Giorgio CordiniI fiori di FaberFingerpicking.netGiorgio CordiniI fiori di FaberFingerpicking.net

«Saepe nomina sunt consequentia rerum» dicevano i nostri avi, a sottolineare come, talvolta, il senso (come anche il destino) di cose e persone («In nomen omen») possa essere iscritto nel loro nome. Non sorprende, dunque, che Giorgio Cordini si nutra e ci nutra di chitarre, bouzouki, mandolini & Co. Sorprendono, invece – piacevolmente – la sapienza, la cura, l’attenzione, il garbo con i quali egli riesce a toccare e far vibrare le sue e le nostre corde.

Cordini è musicista colto, preparato, intenso, sensibile. Fingerpicking.net – che ‘firma’ questo suo I fiori di Faber, artisticamente prodotto dallo stesso Cordini e da Reno Brandoni – non lo scopre certo oggi. Oggi, semmai, trova ulteriore, felice, conferma una particolare (e assai rara) qualità di questo musicista: il suo non rubare mai la scena alla musica, ma lasciare sempre a lei il centro del palco. È lui che è lì per lei: non viceversa. E, attraverso di lei, Cordini è lì per tutti noi che ascoltiamo. Si appassiona. Ci appassiona. Un musicista che sta alla musica come l’ordito a un arazzo nel quale domina la trama: c’è, ma non si vede. Eppure, senza di lui, l’immagine non esisterebbe e l’arazzo non ‘significherebbe’. Non conosco personalmente Cordini (purtroppo), ma dai profumi che emanano I fiori di Faber credo di poter dire che ciò sia parte della sua natura, della sua personale via all’analisi (costruzione e ri-costruzione), alla scrittura (composizione e ri-composizione) e all’esecuzione. Del suo essere nella musica e per la musica.

Qualità che si esalta nel momento nel quale egli si confronta con il songbook di un altro autore. Se, poi, a questo autore (Fabrizio De André) lo unisce un legame antico, profondo e particolarmente articolato (Cordini è stato in tour con De André per quasi tutti gli anni ’90; vanta un’amicizia con Mauro Pagani che risale addirittura alla fine degli anni ’60; ha collaborato con Massimo Bubola – co-autore di molti grandi successi del musicista genovese – e con Cristiano De André; è tra i fondatori di una tribute band che si chiama Mille Anni Ancora e fondatore-ispiratore di un ensemble, La Piccola Orchestra Apocrifa, che esegue dal vivo l’intero La buona novella insieme a un florilegio di brani del grande Faber), si capisce che – per sua e nostra fortuna – Cordini è il musicista giusto, nell’album giusto, di un repertorio giusto.

Due elementi, su tutti, lo confermano (se ancora ve ne fosse bisogno): la scelta dei brani; l’architettura degli arrangiamenti. I fiori di Faber, infatti, non è un album ‘dèjà vu’, con una ‘semplice’ selezione del meglio di De André. È un viaggio, che nessuno fino ad oggi aveva ancora immaginato, nel nobile repertorio di Faber, visto attraverso i ‘fiori’ citati nelle sue canzoni. Citazioni mai casuali, né occasionali, ma sempre di alto valore poetico e di forte valenza simbolica. C’è, dunque, un fil rouge intenso, che segnala (e offre) pensiero, poetica, profondità, senso. Stessa cosa vale per gli arrangiamenti. Solo ad un ascolto disattento e inconsapevole essi possono apparire eccessivamente ‘filologici’, ‘didascalici’ quasi. Sono, invece, tutt’altro. Sono rigorosi. Di quel particolare, alto, rigore al quale obbliga la poesia. Rigore di forma, metro, immagine, lessico, accento, colore. Lo stesso rigore di meditazione, assimilazione ed esecuzione che (quando ci si confronta con un repertorio classico, qual è – nel suo spazio – la musica di De André) consente di far vivere e respirare la ‘pagina’ e far cogliere, persino agli scettici, la differenza che c’è tra fare ed essere musica. Rigore che ci chiede non solo di sentire, ma, soprattutto, di ascoltare.

