Ferentino Acustica 2017 – Una quindicesima edizione per proseguire

(di Andrea Carpi) – Questa edizione di Ferentino Acustica, che si è svolta dal giovedì 29 giugno alla domenica 2 luglio, è stata dedicata alla memoria di Fabio Podagrosi, grande amico e principale collaboratore di Giovanni Pelosi nell’organizzazione del festival. La sua scomparsa a dicembre del 2016 ha gettato un’ombra di smarrimento. Se non fosse stato per la forte volontà dei suoi amici più stretti, e per la fattiva collaborazione della Pro Loco nelle persone del presidente Luigi Sonni e in particolare di Elisa Di Tomassi e Ramona Frezza, dell’Amministrazione Comunale nelle persone del sindaco Antonio Pompeo e di Gianfranco Fiorini in particolare, nonché dell’associazione Compl8, forse la manifestazione non si faceva più. E invece si è fatta e forse questa edizione è stata una delle più belle, se non la più bella, con un parterre di artisti stranieri di primissimo livello, alcuni musicisti italiani di rilevanza internazionale, una rappresentanza della memoria storica del glorioso Folkstudio di Roma, e diverse nuove proposte di grande speranza. Sicuramente è stato il miglior ricordo che Fabio avrebbe potuto desiderare.

Tra i grandi ospiti internazionali possiamo senza ombra di dubbio considerare Fernando Perez, di cui Reno Brandoni si è innamorato artisticamente quando lo ha ascoltato nel 2014 ad Acoustic Franciacorta, al punto da voler pubblicare con Fingerpicking.net un suo importantissimo libro con DVD, Guitar and Music Cultures (La chitarra e le culture musicali nell’edizione italiana). Nel suo set Perez ci ha trasportati dal Mali al Delta del Mississippi, dalle Hawaii alla ‘erba blu’ del Kentucky, dai makam turchi al flamenco spagnolo; con l’aggiunta di un nuovo viaggio inedito rispetto al libro citato, un viaggio nella musica persiana interpretata con una nuova tastiera con semitoni e quarti di tono, che va ad unirsi alle due tastiere standard e fretless della sua incredibile chitarra a tastiere intercambiabili. Abbiamo approfittato di questo incontro per dedicargli una approfondita intervista.

En plein eccezionale poi nell’ultima serata, che si è conclusa con due mostri sacri della chitarra acustica mondiale: Peter Finger, che si conferma di anno in anno ospite fisso di Ferentino e, con il suo chitarrismo universale che associa un virtuosismo trascendentale a una profondità musicale trasversale fra tradizione europea e contemporaneità, si offre come sigillo di garanzia della qualità artistica raggiunta dal festival.

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Peter Finger – foto di Piero Angelo Legari

Pierre Bensusan, dal canto suo, mi è parso mostrare per la prima volta i segni di una bonaria maturità nella sua sagoma da eterno ragazzo, ma nondimeno ha dato vita a uno spettacolo di grande intensità emotiva, concentratissimo e ispirato, a lavorare in modo particolare sull’improvvisazione e sui suoi affascinanti vocalizzi.

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Pierre Bensusan – foto di Alfonso Giardino

Con il doppio passaporto è invece Peppino D’Agostino, di origini siciliane e trapiantato negli Stati Uniti da trentadue anni. In attesa dell’uscita di un suo nuovo disco in duo con Corrado Rustici, ha proposto un ‘minestrone’ di cavalli di battaglia della sua musica, che a sua volta lui stesso definisce come ‘minestrone’ in ragione delle più varie influenze che la caratterizzano: dal banjo clawhammer di “Jump Rope” al rock di “Street Pulse”; dalla chitarra classica contemporanea di “Sergio” dedicata a Sergio Assad e “Incantation” di Maurizio Colonna, all’accordatura alternativa in DO#m11 di “Nine White Kites”, fino all’inedita interpretazione di una bossa nova di Tom Jobim, “A felicidade”, nell’arrangiamento di Roland Dyens.

