti, non parlo solo di quelli degli altri – mi dispiace, perché so quanto si perdono; e dovrebbero saperlo anche loro. Purtroppo va detto – ripetuto in questo caso – che di concerti così, in giro, se ne vedono ormai col contagocce.

L’altra parte del discorso è quella di cui mi approprio indebitamente, anche se molti di noi lo pensano da tempo: l’abbinamento Internet/musica dal vivo.
Il mio amico Stefano Barone, ottimo chitarrista fingerstyle, sperimentatore e musicista mai fermo (con il pensiero intendo), con alle spalle molti concerti in giro per il mondo, porta avanti da qualche tempo una battaglia contro la diffusione sul Web delle proprie performance: chiede esplicitamente al pubblico di non fare foto o video da mettere su Internet, per rendere quell’evento qualcosa di particolare, del tipo «se vuoi esserci vieni, sennò peggio per te». Sembra una sciocchezza, ma c’è molto di più dietro.

Stefano Barone

Ormai non si riesce ad assistere a un concerto senza che qualcuno faccia una foto, un video, o semplicemente si connetta per vedere altro, mentre dovrebbe vedere il concerto. Oltre ad essere un gesto di grande maleducazione verso chi si esibisce e verso chi cerca di guardare il concerto – al Circo Massimo suonavano i Rolling Stones, e quando Mick Jagger si avvicinava sulla lunga passerella centrale l’ho visto solo sui tablet di quelli davanti a me, mannaggia a voi – mette in moto tutta una serie di meccanismi diversi.

Si cerca di fare una cosa carina, in realtà, per omaggiare il musicista facendo sapere ad altri che ci si trova a un suo concerto, e magari si vuol rendere partecipe qualcuno che a quell’evento non è potuto andare. Purtroppo il risultato è ben diverso: si finisce in un calderone unico, senza sapore, incolore e privo di una qualsiasi di quelle qualità che invece rendono speciale l’appuntamento. Non si sente il vero suono degli strumenti, il timbro della voce, e non si percepisce la fisicità di chi ci è davanti e, magari ad occhi chiusi, sta cercando di donarci una parte di sé. I video dei pezzi caricati sul Web spesso non hanno un inizio e una fine. Neanche il momento in cui viene eseguita una canzone ha più importanza, a dispetto dei nostri sforzi di pensare a una scaletta.
Quello che Stefano vuole dire, e che vorrei condividere e chiedere ad altri di fare, è di cercare di togliersi da questo ammasso informe, inutile, che non genera neanche curiosità, perché se devo venirti a sentire per uno schifo di video fatto con un cellulare, va a finire che sto a casa a fare altro.

Se invece il passaparola prendesse il sopravvento, magari ci lasceremmo influenzare da amici che, raccontandoci di un bel concerto, potrebbero incuriosirci al punto di farci muovere l’ormai pesante fondoschiena, dal momento che video e foto di quella serata non se ne trovano. E tutto questo ci aiuterebbe, perché a volte abbiamo la sensazione di essere stati da qualche parte, ma sappiamo che non è così. Quindi è una sorta di droga, che ci fornisce un palliativo, mentre in realtà sappiamo bene che non abbiamo beneficiato di nessuna delle cose belle che avremmo potuto ricevere.

Basta aprire YouTube per vedere quanti miliardi di video siano fatti con il cellulare anche a concerti importanti: video inutili, che suonano male e non rendono giustizia a nessuno degli aspetti di uno spettacolo, video per i quali dovremmo ribellarci e chiedere la cancellazione, perché non omaggiano nulla, se non il nostro ego che può così affermare: «Io c’ero!» E chi se ne frega. Anche perché, la maggior parte delle volte, non solo guardiamo un piccolo display cercando l’inquadratura perfetta – che sarà sempre una schifezza, rassegnatevi – perdendoci dei momenti magari irripetibili nella nostra vita, ma rompiamo anche le scatole a qualcuno che, dietro di noi, sta invece cercando di guardare la realtà. Scusate se abbiamo pagato anche noi…

I gesti che compiamo sono oggi così naturali che il solo pensare di evitarli ci mette in difficoltà, sudiamo freddo al solo pensiero di non poter avere neanche una foto di quella serata, come se la memoria ci venisse cancellata all’uscita del locale. Non è così, sappiatelo, il ricordo di un bel concerto resta dentro a lungo, e dura molto più di una scheda SD da 32 giga.

Daniele Bazzani

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