Guitar addition – Intervista ai Bruskers

Non convenzionali, pur suonando prevalentemente standard. Fuori dagli schemi, pur avendo compiuto studi classici. I Bruskers – al secolo Matteo Minozzi ed Eugenio Polacchini – sono la dimostrazione lampante che diverse personalità possono creare una tensione che, in musica, paga. Formazione nata quasi per caso (inizialmente includeva anche un terzo chitarrista) con la dichiarata vocazione per la musica di strada, nel giro di pochi anni ha saputo far maturare ed evolvere la propria proposta in maniera ampia e articolata. Matteo ed Eugenio hanno stili diversi e complementari, che si incontrano sul terreno comune del jazz suonato con chitarre con corde in nylon. Il risultato è una musicalità evoluta e coinvolgente, non priva di una punta di ironia che non fa mai male. Non sorprende, quindi, che proprio fingerpicking.net abbia ristampato nel 2010 il loro primo lavoro, Guitar Sketch, e abbia prodotto alla fine dello scorso anno il nuovo disco Addition. Il nostro editore, si sa, ha il naso fino e la vista lunga. Quindi, un’intervista non potevano proprio negarcela…

bruskersCominciamo con una versione concentrata della vostra storia artistica, anche per presentarvi ai nostri lettori?
Matteo: Mi sono avvicinato alla chitarra da bambino quasi casualmente… volevo iscrivermi al corso di pianoforte, ma erano esauriti i posti a disposizione. All’inizio ho seguito studi classici poi, da ragazzino, affascinato da personaggi come David Gilmour (adoro i Pink Floyd) e Joe Satriani mi sono dedicato alla chitarra elettrica. La passione per la musica progressive e fusion mi ha portato ad approfondire lo studio dell’armonia moderna, facendomi conoscere le sonorità del jazz. Non ho mai frequentato il Conservatorio (anche se ho preparato l’esame di armonia per iniziare a frequentarlo) o accademie ‘ufficiali’: sono andato per molti anni a lezione da maestri privati, incontrando, per mia fortuna, delle persone molto valide che mi hanno fornito consigli preziosi. Inizialmente la musica costituiva solo una grande passione, professionalmente avevo optato per una inclinazione agli studi scientifici: mi sono laureato in chimica e per diversi anni ho fatto il ricercatore precario all’Università. Non è possibile però soffocare l’amore per la musica e, da un certo punto in poi, complici vicissitudini impreviste e l’affiatamento con il mio collega Eugenio, ho deciso di cambiare vita. In questo momento la mia giornata è dedicata alla musica, dividendomi fra il progetto Bruskers e l’insegnamento della chitarra acustica presso la scuola di musica Fondazione Andreoli. Il progetto Bruskers è nato in seno alla nostra scuola di musica nel 2003, inizialmente in formazione trio, quasi per gioco e con l’obiettivo di suonare in giro, specialmente come artisti di strada. Il nome deriva, infatti, dalla fusione delle parole buskers – ‘artisti di strada’ – e Bruschi, in omaggio al nostro comune insegnante Mauro Bruschi. Si pronuncia rigorosamente con la ‘U’, senza nessuna licenza anglofona (quindi non ‘braskers’!).
Eugenio: Ho iniziato a suonare la chitarra a otto anni, quasi per caso, e anch’io volevo suonare il pianoforte! Poi in casa c’era una chitarra e ho deciso di partire con quella. Ho intrapreso un percorso classico, per poi diplomarmi al Conservatorio. Nel tempo mi sono avvicinato a diversi generi musicali, prima al rock e successivamente al jazz, suonando come solista o in diverse formazioni. Nel 2003 ho deciso, insieme a Matteo e a un altro chitarrista, persone che già conoscevo, di partecipare quasi per scherzo a un festival di buskers, per puro divertimento. Dopo questa simpatica gig, abbiamo continuato a suonare e, dal 2008 in duo, il progetto musicale è nato nella sua forma attuale. Il nostro impegno è stato rivolto prima alla registrazione nel 2009 di Guitar Sketch e successivamente dell’ultimo lavoro: Addition. Abbiamo poi ovviamente sempre cercato di suonare il più possibile dal vivo, nei limiti imposti purtroppo dalla situazione odierna. Parallelamente ai Bruskers svolgo anch’io attività di insegnamento.

