Didattica ignorante? – 1

(foto di Elio Berardelli)

1. «Le lingue dal punto di vista fonetico sono migliaia, mentre dal punto di vista psicologico ne esistono solo due: la lingua materna o primaria e tutte l’altre lingue messe insieme o seconde».
«[…] la lingua più profonda e nobile è quella lingua che la mamma trasmette con naturalezza al figlio».
(Ludwig Wittgenstein, Ricerche filosofiche, 1953)
2. «I limiti della mia lingua sono i limiti del mio mondo».
(Ludwig Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus, 5.6, 1921)

Non scomoderò ulteriormente Ludwig Wittgenstein, né mi occuperò di pedagogia, eppure partirò dal bambino. Nessuno ha mai avanzato l’ipotesi che un bambino, per parlare, possa prima imparare le complesse regole della grammatica e della sintassi. Si richiedono almeno cinque anni di “look and learn” o, meglio, di “listen and learn” nell’ambito, essenzialmente, familiare.
L’importanza di quella che chiameremo la “lingua materna” è tale da farci riconoscere, ad esempio, che il nostro Presidente della Repubblica, persona di grande esperienza politica, culturale e di vita, è nato a Napoli, o lì vicino.
Per chi, come me, ha vissuto in città nelle quali si parlano dialetti differenti, è naturale l’osservazione che nessuno, colto o ignorante, sbaglia una sola espressione dialettale e, nei rari casi in cui si cade in errore, ci si rivolge ai ‘vecchi’ per farsi correggere. La profondità di quel linguaggio sta nell’essere trasmessa da un esempio costante, ripetuto, all’inizio della nostra vita ‘fonetica’, nelle fasi finali della maturazione del nostro Sistema Nervoso Centrale.
Se riconosciamo che la musica è paragonabile ad una lingua, potremmo trasferire alcuni concetti importanti dalla didattica linguistica alla didattica musicale, e ce n’è uno che mi sta particolarmente a cuore: non cerchiamo di insegnare la grammatica a chi non sa parlare. In questo modo ci hanno insegnato l’inglese, e non l’abbiamo imparato, nella scuola media. In questo modo ci hanno insegnato il latino e il greco al liceo, e certo non abbiamo imparato a parlare l’uno, né l’altro. Nel caso delle lingue morte, non c’è neanche la possibilità di ricevere dei credibili esempi.
Una persona di media cultura e di medio comportamento utilizza, a seconda del contesto, un linguaggio confidenziale ed uno formale, che assomiglia di più a quello imparato sui libri. Per “contesto” intendo, molto più degli interlocutori, l’argomento di cui si parla: difficilmente si discute di matematica, medicina o filosofia, in un linguaggio confidenziale o in dialetto. Come difficilmente si utilizzerà la migliore forma italiana nel raccontare una barzelletta. Perché?
La risposta che provo a dare è multipla: da una parte, l’inadeguatezza del linguaggio familiare o vernacolare ad una materia scientifica, umanistica o, insomma, colta. Dall’altra, la maggiore efficacia di un linguaggio spontaneo, spesso colorito in sé, per un contenuto confidenziale. Da una parte, il riferirsi con frequenza a ciò che si è letto, dall’altra riferirsi più spesso a ciò che si è ascoltato. Da una parte, cercherò di essere preciso, spesso preparerò le mie relazioni con cura, a volte scrivendole prima per verificarne la correttezza, e dall’altra mi curerò soltanto dell’efficacia e della suggestione di ciò che dirò, sarò spontaneo accettando il fatto che potrei commettere degli errori e che il rapporto con l’ascoltatore è informale.
Da una parte l’accademia, dall’altra la tradizione popolare. Da una parte, la lingua materna, dall’altra le lingue “seconde”.
Se è vero che un Accademico della Crusca si può permettere di parlare in dialetto nel suo privato, è altrettanto vero che non è plausibile che una persona che parla un dialetto e non abbia studiato l’italiano decida di parlarlo in un’occasione pubblica, e ci riesca. Sarebbe, dunque, vero che, se accettiamo il secondo suggestivo punto della citazione di Wittgenstein, chi studia ha un universo meno limitato di chi non lo fa. Francamente, ne sono convinto, anche se ho delle riserve sul campo di applicazione di questa massima, e ve ne parlerò.

