I due mondi di Andrea Castelfranato

Ci sono eventi che segnano una svolta. Andrea Castelfranato è stato per molti anni considerato uno dei più promettenti chitarristi acustici. Ma il vero salto di qualità l’ha fatto solo nel 2008, con la vittoria al prestigioso festival di Osnabrück, indetto ogni anno dalla Acoustic Music Records di Peter Finger. Il giusto riconoscimento per un grande talento e, soprattutto, per la grande volontà con cui ha saputo superare tante difficoltà. Talento puro, estroverso e versatile, da sempre ama giocare con le contaminazioni, mischiare le carte, giocare con colori e sapori differenti. E il suo nuovo disco, Two Worlds, ne è l’ennesima conferma. Oltre che un ottimo pretesto per fare una bella chiacchierata in compagnia del chitarrista lancianese.

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andrea castelfranato

L’ultima volta che ci siamo incontrati eri reduce dal successo all’Open Strings e dalla registrazione del disco con Peter Finger. Cos’è successo da allora?
Be’, ne ho di cose da raccontarti, che mi sono successe. Dopo l’esperienza di Osnabrück, si sono spalancate tante porte. Ho avuto molte richieste per concerti in terra straniera – ho suonato in Francia, Repubblica Ceca, Ungheria, Croazia e Spagna – e un brano tratto da If…, “Appassionata”, è stato inserito in una compilation, My Love My Guitar, prodotto in Corea con la partecipazione di Tommy Emmanuel, Pierre Bensusan, Andy Mckee, Martin Taylor, Peter Finger, Dominic Miller e altri. È stata una gran bella soddisfazione far parte di quella raccolta.
Dopo aver girato in lungo e in largo per l’Europa, è arrivato Jagoda, il mio terzo disco, co-prodotto dalla giovanissima etichetta abruzzese GalliRecords. Il disco è un progetto che ho realizzato in compagnia di molti amici musicisti, in cui ho accantonato per un attimo la chitarra acustica per omaggiare la world music: brani quindi con un sapore mediterraneo, andaluso e balcanico, tutto con chitarra classica/flamenca, bouzouki, oud arabo e fretless guitar.
Il disco ha ottenuto molti consensi e alcuni brani sono stati trasmessi per radio in Argentina, Francia e Repubblica Ceca. Di nuovo sono partito in tour con un mio quartetto per presentare il disco.
Appena torni a casa pensi di avere un po’ di relax e invece no! La vita non è altro che una successione di eventi ed esperienze che si fanno in giro per il mondo e, quindi, per un musicista è fondamentale poter raccontare le proprie esperienze in musica. Così ho cominciato a realizzare un nuovo disco, facendo un percorso a ritroso, rispolverando un po’ di materiale che avevo trascurato un po’ di tempo fa.
Insieme a un carissimo amico bassista, nonché ottimo musicista e arrangiatore, Giuliano De Leonardis, ci siamo divertiti a elaborare le tracce del nuovo disco Two Worlds. 

Proprio qui volevo arrivare: che lavoro è?
È uscito a mio avviso un disco sorprendente, dove si incontrano i ‘due mondi’ (appunto): da una parte la musicalità elettrica di De Leonardis, e dall’altra una chitarra acustica che si fa spazio, senza contrastare le regole del suono, ma arricchendo il tutto di sfumature e incisioni taglienti.
Lavorare con Giuliano poi mi ha arricchito tantissimo: io ho fatto un lavoro di scrittura dei brani e lui di ornamenti e di colori. Abbiamo impiegato nella realizzazione circa un anno, ma ne è valsa la pena.
C’è anche da ringraziare tutta la produzione e la fiducia nei miei confronti da parte dell’etichetta discografica di Piergiorgio Galli che, costantemente, ha seguito tutte le fasi del lavoro. Penso sia molto importante avere intorno un’équipe che incoraggi e stimoli i tuoi progetti.

