I Beatles come Bach

È online il quinto numero di Chitarra Acustica, di cui pubblichiamo qui l’editoriale e che potete andare a sfogliare o scaricare gratuitamente al link http://chitarra-acustica.net.

Dedicare un numero intero, quand’anche estivo, alla musica dei Beatles, potrebbe sembrare una scelta eccentrica per una rivista come Chitarra Acustica, nata da poco e che professa una sua definizione nello specifico acustico. Ma forse non è proprio così.

Cominciamo col dire che le tracce acustiche nella musica dei Fab Four non sono certo prive di importanza. John Lennon ha fatto i suoi primi passi nel mondo musicale con i Quarrymen, gruppo che si collocava nel movimento skiffle, all’inizio ispirato principalmente al country blues e alla musica delle jug band. E come ci racconta l’allora banjoista del gruppo, Rod Davis, in uno dei contributi presenti in questo speciale, lo strumming acustico di John affondava le sue radici in quello stile e negli accordi da banjo di sua madre Julia. Si dice, poi, che Lennon sarebbe stato introdotto al fingerpicking da Donovan, durante il soggiorno dei Beatles nell’ashram del Maharishi Mahesh Yogi in India. Quello che è certo, è che subito dopo sfornò “Julia” e “Dear Prudence”, due esempi cristallini di fingerpicking. Per non parlare di Paul McCartney e della sua “Blackbird”, divenuta un vero e proprio standard del fingerstyle. O dell’amore di George Harrison per Chet Atkins, notoriamente un maestro del ‘suonare acustico’, pur avendo suonato perlopiù su chitarre semiacustiche elettrificate. Canzoni come “While My Guitar Gently Weeps” e “Here Comes The Sun” richiamano proprio in sé uno sviluppo nella chitarra fingerstyle.
Infatti, e non perché il nostro direttore artistico Giovanni Pelosi sia stato un pioniere italiano del genere, con la sua raccolta di arrangiamenti I Beatles per chitarra fingerpicking (Bèrben, 1983), dovremo inevitabilmente soffermarci su un aspetto: appunto, l’immensa fortuna e diffusione degli arrangiamenti delle canzoni dei Beatles per chitarra fingerstyle. A cominciare dal notissimo “Beatles Medley” di Tommy Emmanuel, che in modo particolare mette in luce l’utilità di trasferire sulla chitarra sola musiche arrangiate per ensemble, come stimolo a sviluppare l’indipendenza tra linea di basso, note di armonia e melodia, tanto cara ad Atkins. E limitiamoci a citare alcuni dischi che rappresentano delle pietre miliari di questo filone: innanzitutto l’ex Wings, Laurence Juber, con LJ Plays The Beatlesvol. 1 del 2000, One Wing del 2005 e LJ Plays The Beatlesvol. 2 del 2010; poi Stephen Bennett con Beatles Acoustic Guitar Solos del 2005; Bob Evans con 4 On 6 del 2007; e l’antologia While My Guitar Gently Weeps pubblicata dalla Acoustic Music Records nel 2009, con la partecipazione di Peter Finger, François Sciortino, Eric Lugosch, Michael Fix e – guarda, guarda! – Giovanni Pelosi. A questo retroterra si deve anche la buona riuscita del concorso “Una canzone dei Beatles per la chitarra acustica”, organizzato nella scorsa edizione di Acoustic Franciacorta in collaborazione con Fingerpicking.net.
Insomma, la musica dei Beatles ha assunto in qualche modo nei confronti dei chitarristi fingerstyle un ruolo guida, di sperimentazione per affinare le proprie armi, nell’obiettivo di assimilare in maniera più completa il linguaggio della musica ‘popolare’ di oggi.
Questo aspetto mi ha ricordato, con le dovute differenze, ciò che è avvenuto nel campo della chitarra classica con le trascrizioni di opere di Bach da parte di Andrés Segovia, operazione che ha spalancato definitivamente le porte del successo allo strumento, nell’ambito della musica colta e non solo. Segovia, nella fattispecie, aveva fatto della trascrizione il suo cavallo di battaglia, imputando la necessità di questa scelta alla mancanza di un repertorio originale di livello, al pari di quello di strumenti come il pianoforte o il violino. E la trascrizione è stata per molto tempo un tabù per i chitarristi classici: in molti hanno sostenuto che si dovrebbero suonare sullo strumento solamente brani ‘originali’, al punto che i programmi d’esame di Conservatorio non prevedevano la possibilità di suonare composizioni non scritte appositamente per la chitarra, o il liuto e la vihuela. Ma fu proprio grazie all’opera trascrittiva di Tarrega prima, e di Segovia poi, che la chitarra acquistò nuova dignità tanto da indurre grandi compositori, sulla spinta dello stesso Segovia, a scrivere per lo strumento.

