I luoghi della musica

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“Il pub”, S. Lo Turco (tempera acrilica su cartone telato, 2005)

Stadi, palazzetti dello sport, teatri, auditorium, circoli culturali, sedi di piccole associazioni e pub: questi sono i luoghi in cui solitamente suoniamo e ascoltiamo la musica dal vivo. Ma sono davvero i posti più adatti al linguaggio musicale? Sono davvero le soluzioni tecniche ideali per cui la musica si possa compiere? È vero che in fondo la musica vive ovunque e che ogni occasione di divulgarla e ascoltarla è una meravigliosa grazia, ma analizzando la lista, in effetti, solo dei teatri e degli auditorium (anche se non tutti) si può dire che siano luoghi per e della musica, per il resto a me sembra che la musica vada in prestito e nient’altro, come un ammalato nelle corsie di un ospedale o gli sfollati nelle palestre.

Ognuna di queste location, infatti, è stata pensata e costruita per uno scopo ben preciso che di certo non è la musica, considerandone la logistica e l’acustica. Gli stadi sono stati costruiti per le esigenze tecniche di manifestazioni sportive, così pure i palazzetti dello sport; le sedi delle associazioni e dei circoli culturali spesso sono spazi simili a piccoli uffici o a grandi case dall’acustica ingestibile; i pub sono posti di aggregazione in cui il più delle volte (per non dire sempre!) il musicista è una sorta di radiolina umana, costretta a divincolarsi tra il chiacchiericcio incurante dei clienti e un’indifferenza di fondo sconfortante.

Poco importa, io credo, che la musica riesca nonostante tutto a vincere i deficit tecnici del luogo che le presta gli spazi, perché è l’amara realtà che va affrontata e cioè che non esistono luoghi pensati e costruiti unicamente per la musica, ma che ci si affida sempre alle indomabili potenzialità del linguaggio musicale, capace di penetrare anche le superfici più impermeabili alla sua natura.
Se si considera, inoltre, che i luoghi molto grandi o prestigiosi, come stadi, palazzetti e teatri, sono location commercialmente esigenti, riservate dunque a quei pochi artisti a cui il mercato riconosce (a torto o a ragione che sia) una capacità di richiamo piuttosto redditizia, ai tanti artisti che brulicano nel sottobosco culturale rimangono solo sedi di associazioni, circoli o pub per esibirsi, luoghi, soprattutto i pub, in cui la musica non si sceglie di ascoltarla, ma la si subisce.

Ma possibile che un linguaggio così utilizzato, così nobile e dalle potenzialità di aggregazione così importanti non abbia una casa sua? Un luogo, cioè, pensato e costruito per la musica, da tutti i punti di vista, logistico e acustico? Non è che questo forse è il riflesso più realistico delle priorità della nostra collettività allo specchio? In fondo esistono luoghi ad hoc anche per giocare a bocce.

PUBBLICATO

 

 

Chitarra Acustica, 6/2011, p. 13

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  1. Luca Francioso Reply

    Ciao Alan, grazie per aver letto l’articolo e per averlo commentato. Le tue parole sono un interessante spunto di riflessione.
    Anche se in maniera non approfondita (è mia intenzione farlo a breve con un articolo specifico in questo blog), ho già trattato l’argomento dell’utilità del web (vedi gli articoli dal titolo “Lo specchio” e “‘Distanze’, il videoclip ufficiale”), concentrandomi in particolar modo sulla possibilità che internet offre di vedere l’artista suonare, seppure dietro il riflesso di uno schermo.
    Ad ogni modo, io credo che a vincere debba essere sempre l’EQUILIBRIO e che non sarebbe costruttivo rinunciare a nulla, a priori. Tutto, anche la tecnologia, può essere utile, se lo scopo è favorire la divulgazione e l’emozione di un qualsiasi linguaggio espressivo, come quello musicale.
    Riguardo alla necessità di macinare “chilometri musicali” per suonare nei luoghi che oggi il contesto mette a disposizione, sono d’accordo con te. L’amara riflessione che ho manifestato nell’articolo è che, purtroppo, esistono solo quelli. Ma dove sono i LUOGHI della musica?
    A tal proposito, approfitto per rispondere anche ad Attilio e Fabfor, che ringrazio per il commento.
    Il punto della mia riflessione è proprio quello da voi sottolineato: “[…] Ma possibile che un linguaggio così utilizzato, così nobile e dalle potenzialità di aggregazione così importanti non abbia una casa sua? Un luogo, cioè, pensato e costruito per la musica, da tutti i punti di vista, logistico e acustico? Non è che questo forse è il riflesso più realistico delle priorità della nostra collettività allo specchio?”.

    Ogni bene a tutti.

  2. fabfor Reply

    Quoto Attilio. Se da un lato la carenza di spazi adeguati in qualche modo limita la cultura della musica è pur vero che la musica “popolare” si è diffusa e alla fine ha prevaricato quella colta (in termini di “audience” intendo) proprio perché si è appropriata di spazi non convenzionali a partire dal più pubblico di tutti i luoghi: la strada. Tanto che oggi in alcune città europee si assiste all’esatto contrario: la musica colta con i suoi strumenti spesso ingombranti e poco mobili proposta in situazione insolite, dai parchi pubblici alla metro.
    Quello di cui credo si stia soffrendo, specie da noi, è l’involuzione culturale musicale che da una parte si alimenta delle difficoltà normative e burocratiche che incontra chiunque voglia suonare o proporre musica, per cui il gestore del pub spesso non chiede la demo al musicista ma più prosaicamente quanta gente si porta appresso!! Dall’altra, ben più subdola, dell’omogeneizzazione radio-televisiva della musica intesa come brodaglia tutta uguale buona al massimo per una stagione e la cui ricetta non può essere cambiata pena la radiazione dal circuito.