Al solito tuo, non è un disco di sola chitarra acustica. È una precisa scelta artistica?
È vero, mi piace collaborare e coinvolgere altri musicisti nei miei lavori. Per quanto mi riguarda, concepisco il lavoro di un disco come un vero e proprio laboratorio di suoni, dove due o più musicisti si incontrano e generano nuove sonorità e idee, che possono far bene alla musica stessa e all’evoluzione del progetto.
Bisogna credere ancora che sia possibile sperimentare tante e tante altre cose in musica: questa è una delle ragioni che mi fa continuare, così come all’età di sedici anni, quando mi chiudevo nella mia camera studiando sulla chitarra tutto quello che potevo.

Come lavori in fase di composizione e arrangiamento dei brani?
Mi lascio guidare dalle sensazioni e dalle emozioni che ricevo dalla vita. Diciamo che scrivo il mio stato d’animo, senza seguire nessuno schema. Sicuramente, suonando una chitarra classica, sarò nella direzione di uno stile differente rispetto alle tecniche per chitarra acustica, e viceversa.
La cosa più interessante è che, finito di comporre un brano, ho la necessità di registrarlo immediatamente, per poi riascoltarlo solo dopo alcuni giorni. Questo procedimento mi aiuta a capire se il brano funziona o se ci sono delle imperfezioni.

So che hai sviluppato una tua accordatura alternativa a quella standard, ce ne vuoi parlare?
Be’, da molti anni utilizzo una mia accordatura, che mi ha permesso di scrivere molti brani e, a dir la verità, è diventata per me l’accordatura standard, proprio perché utilizzo solo quella sull’acustica: E B B F# B E. A volte sposto la sesta corda (il bordone) mezzo tono sotto o anche un tono.
L’accordatura aperta per me è stata una vera scoperta: io provenivo dalla musica classica, ho il compimento inferiore di chitarra classica, e quindi utilizzavo sempre l’accordatura standard, al massimo abbassando il Mi a Re… ma niente di più.
Con la passione per la chitarra acustica il mondo si è capovolto, ho scoperto la sperimentazione dei suoni. Erano gli anni ’93-’94, non avevo ancora Internet e YouTube, ma mi è capitato per le mani un disco di un ‘certo’ Michael Hedges, che faceva uso di accordature aperte. Immaginando come potesse suonare in quel modo, ho cominciato a sperimentare e a scordare le corde della mia chitarra.
Erano periodi in cui non uscivo mai da casa, a parte andare a scuola ovviamente… ma poi mi chiudevo in camera e stavo ore ed ore a suonare e a sviluppare tecniche.
Oggi invece, grazie a Internet, un ragazzo impiega ore ed ore solo per scegliere i vari filmati che ci sono in rete! È diventato un mondo di cloni, dove non c’è più curiosità e dedizione alla sperimentazione e alla creatività.

Il chitarrista fingerstyle affronta spesso generi musicali differenti. Ci sono cose che ti piacciono più di altre?
Amo tutta la musica, ovviamente quando è bella e mi tocca le corde dell’anima. Sono cresciuto in una famiglia in cui si ascoltava molta musica degli anni ’60 e ’70: dai Pooh ai Nomadi, dai Beatles agli Eagles… Quindi, volente o nolente, sono cose che sono entrate in qualche modo nella vita di tutti i giorni.
Poi, crescendo, ti accorgi che intorno a te gira tanta e tanta musica, di ogni tipo, e comincia la fase di ricerca e ascolto. Mio zio aveva uno scaffale stracolmo di 33 giri, così un giorno mi sono messo a spulciare quei dischi. Erano gli anni ’80 e nelle mani avevo Queen, Michael Jackson, America, James Taylor, B.B. King, Eric Clapton, Bee Gees, Bob Dylan, Pink Floyd, Supertramp e tanti, tanti altri…
Come avrai capito, ho fatto una vera e propria scorpacciata di musica pop, dance, rock. Ho scelto poi negli anni i miei due gruppi di riferimento, che tutt’ora ascolto con vero piacere e di cui possego tutta la discografia: parlo di Supertramp e Pink Floyd.
Per quanto riguarda la chitarra, amo ascoltare Heitor Villa-Lobos, Rafael Rabello, Vicente Amigo, Francisco Tárrega, Biréli Lagrène, Egberto Gismonti, Pino Daniele e ultimamente un mio amico francese, Bob Bonastre, e Dominic Miller (chitarrista di Sting) oltre naturalmente al compianto Michael Hedges.
È da sottolineare che non amo ascoltare molto il mio strumento, ma cerco di rivolgermi verso quella musica o quegli strumenti che sono lontani dal mio modo di comporre e di suonare, cercando il più possibile di prendere degli spunti o soluzioni timbriche altrove.