Addition, quindi, che disco è?
E.: È un disco in cui abbiamo rivisto a nostro modo alcuni standard della musica jazz, alcuni celeberrimi, altri certamente meno, e in cui abbiamo incluso tre brani originali. È stato un disco a cui abbiamo lavorato tantissimo: circa un anno e mezzo per prepararlo e due settimane per registrarlo, ed è costato tanto tempo e impegno. Abbiamo deciso di continuare la strada delle rivisitazioni di standard perché la consideriamo un buon terreno comune, su cui poterci confrontare e integrare i nostri differenti background musicali, pur non essendo nessuno di noi proveniente da una formazione jazzistica vera e propria. I brani originali li abbiamo inseriti perché, dopo il primo disco, a proposito del quale ci era stato chiesto «perché un solo brano vostro?», abbiamo deciso di esporci un po’ di più con materiale originale. Durante la preparazione del disco, nel tempo, sono state scartate e aggiunte molte idee, ci sono stati brani a cui abbiamo dato la forma definitiva solo due giorni prima della registrazione e altri che abbiamo suonato per più di un anno, anche nei concerti, ma che poi abbiamo deciso di abbandonare. Credo comunque che sia naturale questo processo per portare a un risultato, almeno per noi, soddisfacente. Chi lo ascolterà si farà poi ovviamente la sua opinione. Addition è forse un disco non ‘immediato’, penso che lo si riesca a capire al meglio dopo almeno un paio di ascolti. Personalmente, in alcuni brani mi sono divertito a sperimentare alcune soluzioni armoniche e dissonanze che certamente non sono tipiche del pop! In certi episodi mi sono sentito di percorrere queste strade e credo che, per giudicare il lavoro, Addition sia un disco che abbia bisogno di essere un po’ ‘metabolizzato’. Non mancano poi certamente brani di ascolto più facile: non è mai stata nostra intenzione registrare un disco complesso. È rimasta quindi l’ironia e il dialogo tra i nostri strumenti che sono elementi su cui lavoriamo molto. Spieghiamo infine il titolo: Addition è intesa come somma di chitarre, somma di stili, di idee e confronto, che a nostro parere arricchisce e migliora le persone.
M.: È un disco che vorrebbe rappresentare un nostro ulteriore passo in avanti. Dopo i vari apprezzamenti positivi su Guitar Sketch abbiamo pensato di proseguire sullo stesso percorso, ovvero nella rivisitazione di standard derivanti dalla tradizione jazzistica, che sono per noi ottima fonte di ispirazione e riflessione. Inoltre, abbiamo ampliato il discorso riguardante nostre composizioni originali, tentando sempre di miscelare i nostri differenti punti di vista derivanti dall’esperienza moderna e classica.

