Francesco Guccini L’Ostaria delle Dame

(di Reno Brandoni)  Devo confessarvi una cosa. Ultimamente non ho voglia di raccontare le mie vicende, perché ho un rigetto verso questo bailamme mediatico di autoesaltazione e autopromozione. Leggo notizie sempre più ‘allarmanti’ sui social: se suoni a casa di tuo cugino per il battesimo della bambina, fai un ‘concerto’; poi, se il giorno dopo ti invita anche il vicino per il compleanno del figlio di otto anni e ti dice di portare la chitarra, sei ‘in tour’. C’è fame di notorietà e ogni occasione è buona per raccontarsi, anche quando non ce ne sarebbe motivo. Io avevo quindi deciso di non cadere più nel tranello e di rinunciare a questa consuetudine. Mi piace piuttosto quando sono gli altri a raccontare di te, se ce n’è ragione. E vi assicuro che se ce n’è, se ne parlerà senza bisogno di personali sollecitazioni.

Però una cosa mi ha fatto cambiare idea, aprendo un varco gigantesco nella memoria, fornendomi ricordi, fonte di enorme commozione. Per questo voglio iniziare questo articolo parlando di me, o meglio di una mia personale esperienza musicale.

L’Ostaria delle Dame di Bologna riapre e l’occasione dell’inaugurazione coincide con la presentazione del nuovo CD di Francesco Guccini, che di quella osteria è stato il patron e il motivatore.

Perché allora questa emozione, visto che si parla di un cantautore e di un luogo? La risposta è semplice: ho suonato in quel locale negli anni ’80 insieme a Stefan Grossman e John Renbourn, e fu come coronare un sogno: avevo poco più di vent’anni e la mia vita stava prendendo una bella piega. Ricordo quasi tutto, ogni istante, anche la birra Guinness, che per la prima volta John mi costrinse a bere. Forse non era proprio una Guinness, perché la offrivano ‘alla spina’, ma era scura, tosta e melmosa proprio come una Guinness.

Ho sempre cercato di ripercorrere con la memoria quella giornata, ricordandone i momenti cruciali vissuti a Bologna, che inspiegabilmente oggi è diventata la mia città. All’epoca i concerti erano sempre parte di un lungo tour: mancavi da casa un mese, anche quaranta giorni, vivevi in albergo e i compagni di viaggio erano la tua famiglia. Una città come Bologna risultava particolarmente accogliente e Francesco Guccini, per molti di noi, era un riferimento assoluto. Per questo diventava meta anche la sua città e soprattutto quel locale, teatro delle sue prime esibizioni. All’epoca chi è che non suonava “L’avvelenata” o “La locomotiva”, cercando di cantare arrotando la «r» per assomigliargli il più possibile?

Ricordo strade e profumi, anche la libreria in cui Stefan mi regalò Lo Hobbit di Tolkien, dicendomi che quello era un giusto libro ‘da viaggio’ e innescando in me la passione e la curiosità per la trilogia del Signore degli Anelli, che da lì a poco sarebbe diventata famosa. E sì, perché una volta c’erano i libri da portare in giro, quelli che dovevano farti compagnia nei lunghi momenti di solitudine. E dovevano essere particolarmente avvincenti, per farti desiderare ancora un po’ di quell’odiato isolamento forzato che si vive in tour, ma che ti avrebbe permesso di sfogliare ancora qualche pagina. Perdonatemi questa divagazione, purtroppo una certa età favorisce questo esercizio di memoria, visto che ormai il passato prossimo non è così lucido come il passato remoto.

Ritorniamo ai giorni nostri. Con grande curiosità e nostalgia affronto la giornata accettando l’invito dell’agenzia stampa. Arrivo in vicolo delle Dame 2, l’Ostaria delle Dame è sempre là. Nulla è cambiato, la stessa scala ripida e pericolosa da percorrere per arrivare nella sala, e la stessa grotta con le colonne in mezzo ai piedi, che dividevano il pubblico in involontari settori.

I miei sentimenti sembrano essere condivisi dai più anziani: sguardi curiosi, ammirati e rispettosi, come quelli di chi si trova in un luogo di culto e vorrebbe non ‘disturbare’. Al contrario, i più giovani sembrano indifferenti, più interessati all’evento che al luogo. Ma è anche giusto che sia così.

Incontriamo finalmente Guccini: i suoi occhi raccontano una e mille storie, tante quante ne ha vissute in quella cantina. Mi è sembrato particolarmente commosso, probabilmente non metteva piede in quel luogo da più di trent’anni e il trovarsi di nuovo su quel palco non deve essere stata emozione da poco.