Nella prossima blog entry cercherò di riferirmi più specificamente ai generi musicali e all’insegnamento secondo me appropriato, ovviamente sempre… con ‘ignoranza’.

(photo by Elio Berardelli)

1. «From the point of view of phonetics there are thousands of languages, but from a psychological viewpoint there are only two – your native tongue, or primitive language, and all the other languages put together, or second languages.»
«[…] the most profound and noble language is the one a mother naturally bestows on her child.”
(Ludwig Wittgenstein, Philosophical Investigations, 1953)
2. «The limits of my language mean the limits of my world.»
(Ludwig Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus, 5.6, 1921)

I won’t disturb Ludwig Wittgenstein any further, nor will I occupy myself with the science of education, and yet I will start with the child. No-one has ever put forward the hypothesis that before a child speaks, he/she should learn the complex rules of grammar and syntax. To learn a language, it takes at least five years of ‘looking and learning’, or rather ‘listening and learning’ within an environment that is in essence that of the family.
The importance of what we call our “native tongue” is such that we immediately recognize that the President of our Republic, for example, a person of great political, cultural and general experience, was born in Naples or nearby.
For people like me who have lived in cities where varying dialects are spoken, it’s natural to observe how no-one, whatever their level of education, ever makes a mistake in a phrase in their dialect and, in the rare cases where an error is made, they look at the ‘elderly’ to correct them. The depth of a dialectical language lies in its being transmitted through constant repeated examples from the beginning of our ‘phonetic’ life, during the final phases of the maturation of our central nervous system.
If we recognize the fact that music is comparable to a language, we can carry several important concepts across from linguistic didactics to musical didactics, and there is one concept in particular which is especially dear to me – let’s not try to teach grammar to those who can’t yet speak. This is how they taught us English at secondary school, and we haven’t learnt how to speak it yet. This is how they taught us Latin and Ancient Greek at high school, and we certainly haven’t learnt how to speak that either. In the case of a dead language, we don’t even have the chance of receiving credible examples.
Someone of average culture and average behaviour uses a formal language that is similar to the one used in books, as opposed to a more relaxed language according to the context. By “context” I don’t mean who we are speaking to so much as what we are speaking about. It’s unlikely that someone will use an everyday or dialectical language to discuss mathematics, medicine or philosophy, just as you wouldn’t use Queen’s English to tell a joke. Why not?
The answer I want to give is multi-faceted. On the one hand, there is the inadequacy of a familiar or vernacular language to deal with scientific, humanistic or cultural subjects. On the other hand, a spontaneous language, which is often coloured in itself, can be more effective for an intimate setting. On the one hand, we are referring for the most part to things we have read; and on the other hand, more often than not, we are referencing things we have heard. On the one hand, I will try to be precise and may well prepare what I have to say carefully, sometimes making a written note first to check its accuracy; while on the other hand I am only worried about the forcefulness and suggestiveness of what I say, so I prefer to be spontaneous and accept the fact that I may make some mistakes and that my relationship with my listener is an informal one.
On the one hand there is the academic world, and on the other hand the everyday life of the people. On the one hand our mother tongue, and on the other hand our “second” languages.
While it’s true that a high-brow academic may allow themselves to speak in dialect in private, it’s equally true that it’s not plausible for someone who only speaks in dialect and who has never studied Italian [or English in our case] to decide to speak it on a public occasion and manage to do so. It would therefore be true that if we accept the second suggestive quotation from Wittgenstein, whoever studies has a less limited universe than whoever does not. To be perfectly honest I am certain this is true, even though I personally have some reservations about this maxim’s field of application, and I’ll speak more about that later.

In my next blog entry, I’ll link my argument more closely to musical genres and discuss what kind of teaching methods I consider to be appropriate, obviously once again… with great ‘ignorance’.