Qualcosa di simile sta avvenendo per la chitarra acustica. E la nostra comunità, d’altra parte, comprende al suo interno – senza soluzione di continuità – principianti, amatori, semiprofessionisti e professionisti. In questo campo d’azione le trascrizioni diventano un modo di portare avanti, nell’ambito della cosiddetta popular music, il tradizionale folk process, cioè quell’opera di continuo rimaneggiamento e riadattamento di un repertorio comune, che conduce alla creazione di standard condivisi. Le canzoni dei Beatles sono gli standard più rappresentativi della musica della nostra epoca. Così come lo sono state le opere di Bach per la loro epoca, e per le epoche successive.
Here is the editorial for the fifth issue of Chitarra Acustica, that is now online and that you can go and leaf through or download at http://chitarra-acustica.net.

Dedicating a whole issue – even if the summer one – to The Beatles’ music could seem like an eccentric choice for a magazine like Chitarra Acustica, that’s still quite young and professes to be devoted specifically to acoustic music. But maybe things aren’t quite what they seem!

Let’s start by saying that the acoustic tracks in the music of the Fab Four are certainly not lacking in importance. John Lennon made his first steps in the musical world with the Quarrymen, a group that was collocated in the skiffle movement and was initially inspired mainly by country blues and music by jug bands. As the banjo player from the group, Rod Davis, says in one of the articles present in this special issue, John’s acoustic strumming plunged its roots into that style and the chords of his mother Julia’s banjo. The story goes that Lennon was then introduced to fingerpicking by Donovan, during the Beatles stay in the ashram at the Maharishi Mahesh Yogi centre in India. What is certain is that, immediately afterwards, he unmasked “Julia” and “Dear Prudence”, two crystalline examples of fingerpicking. This is not to mention Paul McCartney’s “Blackbird” that has become nothing less than a standard for fingerstyle. Or George Harrison’s love for Chet Atkins, who was a notorious master for ‘playing acoustic’, even though he mostly played on electric semi-acoustic guitars. The essence of songs such as “While My Guitar Gently Weeps” and “Here Comes the Sun” remind us of developments in fingerstyle guitar.
In fact, and not just because our art director Giovanni Pelosi has been an Italian pioneer in the field, with his collection of arrangements I Beatles per chitarra fingerpicking (Bèrben, 1983), we inevitably have to pause for thought a moment over one aspect in particular: this is the immense good fortune and diffusion that the arrangements for fingerstyle guitar of The Beatles’ songs have had. We could start with Tommy Emmanuel’s really famous “Beatles Medley”, that is notable for the way it highlights the usefulness of transferring music arranged for ensembles onto a solo guitar, as a stimulus to develop independence between the bass lines and harmonic and melodic notes – that was so dear to Atkins. And let’s limit ourselves to citing several albums that represent milestones in this tradition: above all the ex Wings, Laurence Juber, with LJ Plays The Beatlesvol. 1 from 2000, One Wing from 2005 and LJ Plays The Beatlesvol. 2 from 2010; then Stephen Bennett with Beatles Acoustic Guitar Solos from 2005; Bob Evans with 4 On 6 from 2007; and the anthology While My Guitar Gently Weeps published by Acoustic Music Records in 2009, with contributions by Peter Finger, François Sciortino, Eric Lugosch, Michael Fix and – just look! – Giovanni Pelosi. The preparation of this terrain has contributed to the fruitful results of the competition “Una canzone dei Beatles per la chitarra acustica”, organised by the latest edition of Acoustic Franciacorta in collaboration with Fingerpicking.net.
Altogether, The Beatles’ music has taken on a guiding role in many ways with respect to fingerstyle guitar, in terms of experimentation to sharpen up one’s own weapons, with the aim of assimilating the language of today’s ‘popular’ music as completely as possible.
This aspect – with due differences – reminds me of what happened in the field of classical guitar when works by Bach were transcribed by Andrés Segovia, an operation that opened the doors of success forever for this instrument, in the world of ‘high’ music and further afield. In the case in point, Segovia had made the transcriptions into his winning number, attributing the necessity of this choice to the lack of original repertoire of a level equal to that for instruments such as the piano or the violin. However, the transcriptions remained a taboo for classical guitarists for a long time. Many maintained that only ‘original’ pieces should be played on the instrument, to the point that programmes for exams at the Italian Music Academies did not include options for playing compositions that had not been originally written specifically for the guitar, lute or vihuela. But it was thanks to the works transcribed first by Tarrega, and then by Segovia, that the guitar acquired a new dignity, that induced great composers to take up the thrust created by Segovia and write for the instrument.

