Dove sta il suono? Altre note di musicologia ‘ignorante’

Si è discusso spesso, in vari forum, se il suono sia prevalentemente nello strumento che si usa, o nelle mani del chitarrista. È incontestabile che, se pizzichiamo le corde di una chitarra e poi quelle di un’altra, esse emetteranno suoni differenti. È vero anche, come diceva Chet Atkins, che – se non pizzichiamo le corde – nessuna delle due suonerà affatto. Come è vero che se due chitarristi suonano la stessa chitarra, verranno fuori suoni differenti. Allora, hanno ragione tutti?

Penso di sì, anche se la prevalenza dell’elemento ‘strumento’ può apparire maggiormente nel caso di certe chitarre che hanno un suono particolarmente caratteristico, mentre la prevalenza dell’elemento ‘mani’ può essere evidente nel caso di uno stile chitarristico inconsueto, anch’esso molto caratteristico di un certo chitarrista.

Ma… c’è un terzo elemento, che vorrei sottoporre alla vostra attenzione: la ‘testa’. Quando un chitarrista suona, e suona da un po’ di tempo, ha in testa dei riferimenti sonori piuttosto definiti, e sono quelli che cerca di produrre quando suona la chitarra che imbraccia. Mi rendo conto di poter fare un’affermazione controversa o non condivisibile, ma esistono una serie di accorgimenti impercettibili, potrei dire inconsci (almeno fino ad un certo punto), che vengono posti in atto dal chitarrista per ottenere il ‘proprio’ suono. Se il mio riferimento sonoro vuole dei bassi potenti, e la mia chitarra non me li dà volentieri, ecco che il mio pollice userà una forza maggiore, o la mia destra si sposterà più verso il manico, o ambedue le cose.

Stoppare, lasciar risuonare, accentare, forzare il picking di una singola corda da cui ‘vogliamo di più’ e chissà quante altre cose, sono accorgimenti – ai quali si può aggiungere l’insieme delle regolazioni cui sottoponiamo il nostro sistema di amplificazione – per ottenere il suono che abbiamo in testa.

Ma questo non è ciò che si fa comunque per controllare le dinamiche, per esprimere la musicalità, insomma, non è tecnica chitarristica e, in sostanza, non sono ‘le mani’?

Penso che si tratti di altro. C’è la nostra aspettativa che la chitarra che abbiamo in mano suoni come noi vogliamo, e ciò che noi vogliamo non è tecnica, è il nostro ‘modello’. E penso anche che, nella maggior parte dei casi, noi riusciamo ad utilizzare la chitarra, purché non sia stonata o completamente muta, nel modo che più ci avvicina a quel modello. Ciò per una sorta di memoria più o meno cosciente, che trasmette al nostro sistema neuromuscolare ciò che serve per produrre il nostro suono con la particolare chitarra che suoniamo.

Cioè, la tecnica e il nostro gusto musicale ci portano ad esprimerci attraverso uno stile, mentre il nostro modello sonoro ci porta, più strettamente, verso il nostro suono.

It has often been discussed in various forums whether an instrument’s sound is prevalently determined by the instrument itself or by the hands of the guitarist. It is indisputable that if we pluck the strings of one guitar and then of another, the sounds emitted are different. It is also true, just as Chet Atkins said, that if we don’t pluck the strings at all, neither of the guitars will emit any sound… It likewise holds true that two different guitarists playing the same guitar will make different sounds. So, is everyone right?

I think so, even though the prevalence of the ‘instrument’ may seem greater in the case of specific guitars that have an especially characteristic sound, while the ‘hands’ of the guitar player may be more evident in the case of an unusual guitar style, which becomes a characteristic of a specific guitarist.