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  1. francort Reply

    L’apprendimento del linguaggio è un passaggio ineludibile per la vita di relazione, non così per la musica. Ciononostante qualche analogia c’è ed il fatto che tu sia partito dai suonatori d’organetto diatonico e dai bluesman è un indizio. L’apprendimento della musica in modo “materno” avviene quando è il contesto socioculturale ad assumere questo ruolo materno (lo so è un po’ tirata per i capelli ma tanto siamo tutti inioranti). Se sei nato a Premana (prealpi lombarde) diciamo fino agli anni 40/50 avresti imparato un tipo di canto corale di straordinaria potenza e che avresti potuto imparare solo li. Quello è stato il modo di cantare a Premana fino a quando non sono arrivati i dischi del coro della SAT. Oggi quel modo è di cantare è perduto e io ne so qualcosa per averne parlato con Roberto Leydi e per aver origliato una sera ad una casa di Premana … mi scuso per la digressione. Era per dire che l’insegnamento della musica per imitazione funziona ma in modo fortemente differenziato in funzione di contesti diversi. Le motivazioni profonde dell’apprendimento di una musica di tradizione stanno anche nella forte valenza di maggior integrazione e identificazione del gruppo di cui si fa parte.
    Quando si apprende la musica, per citare Totò, a prescindere … si “decide” cosa apprendere, le motivazioni posso essere le più disparate e il percorso (o i percorsi) meno lineare.
    Sugli aspetti strettamente pedagogici aspetto la tua seconda puntata perche le tue considerazioni sono interessanti.
    Non riesco però a non fare una ulteriore digressione. Quando comincio a leggere di strutture musicali innate determinate dalla struttura genetica la mano mi corre alla fondina (è un gesto simbolico come guardarsi il polso senza aver l’orologio). La valenza ideologica di un impostazione del genere è di quelle che giudico devastanti: da li ad affermare che c’è una musica “naturale” e che quindi se sei fuori da quei canoni sei un “diverso” il passo è breve e se diventasse senso comune il gesto potrebbe diventare meno simbolico.
    P.S.: mio nipote e i suoi amici liceali si raccontano barzellette su feisbuch espresse in formule matematiche. Loro si rotolano dalle risate. Loro.

    • Giovanni Pelosi Reply

      “Era per dire che l’insegnamento della musica per imitazione funziona ma in modo fortemente differenziato in funzione di contesti diversi.”
      Non vedo in questa affermazione, che condivido in pieno, una differenza qualitativa con l’apprendimento del linguaggio, anzi, è quanto direi dell’apprendimento per imitazione del linguaggio, usando le stesse parole.
      Anche l’espressione “L’apprendimento del linguaggio è un passaggio ineludibile per la vita di relazione, non così per la musica.”, mi sembra, se non contraddetta, molto mitigata da
      “Le motivazioni profonde dell’apprendimento di una musica di tradizione stanno anche nella forte valenza di maggior integrazione e identificazione del gruppo di cui si fa parte.”
      Se vuoi, un complemento della vita di relazione, ma la musica, benchè eludibile, non prevede per questo di essere imparata per forza ed in ogni caso a partire dalla teoria.
      Per me, quelle di tuo nipote sono equazioni la cui soluzione dà il numero identificativo di una barzelletta che tutti conoscono. Un bel modo di raccontarsela 😉

    • Giovanni Pelosi Reply

      Mi rendo conto di aver saltato una risposta ad un punto che, anch’esso, mi sembra importante del tuo commento. Il comune concetto di libertà, così come si intende fortunatamente oggi, prevede che anche cose in apparente vistosa contraddizione col patrimonio genetico siano oggetto di scelte e considerazioni soggettive. Peraltro, “innato” non vuol dire per forza genetico, ma potrebbe voler dire anche “acquisito prima della nascita”. In ogni caso, poichè il tema del mio “ragionamento” è l’apprendimento, ci muoveremo su terreni diversi dalla genetica. Alla quale non darei il torto di essere male utilizzata.
      In ogni caso, proprio per capire a quale genere di esperimento “musicale” siano stati sottoposti i neonati, ho scritto una e-mal all’autrice, la dottoressa Perani, chiedendole cortesi lumi. Dello studio darò sommario conto nella prossima puntata, che sto riscrivendo perchè, alla luce degli autorevoli commenti “anticipatori”, vorrei che fosse conclusiva: è difficile non anticipare quello che seguirà, se i commenti lo anticipano.