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Peppino D’Agostino con Stefano D’Amico – foto di Alfonso Giardino

E, per sottolineare il suo ininterrotto legame con la propria terra d’origine, ha concluso la sua esibizione insieme a un giovane cugino italiano alla chitarra elettrica, Stefano D’Amico, con il quale ha riproposto due brani da Bayshore Road, l’album inciso nel 2005 con Stef Burns: “Venus over Venice” e “Jerry’s Breakdown” di Jerry Reed, nel quale Stefano ha potuto mettersi in evidenza con fraseggi country shred alla Steve Morse.

Sempre radicato nella sua Toscana, ma spessissimo in giro per tutto il mondo, da giovanissima speranza Andrea Valeri è divenuto ormai – attraverso i suoi sei album incisi in dieci anni – un affermato artista italiano di livello internazionale. Assieme al suo virtuosismo strumentale e al gusto melodico delle sue composizioni, la sua tenace esuberanza giovanile si è sviluppata nel tempo in un consumato talento di trascinatore, capace di coinvolgere il pubblico con un entusiasmo e un’energia contagiosi.

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Andrea Valeri – foto di Piero Angelo Legari

Altro musicista italiano apprezzato all’estero, in particolare nel Nord America grazie alle sue incisioni per l’etichetta CandyRat, è il partenopeo Stefano Barone. Rispetto a Pino Forastiere e Sergio Altamura, con i quali ha dato vita sempre per la CandyRat al progetto Guitar Republic, condividendo lo stesso indirizzo musicale caratterizzato dalla sperimentazione e dall’uso dell’elettronica sulla chitarra acustica, Stefano ci sembrava incarnare un lato più legato alla percussività e a un’ambientazione per così dire techno. Negli ultimi tempi, con l’aiuto dello specialista Altamura, ha voluto però approfondire lo studio dell’uso dell’archetto sulla chitarra, arricchendo la propria musica con elementi di melodicità e di gusto per le ‘sculture sonore’, che mostrano qualche segno dell’influenza dell’amico. Stefano si è così presentato a Ferentino con la proverbiale Martin D-28 trasformata dal liutaio Davide Serracini, con una tastiera e un ponticello da violoncello, ed ha eseguito tutti brani suonati principalmente con l’arco: due affascinanti composizioni originali inedite e due nuovi arrangiamenti, il primo da “Human Behaviour” di Björk, il secondo – bellissimo, suonato su una 10 corde steel-string costruita da Serracini – da “Façades” del suo compositore preferito Philip Glass.

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Stefano Barone – foto di Alfonso Giardino

Giorgio Cordini è uno degli amici più assidui della rassegna. Quest’anno è venuto un po’ di passaggio, appunto perché la sua vita sta attraversando un momento di passaggio, con un cambio di casa e l’interruzione dell’esperienza di Acoustic Franciacorta, il festival che lo ha visto direttore artistico per ben tredici anni. Oltre a un paio di brani dal suo ultimo disco Piccole storie del 2015 e un paio di suoi storici arrangiamenti come “Bella ciao” e “Il pescatore”, ha presentato nel suo attento stile quasi ‘miniaturistico’ due nuovi arrangiamenti strumentali di canzoni dei Beatles, “Something” e “With a Little Help from My Friends”. «Suonare le canzoni dei Beatles» ha precisato «può sembrare ormai superato, lo fanno tutti, ma io non riesco proprio a smettere di suonarle!» E infatti i due arrangiamenti dovrebbero entrare a far parte di un suo nuovo disco intitolato appunto Non riesco a smettere di suonare le canzoni dei Beatles, il secondo dedicato ai Fab Four dopo Playing the Beatles registrato nel 1995 insieme ad Andrea Braido.