Un ultimo, brevissimo, suggerimento: se vi avvicinate a I fiori di Faber (e consiglio caldamente di farlo), partite dall’ultima traccia, quella che dà il titolo all’album e che è l’unica firmata da Giorgio Cordini (in coppia con Cosimo Saponaro). Capirete subito di cosa sto parlando. Benvenuti nel giardino (incantato) dei Faber-Cordini.

Giuseppe Cesaro

«Saepe nomina sunt consequentia rerum» is what our forefathers used to say, to underline how at times the purpose (and also the destiny) of things and people («In nomen omen») may be inscribed in their name. And so it comes as no surprise that Giorgio Cordini [corda means ‘string’ – Ed.] finds nourishment and nourishes others through his guitars, bouzouki, mandolins & company. What is pleasantly surprising, however, is the wisdom, care, attention and delicacy with which he manages to touch our strings as well as his own and to make them vibrate.

Cordini is a cultured, well-prepared, intense and sensitive musician. Fingerpicking.net – who has ‘signed’ his album I fiori di Faber, artistically produced by Cordini himself together with Reno Brandini – were certainly aware of this long before now. What they have discovered, if anything, today is a welcome confirmation of a special (and rather rare) quality this musician possesses – he never steals attention from the music, but always lets it take centre stage. His presence is for music’s sake alone, and not vice versa. He is there, behind music, for all of us who are listening. His passion inspires passion in us. He is a musician who is to the music what the warp is to a tapestry hidden behind the predominating weft: he is there, but invisible. And yet, without him, the image wouldn’t exist and the tapestry would have no ‘meaning’. I don’t know Cordini personally (unfortunately) but from the scents that emanate from I fiori di Faber [‘Faber’s Flowers’] I think I can safely say that all this is part of his nature and his own personal way of analysing (constructing and re-constructing), of writing (composing and re-composing) and of performing music. It is his own unique way of being inside music and for music.

It’s a quality that becomes even clearer the moment he relates to the songbook of another composer. If you then consider the fact that there is a strong, well-articulated tie between the two of them (him and Fabrizio De André) that goes back quite a while (Cordini was on tour with De André for almost all of the ’90s; furthermore, his friendship with Mauro Pagani goes right back to the end of the ’60s; he has also worked on projects with Massimo Bubola – who was co-author of many of the Genovese musician’s great successes – as well as with Cristiano De André; he was one of the founders of a tribute band called Mille Anni Ancora and was the brainchild behind an ensemble, La Piccola Orchestra Apocrifa, that performed the whole of La buona novella live together with a flowerbed-full of pieces of the great ‘Faber’ [Latin nickname of Fabrizio De André, that means ‘artisan’]), you realise that – for his luck as well as ours – Cordini is the right musician, for the right album, with the right repertoire.

Two elements above all confirm this (if there is still any need for further confirmation): the choice of pieces; the architecture behind the arrangements. I fiori di Faber, in fact, is not an album that is ‘dèjà vu’, with a ‘simple’ selection of the best of De André. It is a voyage into the noble repertoire of Faber, seen through the ‘flowers’ cited in his songs, that no-one until today had ever imagined. They are references that are never accidental, never incidental, but they are always of high poetic value and strong symbolic weight. Thus there is an intense guiding thread, that marks (and offers) thoughts, poetry, depth and meaning. The same thing holds true for the arrangements. They may appear excessively ‘philological’ or ‘didactic’ only to those who listen unattentively and unknowledgeably. They are on the other hand anything but. They are rigorous. They contain that special, high-brow rigorousness that poetry demands – rigorousness of form, tempo, image, lexis, accent and colour. The same rigorousness of meditation, assimilation and execution (when we confront ourselves with a classical repertoire such as that of De André – I mean ‘classical’ within its context) that allows the ‘page’ to breathe and live, and enables even sceptics to perceive the difference between making and being music. A rigorousness that requires us not only to hear, but above all to listen.

I have one last, brief suggestion. If you would like to get to know I fiori di Faber (and I strongly advise you to do so) then you should start with the last track, which gives its name to the album and is the only one signed by Giorgio Cordini (together with Cosimo Saponaro). You will understand immediately what I’m talking about. Welcome to the (enchanted) garden of Faber-Cordini.

Giuseppe Cesaro

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