Il delirio di onnipotenza

(di Daniele Bazzani) – Questo è uno di quegli articoli in cui vorrei dire tante cose collegate fra loro, e non sono sicuro che riuscirò a dirle come vorrei. Ci provo.
La tecnologia ci ha messo nella condizione di fare molte cose, troppe, purtroppo. Come al solito, prendo come pretesto la mia professione e le cose che conosco meglio per fare degli esempi, che però potrebbero essere di risonanza più generale e portare a riflessioni applicabili ad altri ambiti.

L’articolo si sarebbe potuto chiamare “L’appiattimento”, o in chissà quanti altri modi. Quello scelto mi sembra però appropriato.
Leggo continuamente articoli sul ‘fai da te’: compra questo e quest’altro e diventerai… sarai… farai.

Esempio: se compri una scheda audio e un microfono e hai un software per registrare, fai un disco…

Premessa: gli strumenti oggi a disposizione di molti, se non di tutti, sono meravigliosi, ed è bellissimo che ognuno di noi – io sono in cima alla lista, il mio primo disco l’ho registrato a casa, anche se è stato poi missato e masterizzato da gente più brava di me, con attrezzatura molto migliore della mia – ne possa approfittare. Vorrei fosse chiaro che non sono ‘contro a prescindere’.

Ma: il suonare, registrare, editare, masterizzare e infine stampare su un supporto con relativa grafica, da soli e sfornando quello che un tempo era il prodotto di una casa discografica, ci fa svolgere diverse professioni. Vediamo quali:

1. Lo scopritore di talenti, il cosiddetto talent scout, che doveva frugare fra migliaia di potenziali artisti cercando quelli che a suo modo di vedere avevano più qualità.

2. Il discografico, che poteva o meno accettare la proposta.

3. Il produttore musicale, che avrebbe supervisionato il progetto.

4. Un arrangiatore, perché non sempre le band sanno farlo.

5. Il tecnico del suono, che avrebbe registrato il tutto sistemando microfoni e lavorando sul suono e sul missaggio.

6. Il tecnico del mastering, passaggio fondamentale che chiude il tutto a livello sonoro.

7. Il fotografo, che ci avrebbe ripresi.

8. Il grafico, che avrebbe confezionato una copertina.

9. I tecnici che avrebbero stampato fisicamente il tutto.

10. Un eventuale responsabile di marketing, che avrebbe promosso la band.

11. Ah… e attrezzatura per centinaia di migliaia di euro, se non milioni. Se un banco Neve costa un milione invece dei duecento euro della nostra scheda audio, un motivo ci sarà.

Mi sono tenuto stretto scrivendo al volo le prime cose che mi venivano in mente, e sono già a dieci mestieri. Che noi sostituiamo perché abbiamo un microfono e una scheda audio, e magari un software (meglio se ‘craccato’).

Il titolo dell’articolo è “Il delirio di onnipotenza”. Quanto ci sono andato lontano? Forse “Presuntuosi si nasce” sarebbe stato adatto… Adesso però, dopo aver scherzato vorrei provare a spiegare.

Quando ho deciso di diventare musicista, fare un disco era roba per pochi: era possibile solo se una casa discografica decideva che ti avrebbe prodotto, altrimenti no. Se andate a frugare fra i miei vecchi articoli, ce n’è uno che si intitola “Ridatemi le case discografiche” (febbraio 2015) e che spiega come la penso al riguardo. Non voglio stare a discutere ipoteticamente con chi già sta pensando «Sì, ma oggi c’è più libertà e chiunque può fare un disco», perché il punto è proprio questo: non tutti ‘dovrebbero’ fare un disco. Ma attenzione, voglio dire altro…
Il problema vero, a mio modo di vedere, è che se uno di noi fa otto mestieri invece del suo e basta, non può che farli male. E farà pure male il suo, perché è impegnato a fare male altre cose, invece di migliorare nel proprio. Conseguenza? La qualità che si abbassa pericolosamente, si annulla, si dilegua, sparisce, si finge morta, si dà per dispersa…

