I miei primi 40 anni di musica dal vivo. Intervista a Pierre Bensusan

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Quest’anno Pierre Bensusan festeggia i ‘primi’ quarant’anni della sua luminosa carriera musicale. E al cofanetto delle sue opere complete in edizione speciale con dieci CD, Complete Works 1975-2010, pubblicato in onore dei suoi trentacinque anni di musica e affiancato poco dopo dall’ultimo suo album in studio Vividly, si aggiunge oggi un tassello fondamentale per una conoscenza veramente totale della sua arte: il triplo CD Encore con più di tre ore di musica dal vivo, aspetto finora trascurato nella sua discografia, a coprire un arco di concerti in giro per il mondo che vanno dalla prima tournée del 1975 in veste di mandolinista bluegrass nella band di Bill Keith, fino alle ultime esibizioni dell’anno appena trascorso. Il tutto in una veste accattivante con un booklet che si presenta come un piacevole diario di viaggio, ricco di annotazioni e aneddoti, con un suono finemente ottimizzato dal celebrato tecnico del suono Rich Breen, con una decina di brani inediti tra cui due preziose esecuzioni in duo con Jordan Rudess, attuale tastierista dei Dream Theater, e con ampi spazi per le divagazioni vocali, per le variazioni e improvvisazioni strumentali. Non solo, ma in questo 2014 cade anche il quarantesimo anniversario della carriera di un grande amico di Bensusan, il maestro liutaio George Lowden. I due non mancheranno di celebrare insieme queste loro ricorrenze, ricordando la prima Lowden Old Lady di Pierre del 1978 e la sua Signature Model del 2009. Ma soprattutto presenteranno in un tour mondiale la nuova 40th Anniversary Signature Model. Auguri, Pierre e George, e cento di questi anni!

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Alla fine del 2009, per celebrare i trentacinque anni della tua carriera, hai ristampato la tua discografia completa per la tua etichetta DADGAD Music. Adesso, per festeggiare i tuoi quarant’anni di musica, esci con un triplo album dal vivo. Era proprio un anello mancante della catena, vero?
Sì, certamente. Malgrado i più di tremila concerti che ho dato, mi son reso conto che avevo pubblicato pochissime registrazioni dal vivo. A parte un DVD In Concert per l’etichetta di Stefan Grossman, registrato nel 1996 in un club di Berkeley, un album dal vivo in duo con il sassofonista Didier Malherbe, Live in Paris, e qualche brano qua e là, mancava un anello della catena. Mi è venuto così il desiderio di presentarmi in quest’altra realtà che è la scena, la strada, i viaggi e il pubblico. La musica dal vivo ha tutta un’altra energia, un’impellenza, si svela nella sua vera natura: il pubblico è lì per riceverla, e noi impariamo a trasformare tutto quello che viviamo durante il giorno per restituirlo la sera.

Complete Works naturalmente presenta una visione cronologica della tua opera. Invece, in Encore, l’ordine dei pezzi non corrisponde a nessuna cronologia particolare: come hai scelto e organizzato il materiale per questo triplo CD?
Avevo una cinquantina di registrazioni da cui attingere. Queste registrazioni provenivano da concerti tenuti tra il 1975 e il 2013. E ho riesaminato tutto questo materiale del passato nel corso di quattro mesi, immergendomi nell’intimità del mio studio, nella speranza di trarne sostanza sufficiente per riempire un CD. Alla fine ne ho riempiti tre, selezionando più di tre ore di musica. In un’epoca in cui i dischi si vendono meno bene e hanno perso il loro lustro, ho voluto anche continuare a pensare in grande proponendo un oggetto ben curato, un diario di viaggio, senza concessioni né compromessi. I titoli che compongono Encore si susseguono non nell’ordine logico della scaletta di una serata, ma come una suite musicale che possa aver senso per un uditorio destinato ad ascoltarla nella propria intimità.

