Il canto delle balene

(di Roberto De Luca)
«Under the bridges/ Over the foam / Wind on the water / Carry me home»

Ce l’hanno tutti, un armadio dei ricordi. Magari non proprio un armadio. Forse un comodino, o un cassetto o chissà.
Strana storia, questa degli armadi. Frutto della silenziosa sedimentazione prodotta dal tempo. All’improvviso: zac! Qualcuno recide il filo, stacca la spina, chiude la finestra. Un evento nuovo, un brusco scarto dal tran tran quotidiano, un cambiamento profondo e l’armadio si chiude. Meglio, non si apre più.
Tempo addietro ero nella mia vecchia casa paterna e gironzolavo intorno al mio armadio. Non che sia granché come armadio. Un vecchio armadio sfasciato. Contiene riviste e soprattutto dischi, vecchi 33 giri in vinile. Mi riesce difficile pensare che proprio quei dischi fossero il tesoro della mia adolescenza. Un tesoro che, credevo, avrei portato sempre con me. E invece è ancora lì, seppellito nell’indifferenza con la quale, di anno in anno, ci si abitua allo scorrere degli eventi.
Andò più o meno come comunemente accade. Nuova casa, nuova vita e… «Questi dove li metto?» E addio tesoro.
Aprire l’armadio dei ricordi provoca impressioni contraddittorie. Si comincia per gioco e si rischia di essere travolti da qualcosa di inaspettato, come accade a un pedone sbadato, mentre attraversa la strada che pensa di conoscere meglio.
Il mio gioco consiste nell’indovinare il titolo dell’album semplicemente osservando il colore della copertina. I dischi sono allineati in verticale, e i colori a cui mi riferisco sono dunque sottilissime striscioline multi cromatiche addossate l’una all’altra. Qualche volta ci piglio, qualche volta no.
L’altro giorno ce n’era uno che in qualche modo spiccava nel mucchio. Quell’arancione intenso si stagliava nettamente nella confusione cromatica dell’insieme, ma curiosamente non suggeriva alcun titolo, alcun nome. Delicatamente, l’ho tirato fuori dalla fila. Delusione. Un disco assolutamente anonimo, musicalmente parlando. Una vecchia antologia di Crosby, Stills & Nash. Gli idoli della mia adolescenza, in un lavoro privo di senso, un’autocelebrazione legata a qualche stupido evento contingente, a bieche esigenze economiche, alla paura dei tristi anni ottanta che bussavano alla porta.
Nessuna emozione musicale, ma immagini tante. Quel disco, in origine, non era mio. Apparteneva a un mio amico. Ricordo perfettamente il giorno dell’acquisto. Per dei sedicenni perennemente squattrinati, l’arrivo di un disco era un evento magico, quasi sempre legato a ricorrenze più o meno altisonanti. E questo, naturalmente, creava aspettative spasmodiche. Guai a sbagliare acquisto! Era molto più di uno smacco, quasi un’umiliazione, che continuava a bruciare per giorni e giorni. Rammento perfettamente la faccia del mio amico mentre il disco girava sul piatto. Per noi, CSN&Y erano essenzialmente un disco live dal ruspante impasto sonoro, di grande impatto emotivo. E i suoni che l’impianto rimandava quel giorno non ci piacevano affatto: artefatti, troppo curati, quasi patinati. Gridammo al tradimento e non facemmo neanche nulla per dissimularlo. A quell’età un pizzico di crudeltà ci può stare, perciò infierimmo senza pietà sul nostro amico e sul suo acquisto tanto costoso quanto incauto. Lui accusò il colpo e si ritirò in un silenzio sdegnoso. Il tormento proseguì per qualche giorno, poi nessuno parlò più di quel disco.

Sono tornato al presente e ho dato un colpo d’occhio ai titoli: “Carry On”, “Marrakesh Express”, Just a Song Before I Go”… Capolavori assoluti, che avremmo scoperto solo più tardi. Ho sorriso. Poi la tentazione ha avuto il sopravvento. Ho alzato il coperchio impolverato dell’impianto e ho messo su il vinile. Qualità sonora indecente, ma si capiva, nonostante gli anni, quanto il disco fosse nuovo. I rari, rarissimi ascolti non avevano impresso cicatrici indelebili sulla sua superficie, come sempre accadeva ai lavori musicali di cui quotidianamente ci nutrivamo.
No, l’amico non aveva neanche tentato di farsi piacere quel disco, e forse in questo era stato più coerente di quanto allora non lo fossimo noi.
Ma sull’ultima traccia qualcosa non tornava: la densissima polifonia vocale di “Wind on the Water” era okay, come pure la canzone vera e propria, gli arpeggi distesi di pianoforte, gli archi e tutto il resto; era sul finale che i conti non quadravano. Sull’ultima strofa, l’ultimo cantato «Vento sull’acqua / Portami a casa»… era lì, in quel punto che mi aspettavo quegli strani rumori, quei versi per me ormai familiari, visti i ripetuti ascolti degli anni successivi. Quel giorno, a casa del mio amico, li scambiammo per grida di gabbiani. Solo tempo dopo scoprimmo che si trattava invece di balene, del grido inquieto e affascinante dei grandi cetacei marini. La canzone, del resto, di quello parla: di mare, di natura, di vita e della follia degli uomini.
Sul disco quei fischi non c’erano più. Al loro posto, l’odioso rumore della puntina che salta ripetutamente sui solchi. Polvere del tempo, ho pensato; ho sollevato la testina, ho pulito la superficie del disco e sono tornato all’ascolto. Stesso fastidioso scricchiolio. Le balene erano scomparse per sempre, tornate ai loro abissi incantati.
Ho spento il tutto, ho sollevato il disco e l’ho riposto nella sua custodia, mentre la curiosità si faceva strada.
La soluzione era però a portata di mano, e con essa una riflessione, una scoperta o forse la nuova consapevolezza di una verità che conoscevo già. Ebbene, molti anni addietro avevo un amico capace di dare un senso a un disco ascoltando la voce delle balene; un timido sedicenne, che a un mare di note celestiali preferì il canto delle balene. E soltanto quello si limitò ad ascoltare. Più e più volte, fino a incidere i solchi, rovinando per sempre il disco.
Così, l’altra sera fumavo in giardino ruminando pensieri. Sarà forse deformazione professionale, ma non ho potuto fare a meno di domandarmi se oggi, da qualche parte, esista ancora un adolescente inquieto, capace di frugare tra i solchi sonori e lasciarsi rapire dal canto di una balena. Ammesso che un freddo MP3 possa poi, in qualche modo, conservarne la testimonianza.
«Ma sì!» mi sono detto. Chi meglio di un sedicenne è alla perenne ricerca della voce del mare, del respiro della terra, del soffio della vita?
Me lo sono visto davanti e ho provato un’improvvisa tenerezza: un adolescente disorientato. Solo, fra i tanti rumori del mondo. È un compito difficile, quello che lo aspetta. Ma ho fiducia. Anche lui, in mezzo a questo frastuono, riuscirà prima o poi a udire quel canto.


Chitarra Acustica, 4/2013, pp. 10-11

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