      Grazie ancora del tuo intervento: sono certo che potrai essere un importante contraddittore o “puntualizzatore”, d’altra parte è proprio dagli interventi contrari mi aspetto una crescita del mio modo di pensare, ed un innalzamento del livello di discussione dell’argomento.

  2. Reno Brandoni Reply

    Visto l’interesse dell’argomento stiamo provando anche questa variazione ai commenti del Blog “nidificandoli”. Forse così è più semplice seguire il discorso…

  3. maxgit Reply

    aha! moolto interessante, però, nel seguito, spero che lo spiegherai piano piano, come si fa coi bambini 😉

  4. maul Reply

    Caro Futre … non sei solo a non aver capito nulla però resto con Franco in attesa e battendo il piedino (ovviamente ‘fuori tempo’ e, possibilmente, anche ‘scordato’)della parte successiva, che, caro Giovanni, non sarà affatto deludente.

  5. futre Reply

    “È andata bene perché scoprii che era piuttosto sordo, e bastava muovere la bocca senza dire niente.”

    è quello che faccio io quando suono in pubblico, suono senza toccare le corde e metto un cd del bazzani.

    devo dire che funziona!

  6. Ric Velluto Reply

    va beh, sticazzi se la metti sulle “localizzazione controlaterale all’emisfero dominante”… (quella sarà per gli accordi di settima dominante, ma per gli altri?)

    adesso che hai suscitato l’interesse smettila di rispondere alle nostre piccole osservazioni e concentrati a pubblicare la seconda parte…

    (ciao, grandissimo!)

    • Giovanni Pelosi Reply

      E che ci posso fare, tu hai tirato giù nomi a rotta di collo (magari sono campioni di freccette, e che ne so?), mi sono dovuto rifugiare dietro termini di cui ho vaghi, terrificanti ricordi (l’esame di Anatomia si faceva in una sola volta, con un manualetto di 5000 pagine e dieci [ ! ] esaminatori schierati, e quello che t’interrogava sul Sistema Nervoso Centrale era l’ultimo, il compianto Zaccaria Fumagalli, autore del libro e titolare della cattedra. È andata bene perché scoprii che era piuttosto sordo, e bastava muovere la bocca senza dire niente).
      Un abbraccione!

  7. sammy Reply

    L’introduzione è intrigante. Attendo il seguito 🙂

    • Giovanni Pelosi Reply

      Grazie, Fu’. Spero, a questo punto, che il seguito non sia TROPPO deludente 🙁

  8. giusi pisoni Reply

    Secondo me, che sono veramente ignorante,
    l’ imprinting linguistico viene principalmente dalla madre:
    – difatto un figlio nato in America non ha facilità ad impararare la lingua italiana dal padre, anche se questo ha sempre parlato l’ italiano, rivolgendosi a lui, fin da piccolo.
    Mentre se è la mamma ad avergli parlato in italiano, fin da piccolo, questo generalmente la apprende con facilità, mantenedola poi per tutta la vita.
    >>>> ed eccoci al concetto di lingua madre.
    Questo, secondo la mia ignorantissima teoria, starebbe a dire che la memoria linguistica si trasmette ( e qui espando per non offendere alcun genitore ) da chi ti ha messo al mondo, o da chi ti ha allevato nei primi istanti della tua vita. Lingua madre, dialetto e anche linguaggio straniero che sia.

    Ed ora veniamo alla musica ! ! !

    Qui abbiamo a che fare con una memoria antica,
    che si inzuppa nel brodo primordiale, e si porta dietro imprinting genetici che saltano fuori anche dopo varie generazioni.
    Non è infrequente che il figlio di un musicista sia completamente disinteressato a qualsiasi tipo di musica, e magari pure stonato. E sì che ne ha sentita di musica, in casa.
    Ma ecco il miracolo.
    Il nipote, il pronipote… più su sull’ albero genealogico, con lo stupore di tutti
    viene al mondo con una sua ben definita lingua musicale. Magari non ne ha sentita nemmeno una nota, in casa. Un musicista.
    Potrà essere come forse è che mi stia sbagliando, ma il linguaggio musicale è talmente distante da quello parlato che a volte gli uomini riescono a fare le guerre per dei fraintesi anche diplomatici, delle incomprensioni della lingua, anche se questa è la stessa, e ben parlata, studiata !
    Per la musica questo non succede, e oserei dire che la comunicazione del linguaggio musicale è assai più profonda di quella delle parole. Anzi, non oso. Lo dico.
    Con tre note c’ è chi apre dei mondi visuali.
    Con tre parole ?