Per dare una certa continuità sonora al lavoro, qual è stato il ruolo del tecnico del suono Rich Breen?
Rich Breen è stato un elemento fondamentale. È un freelance che abita a Los Angeles e che ha ricevuto diversi Grammy. Questo è il terzo lavoro che abbiamo fatto insieme, dopo Intuite e Vividly. Abbiamo lavorato su Internet, ciascuno nel proprio studio. E lui ha saputo riavvicinare degli universi sonori molto diversi tra loro, per farli coesistere. Pochissimi di questi concerti erano stati registrati a regola d’arte… Si trattava piuttosto di semplici ricordi realizzati collegando un registratore all’uscita stereo della consolle. Ma grazie a lui i cambiamenti di sala, di acustica, di periodo sono impercettibili, benché ci fossero delle reali differenze di ripresa del suono tra un pezzo e l’altro. Un quarto dei brani in realtà provengono da concerti tenuti al Prism, un mitico club di Charlottesville in Virginia, registrati dalla radio universitaria locale. Ma a volte ho scelto alcuni pezzi dei quali sapevo che il suono non era il massimo, sapendo che Rich sarebbe riuscito a tirarne fuori qualcosa. E lui faceva poco, ma quel poco era sufficiente a trasformare il suono in qualcosa di bello e di emozionante. Lui riusciva a far dimenticare il suono, per ascoltare la musica. Al termine del mastering gli ho detto che la musica sembrava libera e trasparente come se, una volta passata attraverso le sue mani e le sue orecchie, lui non avesse finalmente toccato nulla. E mi ha chiesto: «Ma è un complimento?» Ah, in realtà era il miglior complimento che si potesse fare!

Encore contiene undici brani inediti. In particolare nel secondo CD, nel gruppo di registrazioni realizzate al Festival di Épalinges nei pressi di Losanna, in occasione della tua tournée con la band del banjoista Bill Keith nel 1975, tu suoni il mandolino esibendoti in accompagnamenti e assoli in perfetto stile bluegrass: da dove veniva questa tua perizia sul mandolino?
Quando avevo quattordici-quindici anni, suonavo anche la chitarra bluegrass in flatpicking. Con degli amici di Parigi e dintorni avevamo formato un gruppo composto da due chitarre e un banjo. Era molto difficile trovare un mandolinista. Un giorno, i miei compagni decisero che il mandolino lo avrei suonato io. Il giorno dopo già avevo comperato un mandolino Kasuga, una replica del Gibson F-5. Imparai gli accordi e cominciai a tirare giù gli assoli dall’ascolto dei miei dischi di bluegrass. Nel giro di alcune settimane ero in grado di occupare il mio posto di mandolinista, continuando d’altra parte a suonare la chitarra anche in un ambito completamente diverso. In seguito, ho suonato in altri gruppi di bluegrass con tanto di basso, violino, dobro, steel guitar e quant’altro, nonché in una jug band. Due anni più tardi Denis Phan, che produceva la tournée europea di Bill Keith e Jim Rooney, mi ha invitato a partecipare come mandolinista del gruppo. Avevo diciassette anni ed era la mia prima grande tournée, appena qualche mese prima della registrazione del mio primo disco solista Près de Paris, nel quale Bill suona insieme a me “Sunday’s Hornpipe”, un pezzo che è diventato la sigla di una trasmissione su Radio France-Inter.

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Cos’hai ricevuto da questa prima esperienza con Bill Keith? Forse il suo melodic style sul banjo, insieme ai tuoi primi studi di pianoforte, ha contribuito a ispirare il tuo approccio harp style nell’esecuzione delle melodie sulla chitarra?
Ho ricevuto il gusto per l’improvvisazione, la gioia vissuta e la fiducia acquisita nell’esperienza di non saper mai cosa avrei suonato nei prossimi venti secondi! Ho ascoltato molto Bill, non soltanto prima di incontrarlo, ma anche durante le nostre tournée. Il suo melodic style o Keith style mi ha sicuramente ispirato nella mia ricerca, volta a distribuire le note di una melodia su più corde possibili. E credo che anche la mia formazione di pianista sia stato un fattore determinante. Bill mi ha introdotto a Charlie Mingus, Duke Ellington, John McLaughlin. Era un grande amante del jazz, con una mentalità aperta, sempre presente a se stesso in ogni concerto e su ogni nota. Suonando con lui, ho sempre sentito che ci lasciava una grande libertà d’espressione, a condizione di rispettare il suono e lo spirito della musica. Poi io ero molto giovane e a volte rompevo le scatole, così che lui ha dovuto usare molta pazienza e tolleranza nei miei confronti. Siamo rimasti ottimi amici. Lui e Jim sono stati contenti di condividere i miei quarant’anni di carriera, grazie alla loro presenza in Encore. Hanno riscoperto con gioia il concerto di Épalinges.