Mi ha molto incuriosito la scritta che riportate in calce su tutte le pagine del vostro sito web: «unconventional new snob jazz ideas»… È una dichiarazione d’intenti sul vostro modo di vivere la musica?
M.: Possiamo effettivamente definire questa frase come un concentrato del nostro pensiero. Anzitutto ‘non convenzionali’: il desiderio di realizzare qualcosa fuori dal coro, la costante sperimentazione nel tentativo di fondere i nostri differenti modi di pensare la musica – classico e moderno – con l’obiettivo di creare qualcosa di imprevisto. ‘New snob’ rappresenta il nostro tentativo di proporre un linguaggio musicale capace di incuriosire ascoltatori di diverse categorie, non solo i presunti ‘addetti ai lavori’: un linguaggio, in definitiva un po’ eccentrico, ma che appassiona anche chi non ha mai dimostrato interesse per la musica strumentale suonata da due chitarre! ‘Jazz ideas’ descrive quello che passa nelle nostre teste: idee libere, prive di regole troppo rigide e limitanti, ovvero quello che accade nell’armonia tipica del mondo jazz dove la libertà è sovrana.
E.: Da un lato è proprio come dici tu: una dichiarazione d’intenti. Va però considerata come una sorta di ‘slogan’ ironico. L’ironia, d’altronde, è spesso presente nelle nostre rivisitazioni anche se probabilmente emerge molto più dal vivo che in studio. Il termine ‘new snob’ è riferito più all’atteggiamento talvolta un po’ chiuso e autoreferenziale del jazz, leggermente snob appunto, cosa che accade anche di tanto in tanto nella musica classica, il mondo da cui provengo. Il nostro voler essere ‘new snob’ è proprio da intendersi come, all’opposto, tentare almeno di andare oltre certe costruzioni musicali, ormai un po’ troppo abusate, attraverso interpretazioni di brani tratti dalla tradizione jazzistica in un’ottica non molto convenzionale. Questo senza nessuna vena polemica: ho la casa piena di dischi jazz e amo tantissimo questo genere musicale. È più riferito al modo di porsi di certi musicisti. Ovviamente tante volte è vero il contrario, ci sono jazzisti di larghissime vedute! Lavoriamo sugli standard a volte modificando l’impianto ritmico, rivisitando i temi e talvolta aggiungendo sezioni di nostra composizione. Certamente siamo consapevoli che questo ci possa esporre a elogi, ma anche a critiche: è stata una scelta e ne subiamo le conseguenze! Ritornando allo slogan, a volte è stato un po’ travisato, non considerando la vena ironica e interpretandolo proprio al contrario, come un ‘voler essere snob’. Non è così!

bruskersCome lavorate in fase di composizione e arrangiamento dei brani?
E.: Sono due momenti molto diversi. In fase di composizione, di solito uno di noi arriva alle prove con qualche idea piuttosto precisa, e insieme si sviluppa, si approfondisce e si arrangia. È stato questo il caso di brani come “Cliffs of Moher” o “La mamma e il bambino”. Altre volte, ed è il caso di “Dreams of a Black Cat”, l’intera composizione del brano è stata sviluppata a quattro mani, integrando continuamente le nostre idee. È stato certamente il caso più stimolante, dal punto di vista artistico. In fase di arrangiamento tutto invece cambia: la maggior parte del lavoro avviene alle prove. Di solito partiamo da un elemento del brano, come un frammento melodico, l’armonia, o anche dal giro di basso originale, e uno di noi prova a rivederlo dando una propria interpretazione. Quando questo primo passo ci convince, proviamo a dare un’impostazione coerente all’arrangiamento, rispettando metrica e mood dell’elemento che è stato scelto per dare vita alla rivisitazione. Una volta creato il filo conduttore, lavoriamo a casa sulle singole parti per migliorarle, le registriamo per scambiarcele e valutarle reciprocamente. Alle prove mettiamo insieme tutto… per poi a volte accorgerci che non funziona e ripartire da capo!  Altre volte elaboriamo diverse versioni di un brano, le registriamo e le riascoltiamo qualche giorno dopo per valutare la più convincente. In alcuni pezzi poi aggiungiamo parti di nostra composizione, cercando di integrarle con il materiale originale: è stato il caso di più di metà dei brani contenuti in Addition.
M.: La scelta dei brani, come anche la modalità con cui rivederli, avviene discutendo insieme e confrontando i nostri diversi punti di vista. Le differenti idee riguardo l’interpretazione, talvolta discordanti, vengono progressivamente eliminate attraverso un continuo confronto: questo fa nascere un nuovo quadro espositivo che, con ogni probabilità, non si sarebbe mai raggiunto lavorando singolarmente. Insomma una jam session lunghissima! Processo analogo avviene per i brani originali: l’idea compositiva del singolo viene condivisa insieme senza ‘gelosie’ e con assoluta fiducia nell’altro; viene ridisegnata secondo gli stilemi ormai assodati del nostro duo.