Something similar is happening for acoustic guitar. Besides, our community includes – seamlessly – beginners, amateurs, semi-professionals and professionals. In this field of action, the transcriptions become a way to carry the traditional folk process forward into the world of so-called popular music – that is to say that the work of continually revising and re-adapting a common repertoire leads to the creation of shared standards. The Beatles’ songs are the most representative standards of our epoch. Just as the works of Bach were for their epoch, and those that followed.

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Redazione

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  1. Giovanni Pelosi Reply

    Piatto ricco… ehm, devo ringraziare il Direttore di avermi più volte citato nell’editoriale. È chiaro che su Beatles e chitarra, magari sbagliate, delle idee ce le ho.
    Quindi, dopo aver complimentato adeguatamente Daniele, Davide e gli altri autori degli articoli, tutti interessantissimi, che costituiscono questo numero della nostra rivista, passo all’azione 😉
    Tanto per cominciare da una parte, ricordo che, all’indomani del compimento dello studio del “Manuale” di Giovanni Unterberger, avevo una sola idea in testa: non amantissimo del Blues, non conoscitore del Jazz, ammiratore di chi arrangiava ragtime e di chi, come Jerry Reed, scriveva capolavori, volevo cercare di utilizzare questa potentissima tecnica per suonarci tutto. E ‘tutto’ era la musica che avevo ascoltato prevalentemente fino a quel momento: Beatles, Stevie Wonder, Jethro Tull, Rolling Stones, Rhythm and Blues, tutto il pop.
    I Beatles furono la prima scelta: tra tante canzoni con melodia e ritmo forti dovevano essercene almeno alcune da poter suonare con la chitarra. E poi, le sapevo a memoria e conoscevo, almeno a grandi linee, gli accordi.
    Scoprii che Chet Atkins aveva registrato un LP sui Beatles, che Eric Schoenberg aveva scritto un’antologia di arrangiamenti, che due francesi, Michel Aumont e Jack Ada, avevano fatto lo stesso. Che Leo Wjinkamp Jr. aveva fatto un arrangiamento meraviglioso e complesso di When I’m 64, e un altro, che poi sarebbe stato per sempre uno dei miei preferiti, Ton Van Bergeyk, aveva fatto un arrangiamento impossibile di Lady Madonna.
    Ma queste notizie mi venivano date col contagocce da Giovanni Unterberger e da Stefan Grossman, entrambi lontani dallo scoraggiarmi… non finirò di ringraziarli per il loro aiuto.
    Uscendo dal personale, sono convinto che un musicista debba suonare soprattutto della buona musica. Se è in grado di produrla, ben venga.
    Ricordo che tra i chitarristi classici, che pure hanno studiato composizione, è molto meno diffusa l’abitudine di suonare un programma di brani propri rispetto ai chitarristi acustici.
    E che il grande repertorio chitarristico classico è costituito, come ha ben ricordato Andrea, per una parte considerevole, di trascrizioni.
    La maggiore libertà di cui gode il chitarrista acustico nei confronti di un repertorio non così intoccabile, anzi, auspicabilmente ‘processabile’, ci permette di espandere il repertorio chitarristico quasi senza limiti.

  2. lelebike Reply

    Bellissimo numero, letto tutto d’un fiato.
    Grande Bazzani e tutti gli altri che hanno collaborato.
    Che dire ogni mese ci fate un grande regalo grazie ancora a tutti di fp.net.
    Ciao Daniele

  3. domenick Reply

    Sono ancora scosso… che meraviglia! Un grande regalo, un diamante, una lezione di stile-grandi contenuti, on-line e scaricabili gratuitamente. Questo numero di Chitarra Acustica “fa”, e conferma, “la differenza”.
    Grazie, grazie e grazie!

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