Dedicato a Pino – Intervista a Teresa De Sio con Sasà Flauto

(di Andrea Carpi / foto di Luciano Viti) – Con la schiettezza, la generosità e la passione che la caratterizza, Teresa De Sio ha affrontato un’impresa ardua, ricordare Pino Daniele a due anni dalla sua scomparsa, dedicando un intero disco alle sue canzoni, con l’eccezione di un brano originale a lui ispirato, “’O jammone”. Questo a rischio di sentirsi accusata di fare un disco ‘di circostanza’, o di porsi a confronto con Pino e la sua musica, per tanti versi inimitabili. E naturalmente l’approccio di Teresa canta Pino non è, e non poteva essere in alcun modo, una replica del mondo sonoro di Daniele, ma riflette l’esigenza di metabolizzare quel mondo all’interno della personale dimensione musicale di Teresa, quella sorta di folk-rock che si è sviluppato nel corso degli anni, con alla base sempre una pulsazione ritmica ispirata alle radici, una strumentazione per metà acustica, e l’innesto di una ricerca sonora legata all’attualità. In questo lavoro le è stato accanto ancora una volta Sasà Flauto, che – salvo qualche interruzione – è stato suo chitarrista, produttore musicale e arrangiatore fin dal 1997. Ma il dato essenziale è stata l’evidente sincerità e genuinità con cui Teresa ha vissuto questo compito, che per lei si è imposto come un’urgenza interiore, un «atto di devozione» verso Pino, come lei ama ripetere, un progetto che aveva anche pensato di realizzare d’impulso subito dopo la morte dell’amico.

E il fatto che una delle voci più significative della nuova musica partenopea e italiana legata alla tradizione, abbia sentito il bisogno di testimoniare il suo coinvolgimento attraverso la riproposta e la reinterpretazione dell’opera del ‘capo’ della moderna musica napoletana, si pone come un primo passo per l’ingresso di Pino in un movimento di folk process, nel quale le sue canzoni sono destinate a divenire degli standard della nostra musica.

Teresa, com’è nato questo progetto che definirei coraggioso, poiché confrontarsi con la musica di Pino Daniele non è semplice per nessuno?
Teresa: Già due anni fa, quando Pino è scomparso, avevo pensato che avrei potuto mettere in opera questa idea. Però mi è sembrato che i tempi fossero troppo prematuri, che realizzare un disco subito avrebbe potuto dare l’impressione di un progetto di circostanza, cosa che non era. Fino a che, passati due anni, ho capito che potevo finalmente farlo, che mi avrebbe fatto piacere farlo, che mi avrebbe divertito e che sarebbe stato – come dico sempre – un disco ‘devozionale’ nei confronti di Pino. Perché Pino si è inventato delle cose importanti, che hanno aperto delle strade anche a tanti altri musicisti. E poi c’è un’altra cosa da dire, che ultimamente mi ero riavvicinata a lui. All’inizio della nostra frequentazione avevamo stabilito un rapporto di amicizia, Pino aveva anche scritto un pezzo per il mio primo disco, “Nanninella” [in Sulla terra sulla luna, 1980]. In seguito ci eravamo un po’ perduti nel corso degli anni, anche perché avevamo intrapreso strade molto differenti nella musica. Però negli ultimi tempi ci eravamo riavvicinati, lui mi aveva chiamato per partecipare ai cinque suoi concerti al Palapartenope di Napoli, nel periodo tra Natale e Capodanno 2013-2014. Ci eravamo riavvicinati molto, tant’è vero che si parlava anche di fare delle cose insieme, c’erano dei progetti di spettacoli, di rifare i concerti di Napoli però con l’orchestra. Poi tutto è andato in un altro modo. Ma insomma, per tutte queste ragioni, alla fine mi sono sentita che questo disco potevo farlo, forte anche della consapevolezza di essere donna, e del fatto che comunque la mia vocalità, la mia interpretazione non sarebbe mai stata messa direttamente a confronto con quella di Pino, come sarebbe potuto capitare a un interprete maschile. Infatti nessuno si azzarda a fare un disco con la musica di Pino… D’altra parte, una volta deciso di iniziare, la mia domanda è stata: «E questo disco adesso come lo faccio?» Perché, parlando in particolare di chitarra, uno degli elementi più riconoscibili della musicalità di Pino era appunto il suo modo di suonarla. Quindi, la prima cosa da evitare era proprio cercare di riprodurre le cose che lui faceva con la chitarra, perché era impossibile e né io, né Sasà, avremmo mai voluto farlo; sarebbe stato inutile, prima ancora che ridicolo. Né avevo intenzione di fare quello che fanno in giro le cover band di Pino: anche questa sarebbe stata un’operazione inutile, perché meglio di Pino nessuno può fare le cose di Pino. Per cui con Sasà ci siamo messi a ragionare, e abbiamo deciso di impostare questo lavoro tenendo presente Pino come compositore: quindi tutte le melodie, tutte le parole e anche molti riff, che però abbiamo riprodotto in altro modo, con le sezioni di fiati, con strumenti acustici, con altri strumenti che non fossero la chitarra elettrica. Laddove la chitarra acustica ed elettrica compare in questo disco, compare in una modalità completamente diversa, perché l’idea era quella di portare nel mio mondo sonoro la musica di Pino, di creare questo tipo di fusione. E il frutto di questo lavoro devo dire che mi conforta molto, perché effettivamente – ricantando queste canzoni – spero di essere riuscita, almeno nella maggior parte dei casi, a trovare una strada personale, che non tradisse Pino come autore, ma che mi lasciasse libera di dire qualcosa con la mia personalità musicale. La cosa fondamentale è stata aver scelto delle canzoni che mi sentivo di poter cantare, contribuendo con la mia interpretazione, con l’arrangiamento e con le sonorità inserite in questo disco, ad aggiungere qualcosa in più rispetto a tutto quello che ha già detto Pino.