Durante quella tournée, Keith ti invitava anche a suonare qualche pezzo di chitarra sola: è in questi pezzi, alcuni dei quali documentati nella raccolta, che sembrano comparire alcune delle tue prime influenze. Per esempio “One Morning in May” mi fa pensare a Bert Jansch, sia per la voce che per la chitarra; le “Jigs” rinviano al primo album dei Planxty; “Gavotte” fa pensare ad Alain Stivell e alla chitarra di Dan Ar Bras…
Benché mandolinista con Bill, lo accompagnavo anche alla chitarra nello standard “Nola” di Felix Ardnt. Una mattina, visto che avevamo un po’ di tempo prima di riprendere la strada, stavo lavorando sui miei pezzi di chitarra per preparare il mio primo album. E Bill saltò sulla sedia! Mi propose subito di suonare tre pezzi da solo a metà del secondo set di ogni futura serata. La cosa funzionò molto bene, e lo si può percepire ascoltando Encore. Tutti gli organizzatori mi invitarono a tornare a suonare come solista nella stagione successiva, e così si concluse la mia carriera di mandolinista bluegrass. Tu citi Stivell, Planxty, Bert Jansch… Io ho amato molto questi musicisti e ho imparato alcuni loro pezzi. Però li suonavo a modo mio e non intendevo copiarli o plagiarli, ma piuttosto ispirarmi a loro differenziandomi, per rispetto e per essere preso sul serio. Dan Ar Bras invece lo conoscevo soltanto come chitarrista elettrico, l’ho ascoltato suonare in acustico solo molti anni dopo.

“Gavotte” è forse l’unico pezzo in Encore dove suoni con un’accordatura diversa da quella di DADGAD, alla quale ti sei dedicato in modo esclusivo a partire dal 1978. Puoi ricordarci quell’accordatura e raccontare del tuo precoce uso di numerose accordature alternative?
“Gavotte” è suonata in DGDGCD. Ma ai tempi utilizzavo anche l’accordatura di DADEAE in “Dame Lombarde”, “Le roi Renaud, “Belle je m’en vais en Allemagne”, il drop D (DADGBE) in “One Morning in May”, “The Town That I Loved So Well”, e altre ancora…

“Dame Lombarde”, che in effetti è più avanti nello stesso secondo CD, richiama forse il lavoro di Gabriel Yacoub dei Malicorne?
È normale, ho conosciuto questa ballata ascoltando il primo disco dei Malicorne. Ma, con rispetto parlando, non credo che il mio modo di suonare la chitarra si rapporti con quello di Gabriel. È diverso, e d’altra parte il mio arrangiamento, con quel riff caratteristico, è forse ispirato maggiormente dalla musica di Otis Redding!

Due altri inediti sono i brani suonati nel 1998 con Jordan Rudess, futuro tastierista dei Dream Theater. Avete suonato con basso, batteria e chitarra elettrica? Puoi raccontarci questa esperienza?
Durante gli anni ’90, ho incontrato Jordan al New Milford Summer Camp a nord di New York, una scuola estiva nella quale facevamo lezione. Siamo diventati amici e io l’ho invitato a suonare con me per una composizione eseguita in Francia, Ici et maintenant, per strumenti e un coro di duecento giovani dagli otto ai sedici anni, commissionata dal Festival Tendances di Boulogne-sur-Mer. Nella prima parte abbiamo suonato in duo “Anthem for the Ocean” e “The Welsh Arrow Suite”, i due brani che si possono ascoltare in Encore. Non ci sono né basso, né batteria, né chitarra elettrica: siamo solo noi due in scena, e più tardi saremmo stati raggiunti dai duecento coristi. La prima chitarra elettrica è la mia Lowden acustica con un suono saturato, mentre l’altro assolo, molto rock in stile Jan Hammer, è suonato dalle tastiere, come tutto il resto. Il giorno prima avevo tenuto per la prima volta un concerto improvvisato in solo, al centro culturale di Dunkerque. Jordan era con me ed è stato molto sensibile rispetto al ‘trac’ che provavo prima di entrare in scena. Mi confidò: «Quello che c’è di buono nell’improvvisazione è che non si può dimenticare nulla!» Beh, il concerto è durato tre ore… È stato come scalare una montagna: devi vincere la tua paura, e quando arrivi scopri un paesaggio completamente diverso, un nuovo orizzonte che è sempre stato lì, ma che non vedevi…

Poi ci sono “Bamboul’hiver” e “Bamboul’été”, che sono delle divagazioni sul tema della tua composizione “Bamboulée”: che posto hanno nella tua musica, e in particolare nella tua musica dal vivo, la variazione e l’improvvisazione? Sembri essere da una parte un musicista molto classico, perfezionista ed ‘esatto’, e d’altra parte un musicista votato all’improvvisazione…
Questi due mondi si raggiungono. L’improvvisazione non è che un’altra forma di composizione, più spontanea e direttamente collegata con la musica interiore, l’immaginario, l’attenzione, l’osservazione, e forse il bisogno di vivere un po’ più pericolosamente. La cosa più difficile è entrare in questa forma di meditazione con una presenza in ogni istante.