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Giorgio Cordini – foto di Piero Angelo Legari

Riccardo Ascani si presentò all’Open Mic di Ferentino Acustica nel 2009, con alle spalle già il suo secondo album Byzantine del 2007. Mostrò subito una tecnica flamenca stilisticamente perfetta, con l’aggiunta di alcuni elementi di chitarra latina e brasiliana, e soprattutto con la bravura di riuscire a comporre – su quelle basi strumentali – nuova musica decisamente originale. Da allora ha registrato altri tre dischi, fino a Oceani del 2015. E al festival si è presentato con il progetto Locura de Guitarras, che tradotto dallo spagnolo significa ‘Follia di chitarre’, in duo con il chitarrista Roberto Ippoliti. I due hanno alternato brani originali tratti da Oceani con alcuni standard dal repertorio flamenco jazz come “Spain” di Chick Corea o “Frevo rasgado” di Egberto Gismonti, insieme a rivisitazioni in chiave flamenco di brani della tradizione latinoamericana come “Samba de Orfeu” di Luiz Bonfá e la messicana “Malagueña salerosa”. Emozionante.

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Locura de 7 Guitarras – foto di Alfonso Giardino

Tra i big di Ferentino Acustica c’è poi naturalmente il suo direttore artistico Giovanni Pelosi. Giovanni è un ‘grande’ per la sua tecnica chitarristica, per la sua musicalità, per la sua spiccata sensibilità armonica, ma anche perché è un catalizzatore di amicizie, di affetti. All’interno dello staff di Fingerpicking.net, è colui che meglio incarna il primo spirito del nostro portale, lo spirito della comunità, il trait d’union tra la dimensione amatoriale e quella professionale, rispetto alle necessarie preoccupazioni ‘imprenditoriali’ che l’iniziativa comporta. E così fa effetto vederlo raccogliere intorno alla sua musica l’adesione gioiosa e calorosa di musicisti del calibro di Riccardo Zappa, Paolo Damiani, Lucrezio de Seta, Tonino Tomeo insieme al giovane bassista Luigi Boccanelli. Non essendo potuta intervenire anche la ‘voce’ Esther Oluloro, il gruppo di amici ha dato vita a una versione solo strumentale di un repertorio tratto per la maggior parte dall’ultimo recente disco di Giovanni, Heart Listener.

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Giovanni Pelosi & Friends – foto di Alfonso Giardino

Questo disco ha segnato per lui un’apertura alla scrittura di canzoni, portando con sé anche una volontà di recupero della memoria storica di quella fucina di cantautori che è stato il Folkstudio di Roma, che Giovanni non ha frequentato fin dagli inizi, ma per il quale ha tra l’altro contribuito a organizzare delle rassegne chitarristiche negli anni ’90. Così quest’anno a Ferentino è sbarcato un piccolo drappello di testimoni dei primi tempi gloriosi del locale trasteverino. Anzitutto è stata nuovamente invitata Giovanna Marinuzzi, che aveva già partecipato al festival nel 2010 e che ha bissato il successo di quella prima apparizione, attraverso la sua impeccabile carrellata di classici della canzone brasiliana nelle sue varie forme e ritmi, insieme alla sua canzone originale italo-portoghese “Volo Brasil”, brani per la maggior parte presenti nel suo album Amigos del 2009.

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Giovanna Marinuzzi – foto di Piero Angelo Legari

Poi è stata la volta di Ernesto Bassignano, che insieme a Francesco De Gregori, Antonello Venditti e Giorgio Lo Cascio è stato uno dei «quattro ragazzi con la chitarra, e un pianoforte sulla spalla» come cantava lo stesso Venditti in “Notte prima degli esami”. Nel corso degli anni, Ernesto ha alternato all’impegno di cantautore un’intensa attività come operatore culturale, giornalista e conduttore radiofonico, divenendo assai popolare grazie alla fortunata trasmissione Ho perso il trend. Negli ultimi tempi è ritornato sui suoi passi, incidendo due album importanti, Vita che torni nel 2015 e il recentissimo Il grande Bax!, dei quali ha cantato a Ferentino alcuni brani.