Teresa De SioIn questa ottica c’entra anche la scelta dei brani, che credo sia stata funzionale alle cose che hai appena detto.
T.: Sì, è stata funzionale alle cose che ho detto finora, ed è stata per prima cosa assai difficile. Con Sasà ci siamo fatti una full immersion in tutta la produzione di Pino, che è durata giorni e giorni. E alla fine ho deciso di optare per il Pino napoletano…

C’è un solo brano in italiano…
T.: Sì, “Un angolo di cielo”, perché…

Perché ti piaceva troppo…
T.: Esatto, perché mi piaceva troppo… e poi perché si prestava molto a essere introdotto in un mondo in cui echeggia un’altra mia musica elettiva e di formazione, che è il reggae. Fra l’altro mi ha dato anche la possibilità di condividerlo con Niccolò Fabi, che chiaramente è romano, e che mai avrei potuto far cantare in napoletano!

Hai accennato al fatto che con Sasà avete discusso insieme la scelta delle canzoni: cominciando a parlare del vostro modo di collaborare, in che modo Sasà è intervenuto in questa fase preparatoria?
Sasà: Sì, come ha detto Teresa, all’inizio siamo andati a riascoltare tutta la discografia di Pino, che comprende più di trenta titoli tra album in studio e album dal vivo. La prima cernita è consistita nell’eliminare tutti quei brani nei quali lui mischiava inglese e napoletano, o inglese e italiano. Poi tutta la parte blues, rhythm and blues, soul, la parte più americana insomma, perché non è nello stile di Teresa. E restava comunque ancora tanto materiale. Allora ci siamo concentrati soprattutto sui primi dischi, dove c’era una parte di Pino più folk, anche più vicina in qualche modo a Teresa. Perché all’inizio Pino e Teresa facevano un tipo di musica abbastanza simile, poi in seguito si sono diversificati. Partendo da lì siamo arrivati a selezionare una trentina di pezzi, quindi via via fino ai sedici del disco.
T.: Inoltre, fare un disco di soli grandi successi di Pino, sarebbe sembrato strano. E fare un disco di sole ‘chicche’, di pezzi meno conosciuti anche se magari altrettanto belli, sarebbe sembrato snobistico. Perciò volevo cercare di dare una dimensione più equilibrata al repertorio, così alla fine abbiamo scelto di alternare dei brani più particolari, come “Un angolo di cielo” che può essere una riscoperta per molti, con alcuni dei pezzi più famosi, da “Je so’ pazza” a “’O scarrafone”, “Alleria”, “Napul’è”, “Quanno chiove”, dove peraltro alla fine interviene la voce di Pino. E questo lo voglio ricordare perché tutto il lavoro che abbiamo fatto è stato condiviso con la famiglia di Pino e con la fondazione Pino Daniele Trust ONLUS, presieduta dal figlio Alessandro. Anche la moglie Fabiola è venuta in studio, ha sentito le registrazioni, che le sono piaciute moltissimo. Quindi il disco è anche sostenuto, appoggiato dalla famiglia di Pino. È importante per me dirlo, perché ci tengo a far sapere che non è stato in qualche maniera un’appropriazione indebita.