Quando è uscito il vostro lavoro precedente, Guitar Sketch, l’unica critica che mi ero sentito di muovere al disco era riferita ai suoni delle vostre chitarre, praticamente indistinguibili. Non mi pare che in Addition la cosa sia cambiata molto… ovviamente si tratta di un sofismo da ‘guitar junk’!
E.: Hai ragione, non è cambiato molto. Anzi, in questo disco probabilmente i suoni si assomigliano ancora di più! Credo, però, che non fosse necessariamente funzionale al disco differenziare completamente le nostre chitarre. Abbiamo invece preferito lavorare sugli arrangiamenti con lo scopo di amalgamare al massimo, in alcuni passaggi, le nostre parti lavorando su basso, armonia e melodia per far suonare i brani proprio come da un ‘singolo strumento’, senza che il tutto risultasse confuso, ovviamente. La direzione è stata quindi esattamente contraria. Certamente, ascoltando il disco poi si notano le nostre differenze stilistiche, che è l’altro particolare che cerchiamo sempre di non nascondere. In altri passaggi abbiamo invece voluto evidenziare i dialoghi tra gli strumenti, senza sentirci in obbligo però di dover diversificare i suoni. Nell’ultima traccia di Addition poi abbiamo deciso di differenziarci davvero: Matteo ha utilizzato effetti e io ho imbracciato il violoncello! Alcune volte abbiamo anche tentato di accostare la mia chitarra classica ad una chitarra di Matteo con corde in metallo ma, nel nostro caso, il risultato non è stato affatto convincente. Abbiamo quindi momentaneamente escluso questa possibilità. Sicuramente per altri musicisti può essere una soluzione molto efficace.
M.: Sinceramente non ci siamo mai preoccupati di differenziarci attraverso il suono ma, piuttosto, mediante un differente approccio stilistico o di fraseggio. Una caratteristica di diversità può essere il tocco: sebbene suoniamo entrambi con le unghie, e non a polpastrello nudo, l’impostazione della mia mano è assai più libera, rispetto alla perfetta postura classica di Eugenio. Questa mia ‘licenza’ mi porta ad avere spesso sfumature timbriche inconsuete, talvolta maggiormente percussive e quindi complementari a quelle del mio collega.

A naso, anzi a orecchio, direi che non utilizzate mai accordature alternative. Sbaglio? Non vi interessa come tipo di sperimentazione?
M.: Ultimamente mi sono avvicinato alla DADGAD, soprattutto per curiosità. Al momento sono ancora nella fase ‘primi passi’, ma non mi dispiacerebbe in un prossimo futuro sperimentare qualcosa con il duo.
E.: In genere, infatti, non le utilizziamo. Solo nel brano “Cliffs of Moher”, per ottenere certe sonorità e mantenere in risonanza alcune note melodiche, ho abbassato la prima corda di un semitono, l’ho accordata quindi in Re#. È però da considerarsi più una soluzione che una vera e propria accordatura.  Per quanto riguarda invece le accordature alternative le ho provate e mi hanno sempre incuriosito, ma non ho mai approfondito. Come tipo di sperimentazione può essere indubbiamente interessante e, sicuramente in un futuro non lontano, inizieremo ad utilizzarle.bruskers