    È molto più libera la musica !
    Non molla gli alleli del crossing over genetico, né quelli della sorpresa generazionale.
    Se così non fosse non staremo qui legati a scavare nella ricerca dell’ impossibile.
    Vedete che lo sto facendo con le parole, e
    non con la musica ?

    Credevo di avecela fatta.

    Giusi Pisoni

  9. futre Reply

    ma sono l’unico che non ha capito nulla?

    🙁

  10. Ric Velluto Reply

    giusto per tornare a sentirmi fuori luogo…
    attenzione al paragone tra apprendimento della lingua e apprendimento dei linguaggi musicali… Noam Chomsky, con grande credibilità scientifica (pur non unanime) sottolineerebbe che la facilità di apprendimento “per imitazione” (e non per apprendimento delle regole sintattiche) della lingua madre (ma anche di successive) è data dal fatto che le strutture sintattiche di base sono universali ed innate, e così le strutture di apprendimento linguistico…
    se avesse ragione lui (e non è un pirla) il paragone con l’apprendimento musicale implicherebbe l’ipotesi che la stessa natura innata sia anche per le strutture sintattiche musicali… che non sto dicendo che non sia vero, ma al momento forse un po’ azzardata.
    inoltre Howard Gardner (quello che ha smantellato la credibilità dello strumento Quoziente Intellettivo lavorando sul modello della molteplicità delle intelligenze) direbbe semplicemente che quella linguistica e quella musicale sono intelligenze diverse…
    detto questo applicare la similitudine, se mi pare avere un enorme valore esplicativo e metaforico (che condivido, se ho anch’io ben capito dove si andrà a parare) non può, forse, con facilità diventare un modello pedagogico solido…

    va bene, ho finito di rompere…
    un abbraccio

    • Giovanni Pelosi Reply

      Ben torni omai, mio prode 😉
      Grazie del tuo commento; come potevo aspettarmi vola sicuramente più alto del mio articolo ;-))
      In realtà, la mia intenzione iniziale era proprio quella di utilizzare il valore esplicativo e metaforico della similitudine, anche se partivo da una interiore considerazone di quanto è avvenuto tra i bluesmen o tra i suonatori d’organetto diatonico. Quindi, da un’osservazione empirica dell’apprendimento musicale tramite l’imitazione.
      Peraltro, gli studi che citi mi sorprendono ( e non potrebbe essere diversamente, non capisco un cacchio di psicologia): studi recenti di neurologia parlano con crescente insistenza, benché non con prove definitive, di strutture musicali innate, ed alcuni sostengono, non univocamente, una localizzazione controlaterale all’emisfero dominante.
      Il fatto che sia un’intelligenza diversa sembra comunque certo, mentre provo ad ipotizzare che le “regole”, inizialmente desunte dall’uso, per poi diventare formali e prescrittive, e periodicamente piegarsi di nuovo all’uso, ecc., siano il frutto della stessa intelligenza, che si tratti di materia musicale o linguistica.
      In fondo, le regole musicali vengono espresse nella lingua e nel linguaggio matematico, e non nella musica, nella quale, al più, vengono, più o meno coscientemente, applicate.

      Qui lo dico e qui lo nego;-))
      Ciao,
      Giovanni

  11. Fulvio Montauti Reply

    Curioso di leggere il resto, sia per conoscere il “giovanni pensiero” che per gli spunti “teorici” di cui immagino sia farcita la seconda parte.