Nella presentazione video di Encore, affermi: «La musica live è, in maniera sorprendente, assai diversa dalla musica su CD, suonata in studio». Cosa vuoi dire?
In studio, puoi fermarti e ricominciare. In scena, mai: devi raccontare una storia dall’inizio alla fine e trovare tutto quel che serve affinché funzioni man mano. La scena è un’altra scuola e un’altra maniera di vivere. I due approcci sono complementari e sono diventati per me indispensabili. Non c’è niente di più stimolante che fare musica per e davanti a un pubblico. È una sensazione unica che non puoi immaginare nemmeno in sogno: devi viverla. Non sai cosa succederà e come troverai la forza, l’ispirazione, il filo… E tuttavia, nelle buone serate, vivi alcuni dei più bei momenti dell’esistenza.

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Anche George Lowden compie quest’anno quarant’anni di carriera e festeggerete insieme queste vostre ricorrenze. Alla tua prima chitarra Lowden, che risale al 1978, si è aggiunta nel 2009 un modello Signature. Quest’anno state per presentare una nuova 40th Anniversary Signature: puoi raccontarci la storia e i dettagli di queste tre Lowden?
Ho usato la mia prima Lowden, che George e io abbiamo soprannominato la Old Lady, in tutti i miei dischi e in tutte le mie tournée per trentacinque anni. È una grossa Jumbo ed ha questo suono, che mi ha soggiogato per tanto tempo, grazie anche alle sue dimensioni. È maturata  senza sosta, fino a diventare a poco a poco come una barca da regata regolata al massimo! Cinque anni fa, ho chiesto a George di costruirmi uno strumento più piccolo. Ne abbiamo fatto un modello Signature ed è la chitarra con cui suono da allora. È molto diversa dalla prima, molto rapida, più chiara, quasi eccessivamente precisa, nel senso che non concede tanto il diritto di sbagliare, perché se ne può perdere velocemente il controllo. Naturalmente l’adoro e sono felice che sia diventata la bestseller di tutte le Lowden. Per festeggiare degnamente le nostre rispettive ricorrenze e i nostri quarant’anni di carriera, abbiamo deciso di far uscire una nuova Old Lady Signature, che tenga conto di tutte le migliorie che abbiamo apportato via via: ergonomia, spalla mancante, tastiera, dimensioni, bevel… Sono impaziente di ritrovare il grosso suono e i bassi di una Jumbo, la melodicità degli acuti, con la combinazione di legni – cedro e mogano – con cui ho suonato per tanto tempo. Sarà come ritornare a casa. Sarà come se fosse sempre la stessa casa, ma su un altro pianeta!

Nel video di presentazione “Bensusan & Lowden: 40 Years of Music”, dici: «Sono stato avvicinato da altri liutai nel corso degli anni. Sono disponibile a suonare altre chitarre, ovviamente, ma non ho mai incontrato nessuno che fosse in qualche modo sufficientemente forte per allontanarmi da Lowden». Puoi precisare questo pensiero
Volevo dire che sono sempre curioso e un sostenitore del lavoro dei liutai. Nel corso degli anni ho provato un bel po’ di strumenti, ma pochi che mi abbiano fatto decollare e strappare i capelli! Me ne torno sempre a confrontarli con il suono delle mie Lowden, e sono sempre queste ultime a prevalere. Ci sono delle eccezioni: negli Stati Uniti ho incontrato Laurent Blondel, un liutaio francese che abita nello Stato del Maine. Ho provato una sua chitarra, un modello dreadnought, che mi è piaciuto tantissimo. Malgrado non avesse abbastanza potenza sui bassi, i suoi medi e i suoi acuti mi inducevano a non staccare più le mie mani dalla tastiera e dalle corde: un buon segno! Ci sono pure dei modelli di Paul Reed Smith che suonano molto bene, e naturalmente anche di altri liutai come Michael Greenfield, Jeff Traugaut, Kevin Ryan… In linea generale, il punteggio massimo andrebbe a una felice combinazione tra il liutaio, che deve essere anche il collaboratore e il socio in affari. Lowden risponde a tutte queste condizioni, quindi… la vita è bella! A questo proposito, il 1° e il 2 marzo prossimi organizzerò nella mia città di Château-Thierry un Salone internazionale della liuteria, nel quale George Lowden sarà l’ospite d’onore. Ci saranno altri otto liutai e liutaie, che vi suggerisco di venire a scoprire. Terrò un concerto e inviterò George sul palco per presentarlo. Sarà il massimo!