Il chitarrista fingerstyle affronta spesso generi musicali differenti. Ci sono cose che vi piacciono più di altre?
M.: Nel nostro caso la scelta del repertorio jazz è una sorta di pretesto per poter miscelare, senza inibizioni, le varie correnti musicali che abbiamo in testa: un crossover acustico. Il nostro fare musica non è jazz e non siamo o ci reputiamo musicisti jazz: le melodie tratte dagli standard, contenuti nei Real Book, sono peraltro particolarmente ispiranti e il volerle rivedere in maniera inedita è una sfida sempre interessante e, per noi, istruttiva. Personalmente sono sempre stato attratto da ogni genere musicale, solo il cosiddetto ‘liscio’ mi lascia un po’ perplesso. Fin da ragazzino ho alternato musica classica a quella cantautorale, rock, heavy metal, pop, elettronica o contemporanea… Adesso sono spesso i miei studenti che mi tengono aggiornato sugli ultimi artisti e sulle canzoni che vanno di moda!
E.: Per quanto riguarda i miei gusti musicali ascolto davvero di tutto, con una predilezione per la musica classica e il jazz. Ultimamente sto approfondendo la mia conoscenza della musica per orchestra di grandi compositori dell’Ottocento e del Novecento. Per quanto riguarda invece il repertorio che prediligiamo per i nostri arrangiamenti, è certamente quello jazzistico, anche se non abbiamo una formazione di quel tipo, non siamo affatto jazzisti, ma ci risulta funzionale come punto d’incontro per i nostri diversi modi di suonare. È una sorta di ‘campo neutro’ che ci permette di sperimentare e di arrangiare con maggiore libertà.

Ora su cosa state lavorando? Quali saranno i vostri prossimi progetti?
E.: Abbiamo impiegato circa un anno e mezzo per la preparazione dell’ultimo disco, di conseguenza in questo periodo non ci stiamo occupando di nuovi brani. Stiamo lavorando soprattutto allo sviluppo e al miglioramento dello spettacolo che proponiamo dal vivo. Negli ultimi mesi stiamo poi collaborando con una cantante e un corpo di ballo, con cui abbiamo recentemente messo in scena due rappresentazioni teatrali con brani arrangiati da noi.
M.: Terminata la fatica della registrazione di Addition, stiamo essenzialmente lavorando sulla messa in strada del disco, ovvero il perfezionamento dello spettacolo per i concerti dal vivo. Soprattutto ci stiamo dando da fare nell’ambito della promozione del nostro progetto, siamo sempre alla ricerca di nuovi contatti o luoghi dove poter suonare… Non è mai facile costruirsi una reputazione e il mondo della musica non è esente da queste problematiche.

L’ultima domanda è di rito, parliamo un po’ della vostra strumentazione?
E.: Per quanto riguardo il setup dal vivo, utilizzo una chitarra classica spagnola Picado a spalla mancante, amplificata con un sistema doppio composto da piezo e sensore a contatto, ideale per amplificare le parti percussive. L’amplificatore è uno Schertler, ditta per cui sono endorser dallo scorso anno, modello Unico Classic. In studio ho utilizzato, oltre alla Picado, la mia chitarra classica Khono Concert del 1983 e una bellissima chitarra della Liuteria Fratelli Lodi di Carpi in provincia di Modena, che mi è stata prestata per l’occasione. Nei brani in cui ho utilizzato la Picado, per determinate esigenze, a volte è stato mixato il suono ripreso dall’ampli con quello proveniente dai microfoni della chitarra. Altre volte abbiamo fatto il ‘reamp’, dentro allo Schertler, del suono naturale microfonato, per avere maggiore risposta sui bassi e ottenere così differenti sfumature sulle frequenze medie e acute.
M.: La mia scelta riguardo la chitarra suscita sempre curiosità: sono un estimatore di una silent guitar con corde di nylon. È una chitarra, a mio parere, di gran pregio: una Frameworks costruita dal liutaio tedesco Frank Krocker. La prima volta che l’ho provata sono rimasto impressionato per la veridicità del suono, la prontezza della risposta e la smisurata dinamica che è in grado di esprimere. L’ho ordinata e sono andato direttamente a prenderla dal liutaio in Baviera, tanto ero stato conquistato! L’unico inconveniente è che la Frameworks è muta e per amplificarla adopero un David Deluxe della Schertler, ditta per la quale siamo peraltro endorser come Bruskers.

PUBBLICATO
Chitarra Acustica, 3/2012, pp. 22-26

...sull'Autore

Related Posts

Lascia il tuo commento

*

Captcha * Time limit is exhausted. Please reload the CAPTCHA.