Il talent scout ha molto più di noi la capacità di capire se noi stessi valiamo qualcosa o meno – OK, non sempre, ma di solito – anche perché noi siamo parte in causa, quindi non obiettivi.
Il produttore – ne esistono ancora? – aveva la capacità, il carisma, il potere di andare da un artista importante (o da uno esordiente), guardarlo negli occhi e dirgli: stai sbagliando. Non c’è cosa peggiore di un musicista che si autoproduca pensando di non aver bisogno di guide, compiendo un salto nel buio e producendo schifezze memorabili. I produttori veri hanno cambiato la storia della musica, a volte più dei musicisti stessi.
Il fonico, o ingegnere del suono, è uno che non solo attacca i cavi ai microfoni e li mette sulle aste, ma ha una conoscenza infinita di quel lavoro e il difficilissimo compito di far tornare ‘reale’ qualcosa che non lo è più, perché la nostra musica – una volta incisa – non sarà più prodotta dal nostro strumento, ma da un dispositivo di qualche tipo. E vi assicuro che ‘dare vita’ a un CD, o a un vinile, fate voi, è durissimo. Durissimo. Du-ri-ssi-mo. Un fonico deve ascoltarci, sentire com’è il nostro suono dal vero, cambiare posizione mentre suoniamo, perché una chitarra da davanti suona in un modo, ma mezzo metro di lato è completamente diversa; e scegliere i microfoni adatti alla ripresa, quali e quanti. Dopodiché dovrà mettere mano al suono, perché una cosa è effettuare la ripresa, tutt’altro paio di maniche è equalizzare i suoni e missarli nel modo corretto; e ci vuole una vita ad imparare. Già è difficile riprendere una sola chitarra, immaginiamo un’intera band…

Senza considerare che, se è vero che potremmo suonare meglio di come abbiamo fatto, staremo comunque perdendo tempo a cercare di modificare il suono al computer, invece che suonare e diventare più bravi e precisi, e migliorare il suono che esce dallo strumento…

Molti plugin oggi si occupano della ‘masterizzazione’, o almeno ci illudono di poterlo fare, con conseguente perdita di qualità del prodotto finale. La masterizzazione, per chi ha mai avuto la fortuna di provarla veramente, è una cosa fondamentale: non è un caso che chi effettua quel passaggio sia specializzato ‘in quello’, e che ci siano studi in giro per il mondo che fanno solo mastering.

E poi un bravo fotografo, un grafico che pensi a come sistemare il tutto, e via dicendo. Non possiamo fare sempre da soli, perché accadrà l’inevitabile: faremo ogni cosa male e il frutto del nostro lavoro farà schifo, che era l’unica cosa alla quale in partenza non avevamo pensato. Farà schifo. Anni di lavoro buttati. Certo, se fosse un gioco chi se ne importa, ma mi sembra chiaro che non sto parlando di quello.

Perchè la qualità media si sta abbassando paurosamente, e la cosa che davvero mi spaventa è che ci stiamo abituando a questo abbassamento…

Certo, se poi dobbiamo ascoltare con le cuffiette sul cellulare – dirà qualcuno – chi se ne frega di registrare bene. Ma possiamo davvero permettere che ciò accada? La musica è una cosa meravigliosa, e chi la conosce e la ama davvero sa cosa significhi ‘un bel suono’, anche se non si parla solo di quello ma di tutto il processo. E la maggior parte oramai sembra non solo non rendersene conto, ma fregarsene proprio.

Un disco non è una cosa tonda che suona. Un disco vero è, o può essere, o dovrebbe essere un’opera d’arte. E come tale dovremmo trattarla noi, da fruitori o da addetti ai lavori. Sono anni di lavoro, scrittura, modifiche, arrangiamenti, litigate, confronti, registrazioni… Non vado avanti per non annoiare, ma quando sento frasi tipo «Ma se un CD costa venti centesimi, perché chiedono quindici euro?» mi viene il sangue agli occhi. Quando compriamo il lavoro di un’altra persona, chiunque essa sia, non possiamo solo considerare l’oggetto fisico che abbiamo fra le mani: dobbiamo considerare che quello è una parte della vita di qualcuno, bella, brutta, gioiosa o drammatica. E oltre a questo ci sono – c’erano? – decine di persone coinvolte nella sua realizzazione, che non possono lavorare gratis; perché il lavoro –qualcuno di voi lavora per capire ciò che scrivo? – va retribuito. Ci siamo abituati per esempio a vedere foto orrende e per la maggior parte inutili, quando la fotografia è un’arte meravigliosa. Non è giusto dover perdere la propria vita sfogliando pagine di social sperando di incappare in qualcosa di buono: quello è un lavoro che deve fare qualcun altro per noi. Altrimenti vivremo sfogliando cose brutte, e mi chiedo se ne valga davvero la pena.

Ma a parte i ‘pipponi’ filosofici, stavo dicendo qualcosa di molto terreno: se non diamo noi il giusto valore al nostro lavoro, sarà difficile che altri possano farlo. Quindi, prima di fissare su un supporto qualcosa che resterà, pensiamoci bene, perché se questa battaglia non parte da noi, sarà impossibile vincerla.

Daniele Bazzani

...sull'Autore

Related Posts

Lascia il tuo commento

*

Captcha * Time limit is exhausted. Please reload the CAPTCHA.