But… there is a third element that I would like to draw your attention to – the ‘head’. When a guitarist plays and has been playing for some time, he holds certain well-defined sounds in his head and it is these sounds that he seeks to reproduce when he plays the guitar in his arms. I realise that I am saying something quite controversial and many people may not share my opinion, but a series of imperceptible devices exist – I could even say they were unconscious to a certain extent – that a guitarist sets in motion in order to obtain his ‘own’ sound. If the sound reference I have in my head requires powerful bass notes and my guitar doesn’t tend to produce them, my thumb will automatically exert a greater strength, or my right hand will move slightly closer towards the guitar neck, or I will do both of these things together. Stopping sounds, allowing them to resonate, accenting them, straining the picking of a single string from which we ‘want more’ and who knows what else are all devices – to which we could add all the different ways we regulate our amplification system – that we use to obtain the sound we have in our head.

But isn’t this what we do anyway to control the dynamics, to express musicality, in short isn’t this simply guitar technique and – to sum up – our ‘hands’?

I think that it’s something else. There is our expectation that the guitar we hold in our hands should sound as we want it to. And what we want has little to do with technique. It refers to our ‘model’. I also think that in the majority of cases we manage to use a guitar, as long as it is not out of tune or completely mute, in the way that is closest to that model. We have a kind of more or less conscious memory that transmits to our neuromuscular system whatever is necessary to reproduce our sound on the specific guitar we are playing.

That is to say that our technique and our taste in music lead us to express ourselves through a certain style, while our sound model leads us more specifically towards our sound.

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  1. paolo sereno Reply

    Grazie, solo oggi leggo tutto ciò che è scritto nel post di Giovanni e sono davvero contento di potermi immergere in letture così interessanti.
    Nobilissimi contenuti, grazie ancora.
    Paolo

  2. giusi pisoni Reply

    Finger picking > raccogliere con le dita.
    Illustrissimi chitarristi, vorrei partecipare.
    I suoni nascono dal profondo dell’ anima.
    Ognuno cerca di trasmettere messaggi arcaici, elaborando memorie antiche, imprinting genetici
    di esperienze tramandate.
    Se ha il dono di poterlo fare cerca anche suoni particolari, con un tocco straordinario. Certo non suonerà la prima chitarra che gli viene messa in mano. Sarà esigentissimo, geloso, sceglirà la posizione adeguata, davanti ad un microfono di precisione in uno studio o in un angolo risonante di un ambiente.
    Perchè alla fine, da quello strumento, dovranno uscire quelle note che partono dal cuore, e tramite il cervello scorrono nelle mani, fanno vibrare poche corde… che apriranno panorami di orizzonti infiniti.
    I ricordi dell’ anima di generazioni che tramandano emozioni verranno raccolti dalle dita e convertiti in messaggi d’ amore.
    Altro che conversione A/D !
    Con ammirazione e stima
    Giusi Pisoni ( nato chitarrista ma agricoltore ).

  3. Stefano Reply

    Ciao Giovanni,
    comunque, in quanto parliamo del terzo elemento (la testa) hai ragione in un certo senso. Con la nostra testa, coscientemente o incoscientemente, pensiamo sempre quello che stiamo per suonare, tanto quando improvvisiamo come quando suoniamo qualche sonata conosciuta. Nel tema se il suono proviene dalle mani o dalla chitarra, la risposta è semplice: tutt’e due. Una chitarra è sempre diversa dall’altra; ma anche le mani di una persona, essendo guidate da un terzo elemento diverso (perché siamo d’accordo che non esistono due pensieri che siano capaci di generare la stessa per così dire ‘intensità musicale’ tanto nel piano cosciente come nell’incosciente), non possono generare lo stesso suono. Te ne puoi accorgere: due persone che suonano la stessa canzone con la stessa chitarra, non saranno capaci di suonare ugualmente; e lo stesso quando una persona fa lo stesso con due chitarre. Insomma, le mani e la chitarra hanno la stessa importanza in quanto alla generazione del suono: sono indispensabili l’una all’altra.

