Franco Morone & Raffaella LunaCanti lontani nel tempo. Traditional Italian Songs AcousticGuitar Records

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(di Carlo De Nonno) – In Italia, l’approccio all’immenso patrimonio tradizionale di musica e testi è sempre avvenuto lungo tre percorsi principali. Il ‘popolaresco’, quello più deleterio e commerciale, animato solo da biechi opportunismi discografici, scempio perpetrato da tanti intorno agli anni ’70. Non ci sono nomi da fare: i pirullalerolallero e gli sciur padrun sono ancora nelle orecchie di molti. Lo citiamo per primo solo per liberarcene subito. Il ‘popolare’, animato da ottime intenzioni e motivazioni iniziali, ma presto contaminato da talmente tanti rivoli collaterali da perdere identità e direzione. Qui si può fare il nome, comunque in certo modo meritorio, della Nuova Compagnia di Canto Popolare. Il ‘folklorico’, inteso nel senso più nobile e scientifico del termine, nutrito di ricerca sul campo, di approfondimento e di rigore, pur nel rischio sempre presente dell’accademismo o della nicchia. Senza risalire troppo lontano citiamo come emblemi Roberto Leydi, Diego Carpitella, Alan Lomax. Ne parliamo per ultimo per tenerlo più facilmente in memoria, perché ce n’è bisogno.
Il lavoro di Raffaella Luna e Franco Morone (che, diciamolo subito e senza mezzi termini, è bellissimo) trova una sua strada personale e affascinante, pur pagando doveroso tributo alla tradizione scientifica citata più sopra (prova ne sia la toccante dedica a Roberto Leydi). Ma qui non ci sono rischi di accademia perché l’approccio è filologico nella sostanza (rispetto e amore) più che nella forma. E la forma ci parla di esecuzioni vocali di Raffaella Luna di intensità potente, ma sempre controllata nel non debordare mai in sporcature che fanno tanto ‘popolo’ e attentissima a delineare la straordinaria varietà di concetti, personaggi, umanità, storia politica e sociale che si affaccia da testi di grande incisività e spessore. E di un background musicale (chitarristico) di grande originalità e raffinatezza (ovviamente ad opera di Franco Morone) che spazia da echi di chitarra battente a ostinati bluesistici ad arpeggi e accenti lirici e ispirati, tutto sempre e rigorosamente fingerstyle senza disdegnare più di un’occhiata al classico. Esecuzioni, soprattutto, che hanno privilegiato la mancanza di artificio da sala di registrazione, come a ricreare una sorta di spontaneità ‘sul campo’: pochissimi gli overdubs, come scrupolosamente annotato nel booklet ricco di notizie nonché dei testi con le traduzioni italiane (per quelli dialettali) e inglesi (hai visto mai…).
Venendo ai contenuti notiamo che i brani appartengono quasi tutti al Centro-Nord italiano, tra Toscana, Emilia-Romagna, Lombardia e Piemonte. A quelli più noti (“Bella ciao”, “Mamma mia dammi cento lire”, la prima restituita alla sua forte valenza sociale di canto delle mondine padane) si affiancano originali riscoperte come “Un bel giorno andando in Francia” (la cui melodia fu poi riadattata a testi sull’emigrazione e sulla Resistenza) e riproposte come “Ameme mi dona lombarda”, celebre ballata italiana già visitata da un altro grande (e vergognosamente infamato) duo (Sergio Endrigo e Mia Martini). Incastonata tra tutti questi brani (impossibili da descrivere tutti in questa sede ma tutti saldamente ancorati nella nostra memoria ancestrale anche solo dopo un primo ascolto) la gemma di “Non potho reposare”, lo straordinario canto d’amore sardo in cui si cede alla vera e propria commozione, ascoltando l’omaggio da standing ovation che Luna/Morone tributano alla dolente voce di Andrea Parodi, tra gli ultimi ad averla intonata. Inoltre segnaliamo la suggestiva motivazione dell’inserimento dell’aria “Babbino caro” dal Gianni Schicchi di Giacomo Puccini a riprova della contaminazione, tipicamente italiana, tra certa musica ‘colta’ e mondo ‘popolare’.
Insomma, piaccia o no, questo è il blues, la radice voglio dire, della musica italiana. Grazie a Raffaella Luna e a Franco Morone per avercelo coraggiosamente ricordato.

Carlo de Nonno

PUBBLICATO
Chitarra Acustica, 6/2013, p.16

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