Ritorniamo alla ragione dell’incontro: questa lunga premessa spero vi faccia comprendere l’importanza delle storiche registrazioni presentate nel nuovo CD, intitolato appunto L’Ostaria delle Dame. Attraverso di esse si può respirare quell’atmosfera, rivivere quelle sensazioni, quella libertà di credere che ce l’avremmo fatta. E sì, perché all’epoca non eravamo dei disillusi, anzi credevamo di stare per cambiare il mondo e vivevamo tutto con entusiasmo e speranza, proprio quella che oggi è svanita lasciandoci solo un tiepido ricordo.

La raccolta di quei momenti storici registrati all’osteria non presenta alcuna novità musicale, ma questo ha poca importanza. Sentire le canzoni così com’erano nell’origine dei tempi, con solo chitarra e voce e l’immancabile presenza di Flaco Biondini, regala sicuramente interesse e coinvolgimento, e lascia spazio forse alla parte più accattivante del progetto: sono stati lasciati tutti gli intermezzi parlati tra un brano e l’altro.

Per chi non ha mai partecipato a un concerto di Francesco Guccini, è difficile comprenderne la magia, forse anche perché oggi si è un po’ persa la figura del cantautore-intrattenitore. Fatto sta che ogni brano veniva preceduto da una gag esilarante: niente di particolare, un semplice racconto che introduceva la canzone o semplicemente raccontava fatti anche non inerenti al pezzo che di lì a poco sarebbe stato eseguito. Era un modo astuto e simpatico di trasformare il concerto in un incontro ‘tra amici’.

Perché negarlo, le sue canzoni hanno fatto la storia, ma i suoi dialoghi erano una cosa divertente da sentire e spesso si andava lì per questo: incontrare un vero ‘giullare’, che sapeva intrattenere generando un sorriso anche quando si preparava a cantare temi seri e impegnativi. Il cofanetto diventa quindi imperdibile per chi vuole rituffarsi nel passato o per chi non ha mai vissuto quell’esperienza. È un bell’insieme di poesia, musica e ‘cabaret’, e anche se il termine potrebbe non essere apprezzato, non so trovare altra parola per descrivere la sagacia e lo humour di Guccini.

Inizia la conferenza stampa, qualcuno chiede a Francesco delle sue emozioni e lui non si risparmia in ricordi e aneddoti. Io ho chiesto la parola per ricordargli la collaborazione con Deborah Kooperman: forse per la prima volta si è ascoltato nei suoi dischi l’utilizzo della chitarra fingerpicking, proprio grazie a Deborah; ero curioso di conoscere il perché di quella scelta, e la risposta è stata la più ovvia e immaginabile: «In quel tempo andava di moda quella musica e noi ne scimmiottavamo la modalità; poi, compreso il meccanismo, l’abbiamo acquisito trasformandolo in un nostro stile personale».

Si continua con le domande più varie, per esempio se apprezza qualcuno dei nuovi cantautori. Oltre ad affermare che non ascolta più musica, Francesco ci ha tenuto a precisare che non ritrova nell’attuale cantautorato una qualche forma di interesse: i temi sono sempre troppo personali e non raccontano quasi mai una storia. Sicuramente questa è una diversa era di cantautori, sono cambiati stimoli e presupposti. Alla domanda sul suo impegno politico, l’ambiente si è un po’ freddato: evidentemente la domanda non è risultata molto gradita. Guccini ha risposto chiedendo al giornalista di indicargli una sua canzone ‘politica’. La risposta unanime è stata: “La locomotiva”! E lui: «Non è così, quella è solo una storia realmente accaduta; siete stati voi giornalisti a definirla come una canzone politica, volendo appiccicare per forza delle etichette». Questo distacco è stato per tutti una grande inaspettata sorpresa: l’eskimo e tutto il resto, bruciati in un secondo. Ma erano davvero illusioni le battaglie di potere che noi, teenager alternativi dell’epoca, invocavamo accompagnati dalle sue canzoni? Forse è proprio così: eravamo alla ricerca di nuovi miti e non perdevamo tempo a ‘definirli’, senza comprenderne a pieno le ragioni. La saggezza dovrebbe insegnarci a leggere tra le righe e le parole.

Il buon vecchio Guccini continua a tener testa con la sua dialettica, forse un po’ stanca ma sempre pronta, puntuale e colta. Ed è un piacere ascoltarlo, così come mettere in auto i suoi CD e immergersi nei ricordi delle serate con amici di tanti anni fa. Le mura della Ostaria delle Dame hanno rivisto luci e pubblico, permettendoci di assaporare una giornata ricca di nostalgia. Spero che, per il luogo, sia solo l’inizio di una nuova era, e per il nostro amico cantautore il giusto riconoscimento per l’emozionante viaggio che ci ha regalato.

Reno Brandoni

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