  4. Albert Reply

    Dopo aver letto gli interessanti interventi, penso di associare maggiormente il mio pensiero al post di Giovanni relativo al bimbo piccolo e al suo mondo circostante: voci e suoni che sente, saranno quelli che poi lo influenzeranno maggiormente in età adulta; terrei naturalmente conto del suo DNA, visto che siamo comunque unici e irripetibili.
    Io spesso mi rifaccio al suono delle chitarre acustiche che ascoltavo da piccolo, quelle meravigliose ‘Maxell’ dove ci registravo le chitarre di CSN&Y, o Cat Stevens, o i brani di John Denver…
    Tutto sommato, adesso, anche quando registro o provo una chitarra nuova, tendo a far assomigliare o ricercare proprio quei suoni che ascoltavo molti anni prima.
    Eseguire gli stessi brani su strumenti diversi, può essere davvero stimolante e appagante, come diceva Matteo… Adoro il pomodoro, ma da due chili di pomodori diversi, non otterrò mai lo stesso sapore (!), almeno non OGM…
    A questo punto metto in gioco il DNA che citavo prima: forse la combinazione tra questo background ‘involontario’ e il nostro DNA crea il nostro sound che potremmo chiamare ‘stile esecutivo o compositivo’, o semplicemente ricerca un suono che rispecchi alcuni connotati, anche tra diversi strumenti.
    Buona chitarra a tutti.
    Al

  5. Giovanni Pelosi Reply

    L’espressione ‘ignorante’ è specificamente da attribuirsi al sottoscritto, il quale ignora la maggior parte della teoria musicale, aggiungerei della storia della musica, ecc.
    Forse questa, che non è una qualità, è l’unica cosa che mi accomuna a dei grandi musicisti altrettanto ‘ignoranti’ nel senso che ho detto, tra i quali potrebbe esserci lo stesso B.B. King. 🙂
    Poiché si tratta di argomenti che attengono alla musica, mi sembra come se un analfabeta discutesse di letteratura. E poiché rispondono anche dei letterati, ne sono particolarmente felice.
    L’antropologia e la etnomusicologia ci hanno spiegato che qualsiasi tradizione, culturale, artistica e quindi musicale, hanno pari dignità e pari valore. Noi ‘occidentali’, con le nostre accademie, abbiamo sempre ritenuto che la vera cultura sia la nostra, e ci vorranno forse secoli perché ci passi ‘sta malattia. Interventi come i vostri dicono che, almeno tra i musicisti, questo è un concetto superato.

  6. Daniele Bazzani Reply

    Condivido appieno, per me B.B. King è un musicista ‘colto’, chi ne sa più di lui nel suo campo alzi entrambe le mani!

  7. Matteo Cremolini Reply

    Non vedo alcuna ignoranza nelle tue parole, anzi, ci fosse e fosse stata tanta ignoranza nel mondo accademico oggi anche i Conservatori godrebbero di salute migliore.
    Accetto, con piacere, il tuo ringraziamento ed invito te e tutti i chitarristi acustici (come io stesso sono) a non definire colto ciò che la tradizione, un po’ snob, dei musicisti di estrazione accademica ha voluto tenere lontano dal popolare, ma piuttosto il frutto di un serio e consapevole approfondimento, come quello che leggo fra le righe dei post del sito.

  8. Giovanni Pelosi Reply

    Grazie del commento, Matteo: il parere di un musicista colto è assolutamente gradito, nonostante l’ignoranza che aggiungerò sempre (o sottindenderò) ai titoli dei miei articoli, i quali come ho detto – lungi dall’essere dei saggi brevi – intendono essere soltanto degli spunti di riflessione, formulati da un vecchio praticone.

