E più mi faccio legno

Dopo una lunga settimana di lavoro tra video, libri e registrazioni varie, ho deciso di prendermi una mezza giornata di riposo. Mi piace scegliere di non fare nulla, anche perché il mio fare nulla è quasi mai ‘fare niente’. Così mi rilasso seduto sul divano rosso della mia mansarda, resa ormai celebre dalle centinaia di video di fingerpicking.net. Nella realtà i video di solito propongono un ‘chitarrista su sfondo nero’. Il nero è ‘generato’ da un telo appeso al soffitto necessario a nascondere l’insieme di chitarre, cavi, dischi e libri che riempiono i quattro lati della sala.
Osservo il soffitto. Travi di legno piene di venature. La mia attenzione viene catalizzata dal viaggio di ogni linea che finisce chissà dove. Ne scelgo una, la seguo con lo sguardo e – immaginandone la traiettoria – mi avvicino alla libreria, immaginaria fine di questo viaggio.
Mi piace avvicinarmi a uno scaffale della libreria, che riveste il perimetro di questo luogo, e prendere i libri che vi sono riposti. Una volta erano divisi per argomento e in ordine alfabetico, ma tutto era noioso e prevedibile, sapevi cosa cercare e cosa trovavi. Ora, dopo quattro traslochi, i libri si sono mescolati, uniti da una ordinata casualità. Per quanto strano possa sembrare, ogni libro è unito all’altro da un invisibile logico filo che li rende parte uno dell’altro. È facile imbattersi nella guida di Hong Kong e trovarci accanto Il delta di Venere di Anaïs Nin, un libro di ricette della tradizione sarda e un trattato su Sade, Fourier, Loyola di Roland Barthes. Quando non sono evidenti, mi invento delle logiche di collegamento per dare un senso alla scoperta e anche una ragione al mio disordine. Tra i libri che trovo ne scelgo uno, uno di quelli che mi ricorda qualcosa, e sfogliando rapidamente ogni pagina cerco una piegatura, un’orecchietta nel fondo della pagina. Dovete sapere che quando leggo un libro piego il lembo superiore della pagina, per lasciare il segno del mio ‘arrivo’, e il lembo inferiore per indicare, quando capita, che in quella pagina c’è qualcosa che mi ha colpito. Così quei lembi inferiori piegati ‘nel tempo’ mi regalano quasi sempre un ricordo e spesso un’emozione, perché sempre evocano qualcosa che mi aveva particolarmente interessato.
In mansarda ci sono tutti i miei libri, dal primo – la biografia di Bob Dylan scritta da Antony Scaduto, comprata quando avevo quattordici anni – ai più recenti, alcuni dei quali ancora mai aperti (non riesci mai a fare tutto quello che vorresti… ma ti prepari per il futuro). Quasi tutti quelli del mio passato, hanno traccia del mio passaggio e una piegatura nel bordo inferiore di qualche pagina.
Così il tempo e i suoi ricordi mi arrivano in maniera disordinata, senza una sequenza logica, come capita. Lo scaffale raccoglie argomenti e tempi diversi. Salto, m’immergo senza che nessun riferimento mi permetta di immaginare il prossimo capitolo o il successivo ricordo.
Lo scaffale preso di mira oggi è misterioso. Tra i tanti libri uno piccolo, poche pagine, ingiallito dal tempo, con una dedica nella prima pagina. La firma è: Antonio. Il libro s’intitola: E più mi faccio legno, di Antonio Saitta. Lo avevo dimenticato. Eppure era un mio amico: io diciassette anni, lui settantuno, ci frequentavamo più di quarant’anni anni fa nella sua libreria OSPE di piazza Cairoli a Messina. Amico di Salvatore Quasimodo e Vann’Antò, Antonio Saitta era un uomo minuto e riservato, ma animato da grande curiosità e passione per la poesia. Lo conobbi per caso. Dovevo comprare un libro per scuola e chiesi a mio padre dove andare. Lui mi suggerì la libreria di Saitta poiché, avendo lì il ‘conto’, potevo prendere il libro e chiedere al signor Antonio di ‘segnare’, che mio padre avrebbe poi pagato a fine mese. Fu la sua rovina: scoperto il trucco del ‘prendi e segna’, iniziai a frequentare la libreria e a cercare di comprare tutti i libri che mi incuriosivano. Lì nacque il mio rapporto con il poeta: esaltato dalla mia curiosità che ‘vagamente’ assomigliava alla sua, mi seguì in questo viaggio di passione e ricerca, suggerendomi dei percorsi e indirizzandomi in scelte che mai altrimenti avrei fatto. Lo ricompensavo parlando di musica e della mia chitarra. La mia passione per la musica, quella sì, era pari a quella sua per la lettura. Ci scambiammo per parecchi anni impressioni ed emozioni. Poi un giorno, inaspettatamente mi chiamò. Entrai in libreria e lo trovai con in mano quel libretto: E più mi faccio legno. Era la sua ultima opera. Poesie sull’anziana età. Almeno così le interpretai leggendo il titolo, che sicuramente riguardava il suo ‘irrigidirsi’ accarezzato dalla vecchiaia. Lui sorrise e mi scrisse la dedica. E poi con gesto timido ed elegante mi disse: «È un regalo anche per la tua passione».
Ora l’ho di nuovo in mano, dopo tutti questi anni, e per la prima volta, ricordando le parole di Saitta, capisco il messaggio. La mia passione è la chitarra e il libro – oltre che alla sua età, mi pare finalmente di capire – era dedicato anche al mio amore per le chitarre e per il legno di cui sono fatte e di cui tanto gli parlavo.
Forse è solo fantasia, oppure nostalgia del tempo che è stato. Certo che l’emozione di quelle pagine mi tocca ancora il cuore e provo a pensare che Antonio volesse darmi in dono, nascosto nel silenzio della sua genuina semplicità, fiducia e grinta per la mia ostinata voglia di crescere e vivere di musica. E ora che anche io inizio a ‘farmi legno’ e le mani non sono più così sicure e disinvolte sulla tastiera della chitarra, misuro il peso dei ricordi e il piacere dei sogni che nascondevo dentro le mie scarpe e che ho perso, man mano camminando, ad ogni passo sbagliato. «Perché dentro le scarpe?» vi chiederete. Per nasconderne il profumo, che altrimenti mi avrebbe fatto dimenticare la realtà.

PUBBLICATO
Chitarra Acustica, 7/2013, p. 5

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