  3. Attilio Reply

    Beh ho letto da qualche parte che la bocciofila ha più tesserati del calcio, quindi è il vero sport nazionale in fondo, non possiamo proprio competere con loro 😀 Parlando a bocce ferme il problema principale è l’educazione alla musica che i ragazzi non hanno, specie dal vivo, la vedono come un optional della macchina. Quando nei pub trovo comitive di stranieri, o quando posso suonare all’estero mi sento meno radiolina! Il problema non è il pub, ma chi lo frequenta. Mestiere bello il nostro, ma in un paese difficile.

  4. Alan Geddes Reply

    Hello Luca, what are your views on both live music on the Internet along with technology, as acting as incentives for people to go out and watch live music? Nowadays you can easily access new artists and watch people play on the screen on the Internet, and perhaps this could act as an incentive to go out and see artists perform live? Re technology, I have a feeling, or perhaps a hope, that maybe there is a movement towards listening to live music in a sort of reaction to ‘processed’ music. With the advancement of music technology e.g. applications for iPads, it is very easy for anyone to create music very quickly, while being held by the hand of technology. Maybe this will create an increased interest in ‘how music is created’ or, perhaps, trigger a reaction to go to hear someone actually creating real music, on a traditional musical instrument. The important thing however is that there is a demand for live music, however that demand comes about – for as long as there is a demand for live music then I believe venues will appear to meet the demand. There has been an increase in music festivals in recent years so maybe that’s one way in which the demand for live music is being serviced. However, aspiring artists need live performance to gain experience, ‘earn music miles’ as I call it, and often the only way to earn your stripes is by playing that pub gig where no one is listening! (with the exception of other band members hopefully!) (*)
    ________________________________________________________

    (*) «Ciao Luca, che opinione ti sei fatto sia della musica dal vivo su Internet che della tecnologia, come fattori di incentivo per la gente ad uscire a vedere musica dal vivo? Oggigiorno si possono facilmente conoscere nuovi artisti e vederli suonare sullo schermo attraverso Internet: forse che questo potrebbe funzionare da incentivo per farci uscire a vedere gli artisti esibirsi dal vivo? Per quanto riguarda la tecnologia sento, o forse spero, che esista un movimento in favore della musica dal vivo come reazione alla musica ‘processata’. Con lo sviluppo della tecnologia musicale, per esempio le applicazioni per gli iPad, è facilissimo per chiunque creare musica molto velocemente, tenuti per mano dalla tecnologia. Può darsi che questo creerà un aumento d’interesse su ‘come si crea musica’ o, forse, innescherà per reazione il desiderio di andare ad ascoltare chi concretamente crea musica vera, su uno strumento tradizionale. La cosa importante è che ci sia in ogni caso una domanda di musica dal vivo, da qualsiasi parte provenga: credo che finché ci sarà richiesta di musica dal vivo compariranno ‘luoghi’ per soddisfarla. C’è stato un incremento dei festival musicali negli ultimi anni, e forse questo è stato un modo con cui la domanda di musica dal vivo è stata accolta. In ogni caso, gli aspiranti musicisti hanno bisogno di suonare dal vivo per acquisire esperienza, per ‘guadagnare chilometri di musica’ come io amo dire, e spesso l’unico modo per ‘guadagnarsi i galloni’ è suonare in quel pub dove nessuno ti ascolta! (tranne, si spera, gli altri membri della band!)» (n.d.r.)

  5. Luca Francioso Reply

    Ciao Uslepore,
    grazie per aver commentato il mio articolo.
    Sì, ricordo bene la serata in cui ci siamo conosciuti, con affetto ed emozione.
    Hai ragione, questo, come quasi tutti gli argomenti trattati in questo blog, è troppo “grande” per essere affrontato davanti allo schermo di un computer, ma scriverne e parlarne credo sia già un buon inizio. Anche commentarlo, naturalmente.
    Ogni bene davvero.

  6. Uslepore Reply

    Ciao Luca, ci siamo conosciuti qualche anno fa, quando sei venuto a suonare a Favazzina, in provincia di Reggio Calabria. Non so se ti ricordi quella serata, quando hai suonato a casa dell’organizzatore che (fortuna sua) aveva tutto un piano a disposizione. Quello che hai proposto in questo articolo credo sia un argomento estremamente vasto, ma parecchio interessante. È anche vero però che un musicista, se non va a suonare in questi luoghi che hai elencato, accontentandosi di ciò che trova, ha difficilmente possibilità di esprimersi davanti a un pubblico (interessato o disinteressato che sia).
    Solo in pochi hanno avuto il coraggio, la possibilità e, perché no, anche la fortuna di creare ciò che tutti noi sogniamo. Il problema dove sta? Nella quasi totalità delle volte, dopo poco, anche questi luoghi sono diventati solo per pochi eletti (grandi nomi, che attirano grande pubblico). È chiaro che il gestore deve fare i conti a fine serata, ma non è detto che un nome poco conosciuto sia una schiappa per forza… Non esiste neppure un portale internet dove venga data a tutti la possibilità di “dire la propria” con lo strumento in mano (chiaramente escluso youtube, ma non è un portale dedicato solo alla musica).
    Boh, secondo me, è un discorso troppo grande da poterlo affrontare con un monitor davanti… ORGANIZZIAMO UN MEETING 🙂 sarebbe utile… forse…

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