  9. Matteo Cremolini Reply

    Per prima cosa, un saluto a tutti. Vorrei condividere con voi la mia riflessione.
    Trovo l’argomento molto interessante, ogni suo approfondimento può portare a un livello di maggiore e miglior consapevolezza della propria coscienza estetica e, conseguentemente, del perché l’orientamento della scelta di uno strumento vada in una direzione piuttosto che in un’altra.
    Condivido, dal mio modesto punto di vista, la definizione di modello sonoro che è stata formulata da Giovanni Pelosi.
    Nella storia della musica per chitarra, sicuramente ha occupato un posto di assoluto rilievo il grande Andrés Segovia. È talmente chiara la propensione alla ricerca di un proprio modello estetico sonoro, che il Maestro orientò il lavoro di compositori illustri, creando cosi un repertorio che ha riscattato la chitarra dal rango ‘popolare’, dove popolare non sia da intendersi di ‘serie B’, verso una musicalità aderente al suo ‘chitarrismo’. Certo, ciò ha rappresentato anche un limite ma ha, in ogni caso, definito uno stile.
    Se ciò è possibile nella stesura di un brano, lo sviluppo della tecnica strumentale, soggettiva e individuale, andrà ancor più di pari passo con quello della ricerca sonora, del fraseggio, dell’agogica in genere. E lo strumento ‘perfetto’, oltre ai vincoli strutturali, sarà quello che più faciliterà il raggiungimento dell’obbiettivo musicale che abbiamo in mente.
    Poi capita la magia.
    Esegui il tuo repertorio su uno strumento diverso e scopri un carattere diverso fra le note dello stesso arrangiamento o della stessa composizione.

  10. Giovanni Pelosi Reply

    Non so perché, la storia del maggiolino mi ricorda qualche sabato pomeriggio passato in uno studio di registrazione, a cercare di far l’editore audio/letterario in compagnia di un eccellente attore, per realizzare una parte di una grande opera… 🙂
    Essendo il suono fatto di onde, è forse meno materico della luce, che è fatta di particelle: cercare una spiegazione della musica è come cercare quella della magia, eppure siamo qui a parlarne…

  11. Riccardo Zappa Reply

    Un giorno d’estate stavo sonnecchiando sul divano. Ad un certo punto, da alcuni trespoli alle mie spalle, contenenti altrettante chitarre, si generò una bella nota, acuta e forte. Allora mi girai, pure abbastanza preoccupato, accorgendomi che un maggiolino era atterrato su una cordiera proprio poco sotto il capotasto. E che nota volete che avesse generato? Ma è chiaro: un bel Si! Evento, questo, che subito individuai non già come un caso fortuito, bensì come un accadimento che trascendeva dalla quotidianità. Per me, quel ‘Si’, non era una nota, ma un’affermazione di grande positività: probabilmente la più alta che mi potesse capitare in natura.
    In un’altra occasione, stavolta ancor più risibile dai più pragmatici, capitò che si materializzassero, nella mia anticamera, delle voci. Da dove diamine venivano? Le riconobbi immediatamente, essendo assolutamente le stesse, giacché le avevo tanto cercate anni prima, per un mio brano intitolato “Serenata in Mi maggiore”. Le realizzammo, io e Pietro Pellegrini, impiegando alcuni fonemi che il primo computer dedicato alla musica era in grado di generare: il Fairlight. Volevo, inserita nel mio brano, quella tipica vocalità nasale che viene agli astronauti in orbita quando comunicano via radio. Taccio, per non esser sbertucciato d’ora innanzi, il seguito di questa vicenda.
    Perché, dunque, andare ad inquinare un tema legato alla sonorità, con accadimenti completamente sganciati dalla tecnica, dalla fisica seria, dall’ordine che esiste fra le sinapsi e ciò che producono le nostre dita? Perché credo che alcuni musicisti avvertano in pieno l’esistenza di qualcosa che ad un certo punto travalica la materia e che ti fa suonare in un certo modo. C’è qualcosa, qui attorno, che si percepisce nei migliori momenti di un concerto, ed anche subito dopo, se ci sono le persone giuste.

  12. wayx Reply

    Bellissimo argomento, sviscerato con sapienza da tutti voi… Intervengo umilmente non per argomentare con cognizione di causa, non la possiedo, ma per riportarvi ciò che spesso mi viene fatto notare quando sporadicamente e con il cannone alle reni qualcuno mi chiede di provare il suo strumento… Suono le poche cose che riesco a fare e mi dicono: «Perché se la suoni tu la mia chitarra mi piace? Perchè cambi strumento e sembra sempre che suoni con il tuo?» Questo per dire non che io sia bravo (Giovanni, tu mi conosci e lo sai) ma che una certa ‘sonorità’ risiede davvero nelle mani ed è riconoscibile ed esaltata a prescindere dalla bontà dello strumento usato… Tutto qui, come dicevo nella premessa, non ho apportato significativi elementi all’argomento… vabbè… sopportatemi!

