È online Chitarra Acustica n. 2/2012

È online il numero 2/2012 di Chitarra Acustica, di cui vi proponiamo la presentazione di Reno Brandoni e che potete sfogliare gratuitamente o scaricare qui.

Fathers and SonsCA-cover-02_12

Il divieto è la prima cosa che t’insegnano quando nasci. Sai subito esattamente cos’è che non si può fare. La seconda cosa che t’insegnano, purtroppo, è a ‘odiare’ tuo padre. Solitamente non è mai a casa, lavora tutto il giorno fuori. La tua paura più grande nel non rispettare i divieti è che lui lo venga a sapere. E lo immagini come un orco pronto a punire ogni tua manchevolezza. Un uomo che non ti sa ascoltare ed è pronto solo a giudicare. Ma come farà a scoprirlo, se non c’è mai? Glielo dirà la mamma. E così impari la terza fondamentale regola: non fidarti di nessuno!

Cresci sapendo che non sarà sempre così, che un giorno ti alzerai e scapperai, lascerai alle spalle l’incomprensione e la paura. E il mondo saprà certamente accoglierti regalandoti qualcosa di meglio. Sarà proprio così fino a quando non diventerai padre, e allora inizierai a tua volta a porre dei divieti e a essere ‘odiato’ da tuo figlio. Allora capirai e la nostalgia frantumerà il tuo cuore. Comprenderai gli errori commessi e percepirai per la prima volta l’intenso amore dei genitori. Con il sorriso cercherai di catturare la comprensione di tuo figlio, ma otterrai forse solo maggiore ammirazione e affetto. Perché la tua fatica non cambierà la storia e un giorno scapperà anche lui da te.
Questo è il tema, rivisitato e corretto, di “Father and Son”, magica canzone di Cat Stevens, che ha disegnato una generazione e i suoi conflitti. Solo i figli si riconoscono in questa canzone. E solo dopo essere  diventati padri si ritrovano dall’altro lato della barricata, con lo scettro in mano e una canzone nel cuore, che sembrava non gli sarebbe mai appartenuta e invece li descriveva perfettamente anche come genitori.
Gli eccessi servono a esaltare le vicende, mostrando i lati deboli e forti dei racconti. Forse non è proprio così come l’ho raccontata, forse non è così forte, ma il conflitto tra padri e figli esiste e si replica di generazione in generazione senza nessuna eccezione.
Ora, dopo essermi immerso nell’intensità delle pagine di Aspettando al semaforo, la biografia di Enzo Jannacci scritta dal figlio Paolo, mi domando se per Jannacci padre e figlio la storia si sia ripetuta identica, o se c’è una falla nel sistema. Non ho mai letto negli occhi di un padre che parla a un figlio questa immensità d’amore. E non ho mai visto ricambiato con lo stesso ardore questo sentimento. I due si muovono come un’unica cosa, vivono in simbiosi costante e perenne, si divertono e si rattristano insieme, regalano al pubblico che li ascolta in concerto l’emozione di una favola irreale, che vive nella musica e che nella musica esprime i sentimenti più profondi. E così, mentre Enzo farfuglia e sbanda, si confonde, salta e si dimentica, scappa e poi ritorna, fa i capricci e si ostina a non essere mai diverso da sé stesso, Paolo lo trattiene, lo guida con mano saggia e sapiente, cerca di riportarlo sulla retta via. Solo che qui il padre è Enzo e Paolo è il figlio. Sembrerebbe proprio il contrario.
La musica di Enzo è grandiosa e inconfondibile, come sempre compresa in ritardo (ma di questo abbiamo già parlato), piena di dossi e cunette, svolte improvvise a sinistra non segnalate, strade interrotte e senza uscita e tunnel… tanti tunnel. Ti sorprende quasi sempre, banale quasi mai.
Quindi è con gioia che li avevo visti in teatro a Bologna, qualche anno fa, e che ho letto di recente la loro biografia. In seguito ho cercato di seguire ogni cosa che parlasse di loro, per meglio capire o – forse – solo per sognare un idillio così perfetto. Una coppia così porta in scena ogni giorno il meglio della vita, e ci aiuta a riflettere di come ci sia sempre un’alternativa.
Infine, con il dovuto rispetto e inconfessabile nostalgia e tristezza, ho visto lo speciale di Fabio Fazio dedicato al maestro Jannacci, che ha confermato le mie teorie o forse solo alimentato i miei sogni. Che importa. Ricordo solo una frase cantata da Enzo: «Quelli che… assomigliano a mio figlio, oh yeah!»

Enzo e Paolo, vi vogliamo bene.

Reno Brandoni

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