Continui a studiare sulla chitarra? Verso cosa stai andando?
Non bisogna mai fermarsi con lo studio, c’è sempre da lavorare… Attualmente sto approfondendo alcune tecniche sulla chitarra classica e flamenca. Per l’acustica invece sperimento delle sonorità. Poi la scrittura: amo molto scrivere musica, infatti sto pensando di fare un piccolo metodo o una raccolta di brani.
Da alcuni anni su Internet girano tanti video di ragazzi che suonano brani miei, questo mi fa enormemente piacere… Da Francia, Americhe, Germania, Paesi dell’Est, Giappone, Corea e Italia, davvero in tanti. Addirittura una ragazzina francese, Illona Bolou, suona una decina di miei pezzi tanto che, quando sono stato a suonare in Francia, le ho fatto aprire il mio concerto.

Ora su cosa stai lavorando? Quali saranno i tuoi prossimi progetti?
Attualmente sto portando in giro per l’Europa il nuovo disco Two Worlds con tanti concerti. Poi ad aprile ci sarà in prima assoluta un concerto con un quartetto di archi, che eseguirà i miei brani e sarà una bella sensazione ascoltare le mie canzoni con una veste tanto diversa.
Suonare uno strumento è una vera fortuna, mi ha aiutato a superare tanti ostacoli. Ora mi sento di vivere giorno dopo giorno, senza preoccuparmi di un domani.
C’è stato un periodo in cui facevo molti progetti, poi un’improvvisa malattia mi ha portato via tanti sogni che, con fatica, adesso sto cercando di riconquistare. Ho tanta voglia di vivere e di condividere e se, con una nota, riuscirò a regalare una piccola emozione a qualcuno, mi sentirò molto fortunato. Spero di poter suonare il più possibile e arrivare con la mia musica a molta gente. La difficoltà attuale di un musicista di ‘nicchia’ è proprio quella di arrivare ad un pubblico, facendo sì che questo genere possa essere sempre più seguito dal maggior numero possibile di persone.

L’ultima domanda è di rito, parliamo un po’ del tuo setup attuale?
La chitarra ‘adorata’ resta sempre la Taylor 810, che mi accompagna da quindici anni. È amplificata con un Fishman RareHeart e K&K sul ponte, per poi uscire dall’ampli AER. Nel mio ultimo disco ho utilizzato anche una Lakewood A-32CP. In concerto utilizzo una chitarra da flamenco Antonio Lorca con pickup Fishman.

L’ultima volta mi avevi parlato con entusiasmo di una harp guitar del 1700. Ce l’hai ancora? La stai utilizzando per qualcosa in particolare?
L’ho utilizzata e devo dirti che è una gran bella chitarra. In futuro mi piacerebbe poter registrare alcune musiche di quel periodo, chissà!

PUBBLICATO
Chitarra Acustica, n. 1/2012, pp. 14-18.

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  1. Luca Francioso Reply

    Trovo che Andrea sia un artista molto interessante e preparato. Complimenti per l’intervista e buona musica.

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