    • Giovanni Pelosi Reply

      Carissimo Paolo, mi piace suscitare queste discussioni non per portare un contributo scientifico, che probabilmente è già stato fornito da autori più seri e competenti, o che forse basterebbe girare un po’ sulla rete per trovare bell’e pronto. Mi è sembrato di avere una flebile intuizione, l’invito a discuterne ha suscitato risposte più autorevoli ed interessanti dell’articolo stesso. Sopportarti? Andiamo, già manchi abbastanza da qui… e poi, rassegnati: sei molto bravo, è inutile che meni il can per l’aia, ‘MRA’ dei miei stivali! 🙂

  13. Riccardo Zappa Reply

    Allora restringiamo il campo a ciò che di prettamente acustico si desidera produrre. Nel mio caso, impiegando una 12 corde con calibro 0.9, per giunta abbassata di un tono, è chiaro che l’udibilità di ciò vado eseguendo arriva al massimo ad un metro e mezzo di distanza. Così, se è vero che trattando di amplificazione e registrazione ha senso che dica qualcosa, stando nel tradizionale ambito della sei corde, bisogna viceversa mi riferisca alla mia attività didattica, che si svolge rapportandomi ad allievi che attendono altro io risolva loro le belle questioni qui aperte.
    Diciamo che nel momento in cui il maestro corregge una frase infelice dell’allievo, egli mette in campo non solo la corretta esecuzione, ma anche una sonorità che va gestita con attenzione, poiché, se “troppo” bella, finisce per mortificare gli sforzi dell’allievo, il quale, poveretto, non solo ha sbagliato le note, ma si rende conto anche dell’abisso che gli rimane per giungere alla perfezione.
    A mia volta, da ragazzino, seguendo le lezioni di Miguel Abloniz, mi interrogavo se mai un giorno sarei arrivato ad avere un tocco simile. Oggi, che ho la sua età di allora, penso che abbia fatto bene ad affidare il mio suono ad un pickup, quindi ad cavo, ad registratore e a tutto il resto. Altrimenti la mia musica, la mia sonorità, sarebbe stata simile, se non inferiore, a quella di tanti altri.
    Per finire, noto che grandissimi musicisti abbiano finalmente incontrato la gente producendo poche note, quest’ultime con un suono assai introspettivo, finalmente libero dalle tensioni del virtuosismo.

    • Giovanni Pelosi Reply

      Il tuo suono, Riccardo, è secondo me un esempio luminoso di ‘modello sonoro’, al quale più di un tuo estimatore ha fatto, e continua a fare, riferimento. La enorme differenza oggettiva che c’è tra le chitarre che hai utilizzato e utilizzi è assai smussata, a mio avviso: Ovation, Martin, Eko… Zappa!
      E sono altrettanto convinto che quel suono tu ce l’abbia in testa, e che riesca ad ottenerlo con qualunque strumento.
      E… grazie degli interventi, è un gran piacere, oltre che un onore!

  14. Daniele Bazzani Reply

    Bell’argomento Gio, come sempre.
    Il problema è complesso e secondo me riguarda forse più l’elettrica che l’acustica. Lì il chitarrista cerca (a seconda di cosa abbia fra le mani) comunque di riprodurre il suo suono, quello che ha in testa, e allora ecco la seconda parte del ragionamento: noi ‘siamo’ il nostro suono, cambiamo negli anni, e lui con noi, ma è qualcosa che abbiamo dentro, non è scindibile dalla nostra persona. Come diceva Franco giustamente, non ho mai visto mani muoversi da sole. Quanto poi tutto questo possa essere di aiuto è difficile dirlo, ci si rende conto, con gli anni e l’esperienza, che alla fine conta solo la musica.