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Ernesto Bassignano con Stefano Ciuffi – foto di Maurizio Lollo

Bravissimi i suoi accompagnatori, il chitarrista Stefano Ciuffi e il pianista Edoardo Petretti, che sono stati appunto i protagonisti della veste musicale essenziale dell’ultimo disco. Edoardo De Angelis invece è conosciuto soprattutto per avere, nel 1970, scritto e interpretato insieme a Stelio Gicca Palli la canzone “Lella”, che da beniamina del Folkstudio è divenuta un evergreen della canzone d’autore italiana. Inoltre è stato coautore con Francesco De Gregori de “La casa di Hilde” e con Lucio Dalla di “Sulla rotta di Cristoforo Colombo”. L’anno scorso ha inciso insieme al chitarrista Michele Ascolese il disco Il cantautore necessario, nel quale sono reinterpretate dodici tra le più belle canzoni d’autore italiane. Ne parliamo diffusamente nell’intervista pubblicata più avanti. Qui a Ferentino Edoardo ha suonato i tre successi citati prima e altri cavalli di battaglia della sua carriera di cantautore, accompagnato per l’occasione alla seconda chitarra nientemeno che da Giovanni Pelosi: un duo veramente promettente!

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Edoardo De Angelis e Giovanni Pelosi – foto di Alfonso Giardino

Edoardo poi è stato anche coinvolto in un momento toccante della manifestazione, il ricordo di Fabio Podagrosi, a proposito del quale Pelosi ha raccontato: «Quando l’anno scorso gli ho detto che ero diventato amico di Edoardo De Angelis, lui ha esclamato: “Davvero! Perché non lo inviti l’anno prossimo?”» Così, in nome di questa sua predilezione, un gruppo di amici e la famiglia di Fabio hanno voluto consegnare un premio a De Angelis come miglior modo per ricordare l’amico e il parente scomparso.

Nello spirito del festival e nello spirito ‘comunitario’ di Giovanni Pelosi, grande attenzione è stata data come sempre alle nuove proposte e ai musicisti per così dire ‘emergenti’. Antonello Fiamma appare già proiettato in una dimensione internazionale. In effetti, un video della title track del suo primo disco autoprodotto The Round Path è stato pubblicato su YouTube dalla CandyRat Records, e attualmente sta registrando il suo secondo disco in uscita per Natale con la produzione di Stefano Barone.

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Antonello Fiamma – foto di Alfonso Giardino

Ciò che piace in lui – a parte l’evidente solida preparazione classica di base, l’uso virtuosistico delle nuove tecniche della chitarra acustica e la consapevolezza compositiva – è quella sicura determinazione nell’affrontare la carriera professionale, la coscienza di appartenere al mondo dello spettacolo e il rispetto per il pubblico, caratteristiche che sembrano finalmente condivise da diversi chitarristi italiani della sua generazione. Con coraggio, oltre a “The Round Path”, ha suonato tutti brani che faranno parte del suo prossimo album per una prima verifica dal vivo. Giuseppe Tropeano, insegnante della Scuolacustica di Sarzana, ha ricevuto una formazione classica, ha attraversato esperienze nel campo del folk revival italiano ed è stato allievo di Pietro Nobile. Rispetto ad Antonello Fiamma, esprime un fingerpicking per così dire più tradizionale, meno esplosivo e più composto, più lirico.