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Sono la Old Lady e la prima Signature Model che ascoltiamo soprattutto in Encore, ad eccezione delle registrazioni di Épalinges, nelle quali suoni con una Gurian, una chitarra poco nota ma che è stata usata da musicisti come David Lindley, Paul Simon e Bob Dylan… Che ricordo hai di questo strumento?
Ah, la Gurian! Il mio primo grande amore, acquistato nel negozio di Rue Quincampoix a Parigi nel 1973. Ne conservo un gran ricordo: un suono bellissimo, aereo, cantabile, una chitarra di dimensioni medie… Quando è arrivata la prima Lowden nel 1978, suonavo la Gurian sempre meno e poi, un giorno, ho smesso di usarla. Allora l’ho venduta nel 1980 a uno svizzero che se n’era innamorato. Non riesco a tenere troppe chitarre e ho bisogno di trovare in un unico strumento il mezzo per esprimere tutto quello che ho da dire, o quasi. L’anno scorso ho suonato a Berna e, dopo tutti questi anni, ho rivisto il possessore della mia vecchia Gurian. Lui pensava che non l’avrei riconosciuto e che non mi ricordassi più di lui. Invece l’ho salutato e gli ho chiesto: «Michel, come va la mia chitarra?» Mi ha sorriso e me ne ha dato buone notizie: è sempre molto suonata e la sua sonorità è migliore di prima.

Fino al 1980 circa, hai suonato la chitarra in maniera puramente acustica. Poi, per una quindicina d’anni, hai sperimentato molto con il suono amplificato, gli effetti elettronici, i delay, i loop… A partire dall’album Intuite, sei ritornato a una via di mezzo più organica. È questo suono soprattutto che ascoltiamo in Encore, a parte forse l’inedito “Lunar Tide”, che presenta un bel po’ di delay dinamico. Come sono andate le cose?
Quando metti mano all’ingranaggio degli effetti e dell’elettronica, non puoi più fare marcia indietro, né fare le cose a metà. Devi andare fino in fondo. E in effetti è quello che ho cercato di fare per circa quindici anni, fino al giorno in cui mi sono sentito come se avessi sempre bisogno di stampelle per stare in piedi. E un giorno ho lasciato tutti i miei rack e sono partito in tournée  per gli Stati Uniti con la mia sola chitarra, senza jack, senza effetti, senza niente, dicendomi che se non fossi riuscito a fare musica in questo modo, avrei dovuto fare altro nella vita! È stata una tournée difficile. È stato necessario apprendere di nuovo a sentire, a ri-trovare l’intimità con la mia chitarra nuda, a re-imparare a farla risuonare, a ricercare il suono, la via diretta della musica. Questo mi ha indotto a modificare tutta la mia tecnica della mano destra: ho levato il mio thumbpick e scoperto un universo acustico che forse avevo dimenticato, o forse anche che non avevo mai veramente incontrato. Qualche anno dopo ne sono scaturiti gli album Intuite e poi Altiplanos. Da allora mescolo il suono elettroacustico con quello acustico e utilizzo pochissimi effetti: pedale di volume, riverbero ed equalizzatore. Oggi suono spesso unplugged, se l’acustica della sala si presta.

Fino ad ora non avevi mai attribuito una grande importanza al fatto di registrare e riascoltare i tuoi concert, che consideravi legati al solo istante dell’evento: in conclusione, che significato ha avuto per te questa esperienza di ‘revisione’ del tuo passato?
Questa esperienza mi ha permesso di guardare a questo passato con maggiore serenità, di farci la pace e di chiudere il cerchio. Sento di essermi svuotato di molte cose, di bagagli e di pensieri, e di potermi dirigere ancora più liberamente verso il prsente che determinera il mio futuro. Ho fretta di entrare nei prossimi quarant’anni, di trasformare questa musica interiore e di condividerla.

Andrea Carpi

PUBBLICATO
Chitarra Acustica, 02/2014, pp. 14-19

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