    • Giovanni Pelosi Reply

      Grazie Dan, suggestiva l’idea che il nostro suono siamo noi, condivido.
      Le mani non si muovono da sole (ahò, sono anche un dottore!), ma esiste un controllo motorio, ed esiste una serie di controlli che riguardano la percezione di ciò che il nostro movimento produce. Il tema del mio piccolo articolo voleva essere quello che, tra i tanti controlli che il nostro cervello esercita quando suoniamo la chitarra, c’è anche quello della corrispondenza del suono percepito con la nostra aspettativa che sia ‘quel’ suono. E che questa specie di modello sia ciò che, magari inconsciamente, cerchiamo di ottenere, a volte a dispetto della chitarra che abbiamo tra le mani.

  15. Riccardo Zappa Reply

    Per un caso – ma sarà vero che nulla accade per caso? – mentre postavi il tuo articolo qui, lo stesso giorno io facevo altrettanto su FB conseguentemente ad una riflessione che m’era venuta spontanea durante l’attuale lavorazione del mio album. Come si può vedere, avevo scritto nel form “A cosa stai pensando?” che avevo l’impressione, dopo ore trascorse a suonare in cuffia, che alla fine, sentendo il risultato dalle casse acustiche, alla gente sarebbe arrivato, sì e no, una decima parte di ciò che avevo prodotto. Credo sia molto interessante vedere quanti condividano un simile problema e pure la lettura di ciò che lì mi hanno corrisposto: http://www.facebook.com/profile.php?id=1557812791.

    • Giovanni Pelosi Reply

      Ah, caro Riccardo, se andiamo ad occuparci della registrazione e della riproduzione del suono entrano in ballo tante variabili che sarà difficile valutare… Mi sembra che i tuoi fan si preoccupino (giustamente) molto meno di te. 🙂

  16. francort Reply

    Qualsiasi chitarra, come quasi tutti gli strumenti, non ha un suono solo. Tralasciamo i suoni, diciamo così, non ortodossi solo per non allargare troppo il ragionamento ed atteniamoci per la chitarra a quelli ottenuti sollecitando le corde (e già così abbiamo un bel numero di variabili non attinenti strettamente allo strumento – composizione e scalatura delle corde, unghie, polpastrelli, plettri di varia natura e spessore). La quantità di suoni disponibili dipenderà certamente da tutti i possibili modi di sollecitare le corde, ma è lo strumento che determinerà le caratteristiche di quei suoni.
    Quando si parla di ‘suono nelle mani’ a volte si ha a che fare con l’idea che una certa tecnica applicata su strumenti diversi possa ottenere gli stessi risultati, e questo non mi convince né mi convince che si possa forzare, applicando tecniche adatte, uno strumento a produrre gli stessi suoni di un altro.
    Diverso il discorso sulla ricerca personale delle timbriche più congeniali alla propria musica, che è sempre possibile per chiunque su qualsiasi strumento. Su questo punto però caro Giovanni, non parlerei di suono che sta nelle mani. La testa non è un ‘terzo elemento’: non ho mai visto mani che si muovono senza una testa che le guida (o forse sì, ma lasciamo perdere…), è anzi l’elemento principale in gioco.
    È vero che è possibile avere l’idea di un ‘suono’ di riferimento ed è innegabile che evidentemente questo succede e anche spesso. Ma dove e in che modo si forma questo riferimento? Dall’esperienza che si forma nel suonare molti strumenti diversi o dal suono riprodotto in vario modo dai dischi? E soprattutto questo suono è un’astrazione o ha a che fare con la musica che si vuole suonare? Mi verrebbe da citare Quelo: «La seconda che hai detto!»
    Per un certo periodo (ero molto giovane ma me lo ricordo ancora) ho suonato la mia Teller classica cercando di riprodurre il suono della Gibson 175 ed a un certo punto mi ero anche convinto di essermi avvicinato un bel po’. Ora penso che questo sia un modo di fare musica che allontana la comprensione delle caratteristiche di uno strumento. Magari la musica non risentirà più di tanto, ma può accadere che si rientri nella categoria di quei clienti che i liutai un po’ detestano: i chitarristi, magari anche bravi, che non capiscono gran che del loro strumento. Lo dico per esperienza…
    È da prendere in considerazione la possibilità di un atteggiamento diverso nei confronti degli strumenti, che metta in primo piano la musica ed in relazione ad essa porti a scoprire con curiosità la possibilità che un diverso mondo sonoro porti a una musica nuova. Certo sarà sempre il musicista che comanda lo strumento, ma la comprensione profonda dello strumento può e deve essere stimolo per la creatività.
    Oggi tendo a cercare in uno strumento le attitudini del suo mondo sonoro ed a verificare, mettendole in relazione con il mio immaginario e le mie (limitate) capacità, quale musica ne può scaturire… le sorprese son sempre le più gradite.