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Giuseppe Tropeano e Alessia Vespa – foto di Maurizio Lollo

Ha suonato alcune nuove composizioni e alcuni brani dal suo CD A ricurdanza del 2015, tra cui il bellissimo “Un nobile incontro” dedicato appunto al suo maestro, di cui riflette in effetti una certa melodicità quasi celtica e il suono ricercato. Alle sue atmosfere equilibrate ben si è adattato, negli ultimi due pezzi del set, l’intervento della compagna Alessia Vespa al flauto traverso, in particolare nella cover di “Eye in the Sky” dell’Alan Parsons Project. Molto interessante la personalità artistica di Paola Selva, che proviene attivamente dal mondo della chitarra classica: ha tenuto concerti come solista e soprattutto in diverse formazioni cameristiche, collaborando anche come arrangiatrice e trascrittrice, in particolare con il Trio Silene, vincitore di numerosi concorsi; scrive musica e nel 2007 ha vinto il ‘Concorso nazionale di composizione per la scuola di base’ di Padenghe sul Garda con la composizione “Improvvisamente”; si è poi impegnata nello studio e nell’applicazione della musicoterapia.

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Paola Selva – foto di Piero Angelo Legari

E recentemente si è immersa con passione nel mondo della chitarra acustica, partecipando ad alcuni concorsi e giungendo finalista ad ‘Arrangiatevi!’ di Acoustic Franciacorta e a ‘Obiettivo MAF’ di Musica a Fiorano nel 2015, così come al premio ‘Chitarrista emergente’ della ADGPA nel 2016. A Ferentino è arrivata con una manciata di composizioni originali di indubbio spessore, a mio personale parere più convincenti e solide nelle parti in fingerstyle, dove può avvalersi appieno della sicurezza e della pulizia provenienti dalla sua formazione classica, meno equilibrate e amalgamate nelle parti in strumming alla ricerca di una ritmicità più attuale. Ne sentiremo comunque parlare. Quanto al Marco Baxa Acoustic Trio, formato da Marco Baxa alla voce e chitarra acustica, Cristiano Gallian alla chitarra acustica e Vito Perrini alle percussioni, si era presentato spontaneamente l’anno scorso all’Open Mic del festival, riscuotendo un tale apprezzamento da essere invitato quest’anno sul palco centrale dei concerti serali.

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Marco Baxa Acoustic Trio – foto di Maurizio Lollo

Il gruppo si basa sul repertorio di canzoni scritte da Marco Baxa, cantautore con all’attivo tre dischi: L’impossibile del 1999, Esperanto! del 2007 e Rivedere le stelle del 2014. Le canzoni presentano testi apparentemente semplici ma mai banali, con il pregio di esprimere con immediatezza emozioni e riflessioni da condividere. Su queste canzoni il trio sviluppa una musicalità pop-rock di forte impatto, con accenti swing jazz e armonie interessanti: Baxa ha una voce grintosa ma non troppo ed è un ottimo chitarrista ritmico e non solo; Gallian è eccellente nel costruire un continuo tappeto di ricami su contrappunti, riff e assoli spesso a note doppie; Perrini è un treno. Veramente bravi.

A proposito di Open Mic, si sono svolti anche quest’anno nell’accogliente cortile del bel Palazzo Roffi-Isabelli, durante i pomeriggi di venerdì e sabato con il consueto coordinamento e la partecipazione di Leonardo Baldassarri.

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Leonardo Baldassarri – foto di Maurizio Lollo

Vale la pena ricordare almeno i nomi dei tanti che vi hanno suonato: Federico Buccarelli, Mario Fales (anche lui un testimone dei tempi gloriosi del primo Folkstudio, ritornato alla chitarra dopo anni di insegnamento universitario), Lamberto Infurna, Piero Angelo Legari, Maurizio Lollo, Titti Conce’ Mignola, Giovanni Monoscalco e il figlio Giorgio Monoscalco, Fulvio Montauti, Tommaso Pelliccia, Giulia Terry Perazzo, il ‘colonnello meteorologo’ Girolamo Sansosti e Tonino Tomeo.

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Gavino Loche – foto di Piero Angelo Legari

Infine, Gavino Loche ha aperto gli ultimi tre concerti con dei brevi siparietti per promuovere le chitarre Effedot, deliziandoci con i suoi leggendari arrangiamenti di classici del rock in contemporary fingerpicking.

Andrea Carpi

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