    • Giovanni Pelosi Reply

      Ciao Fulvio, grazie! Anche se parlare di “pensiero” è esagerato, se riferito a me 😉

  12. francort Reply

    già, anch’io resto in attesa (disse battendo ritmicamente la punta del piede…)

    • Giovanni Pelosi Reply

      Franco! Immaginarti in foot-tapping è un’esperienza ;-)) OK, cercherò di essere sollecito nel seguito. Però, da te mi piacerebbe sapere se il parallelo lingua/musica è praticabile, sia pure con dei distinguo (stranamente, ho scoperto che il primo distinguo è di tipo neurologico…).

  13. giusi pisoni Reply

    Briganti birichini,
    che vi aspettate al largo
    spero per far festa da vecchi amici.
    Vi tendete le trappole,
    vi nascondete nell’ ombra.
    Poi all’ improvviso, colta la falla dell’ altro, fate cucù, come Silvio alla Cancelliera.
    E’ fantastica ‘sta storia.
    Mi sa che vi divertite da matti !
    Questa volta però l’ argomento di Giovanni è veramente trappoloso.
    Si cerca di individuare la differenza fra
    linguaggio e musica.

    Giovanni, come ti saltano in mente queste provocazioni ?
    Vuoi mettere tutti alla prova.
    Fai bene.

    Ne vedremo di belle.
    Aricomplimenti

    Giusi Pisoni

    • Giovanni Pelosi Reply

      Ciao Giusi, grazie del commento “generale”: è vero, ci divertiamo da matti 😉

  14. Reno Brandoni Reply

    allora attendo

    • Giovanni Pelosi Reply

      Dunque, capisco che un’idea, di ciò che seguirà, sarà meglio che la dia. Sto studiando un po’ l’approccio alle lingue, ed un po’ di neurologia del linguaggio e della percezione musicale. Alla fine, non sarà che un blog, perciò non aspettatevi un’opera scientifica, io penso che diversi tipi di musica richiedano approcci didattici differenti, e Reno Brandoni, che mette on line delle lezioni “look and learn”, ma anche rigorose lezioni con partitura e tablatura, non può pensarla troppo diversamente. Basterebbe la storia delle lezioni di Gary Davis a Stefan Grossman, e quella dele lezioni di Stefan a Reno, per esemplificare quello che voglio dire, parlando di quel genere di musica. Ma vorrei riuscire a fornire una spiegazione del perché la penso così, ed in qualche modo corredarla di argomentazioni, la ricerca delle quali mi sta arricchendo di conoscenze, e spero non risulti inutile anche per chi gentilmente leggerà.
      La finalità dell’insegnamento ed il genere musicale che si vuole imparare/insegnare sono, a mio avviso, delle discriminanti per la scelta dell’approccio didattico, quanto lo sono le personalità del docente e dell’allievo.

  15. wayx Reply

    Il prologo è sicuramente interessante… e sono già abbastanza sicuro di sapere dove vuoi andare a parare, tanto che mi sento di poter dire, ora e qui, SONO D’ACCORDO CON TE.

    • Giovanni Pelosi Reply

      Carissimo Paolo, tu sei troppo furbo: non tanto perché sai dove andrò a parare, ed io ne sono meno sicuro, quanto perché, se sarai d’accordo con me, avrai ragione 😉
      Grazie, amico mio!

  16. Reno Brandoni Reply

    Quando Giovanni inizia così, so che sarà un lungo ed arduo cammino… Ci sono tante cose da dire su competenza e suggestione. Ricordo che Stefan mi diceva sempre che fare il musicista è un mestiere, suonare su un palco, un’altro. Nel primo caso il musicista deve conoscere perfettamente le regole, nel secondo deve avere carisma e suggestionare il pubblico.
    Non è detto che un buon musicista sia anche un buon concertista, e non è detto che un buon concertista sia anche un ottimo musicista… tanto per aggiungere paglia al fuoco!

    • Giovanni Pelosi Reply

      Ma, mannaggia, ad essere sinceri con gli amici, ci si rimette sempre: tutti sanno già quello che dirò, ed io che voglio prenderla alla larga 🙂
      Più che altro, caro Capo, voglio distinguere diversi tipi d competenza… ma non farmi anticipare tutto, ho già scritto il secondo articolo…

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