    • Giovanni Pelosi Reply

      Ciao Franco, grazie della inevitabilmente interessantissima risposta.
      Non sono un sostenitore del ‘suono nelle mani’, non più di tanto, almeno. Quello che volevo introdurre è il concetto di ‘modello’ sonoro, condivisibile o no.
      Secondo me, il primo modello sonoro sono le voci degli adulti intorno al bambino, il quale ad un certo punto impara a riprodurle con il suo strumento, la laringe, certamente molto diverso da quello di cui dispongono i genitori. Ciò nonostante, l’influenza di quel modello avrà parte rilevante nella parlata del bambino per tutta la vita. Caratteristiche genetiche aiuteranno il formarsi di uno strumento simile in parte a quello dei genitori, ma l’influenza degli esempi archetipi è, secondo me, determinante.
      Proverò biecamente ad aiutarmi con l’esempio del comico Luca Laurenti: parla in un modo, e canta in un altro, eppure le corde vocali restano le stesse: mestiere, certo, ma forse anche modelli differenti.
      Sulle chitarre: la differenza tra una chitarra ed un altra, che c’è sicuramente, tende ad essere fustrata, piuttosto che esaltata, dal medesimo chitarrista; questa è la mia opinione, che non ha, ovviamente, pretesa di valore etico, ma al massimo di essere un’osservazione basata su un po’ di anni di ascolti, anche autocritici.

  17. Guido Reply

    Ben detto, Giovanni! Anche se forse a volte è bello farsi ‘sorprendere’ da una chitarra e da ciò che essa può dire (nelle mani di chi la suona…). Lasciare cioè che venga fuori un qualcosa che non è proprio quello che abbiamo in testa, ma è quello che scaturisce da quel binomio unico e irripetibile di quel chitarrista con quella chitarra. Quando dici che «noi riusciamo ad utilizzare la chitarra […] nel modo che più ci avvicina a quel modello» capisco che la sensibilità di un chitarrista esperto va evidentemente al di là della mia esperienza, ma continuo a credere che il suono nasca dal quel binomio irripetibile di cui sopra.

    • Giovanni Pelosi Reply

      Beh, ciò che dici è, per riferirmi ai termini che ho già usato, che il ‘modello’ possa subire un’evoluzione a seconda delle chitarre che via via si conoscono. Credo che, almeno in parte, tu abbia ragione, Guido. Così come un’evoluzione tecnica o stilistica del chitarrista potrà dare anche il suo contributo all’evoluzione del modello sonoro. Del quale non sostengo che sia immutabile ed indipendente dalla chitarra o dallo stile, bensì che esiste, e che a sua volta infuenza il suono della chitarra e lo stile del chitarrista.
      Faccio un esempio ‘elettrico’, più semplice da seguire: se il mio modello sonoro è il suono di Hank B. Marvin (Strato+ Vox AC30, cristallino) e ho in mano una Gibson Les Paul, agirò sulle regolazioni di chitarra e amplificatore in modo da avere il suono meno lontano dal mio riferimento: ci riuscirò? Non credo, ma farò quanto posso perché il mio suono assomigli a quello.

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