A questo punto parlerei di come avete lavorato insieme per costruire gli arrangiamenti dei brani. E vorrei riallacciarmi a un incontro che ho avuto con voi nel lontano 1997, in occasione della presentazione dell’album dal vivo di Teresa Primo viene l’amore, che era all’inizio della vostra collaborazione. Parlammo in particolare di come l’ingresso di Sasà avesse determinato un cambiamento rispetto ai dischi precedenti, caratterizzati da una dimensione fusion, dalla collaborazione con un chitarrista come Francesco Bruno…
T.: Certo, sicuramente, un cambiamento nella direzione di una maggiore sintesi…

Teresa de Sio

Ecco, in quel concerto di presentazione c’erano la chitarra acustica di Teresa e la chitarra battente di Antonello Ricci, che realizzavano un continuum ritmico uniforme e costante, relativamente semplice dal punto di vista armonico, sul quale Sasà interveniva per indirizzarlo in modo più definito attraverso ostinati, riff, brevi frasi ricorrenti e note di pedale. Tra l’altro lo stesso Pino Daniele, per certi versi, ha attraversato ampie fasi ispirate alla musica fusion per modificarle via via nel senso di un linguaggio più diretto e ‘popolare’. Ora, rispetto a quelle premesse, il vostro lavoro in tutti questi anni è rimasto in linea con quella dimensione, come mi parrebbe ascoltando il nuovo disco?
T.: Quando è entrato Sasà nel gruppo, ho capito subito che potevamo spostare l’asse sonoro rispetto a una centralità delle tastiere, che mi aveva accompagnato per moltissimo tempo, determinata soprattutto dalla collaborazione con Ernesto Vitolo, un pianista meraviglioso. Però in quel periodo io cominciavo già a riorientarmi verso una zona legata più al folk che non alla fusion, che è stata un’influenza dei primissimi anni della mia carriera solista, ma che in effetti non mi corrispondeva veramente. E il modo di Sasà di suonare la chitarra e di proporsi era giustissimo per quel cambiamento. Così abbiamo cominciato a lavorare in quella direzione…
S.: In realtà, quando ho cominciato a collaborare con Teresa, venivo a mia volta da altri tipi di musica ed è stata per me un’esperienza nuova entrare in un meccanismo caratterizzato dal folk, che io all’epoca non avevo ancora affrontato. Ma poi non era proprio folk, era un folk che prevedeva una ricerca sonora diversa…
T.: Certo, diciamo che era più folk-rock quello che facevo…

Sasà FlautoS.: E mischiando le cose siamo arrivati a quel sound che ci caratterizzava all’inizio. Nel tempo, poi, penso che siamo migliorati molto in quella direzione. Abbiamo raggiunto una sintesi di impatto ancora maggiore, di maggiore forza sonora, sempre usando poche cose. Pensa che, per realizzare questo nuovo disco, all’inizio siamo partiti da una tammorra: non essendo io nemmeno un percussionista, ho preso una tammorra e ho cominciato a suonare il tipico ritmo della tarantella, della pizzica; e su quel ritmo abbiamo iniziato un pezzo come “’O scarrafone”. Poi, dopo, abbiamo aggiunto gli altri strumenti, ma tutto parte da una pulsazione ritmica che è quella lì, quella delle origini. Anche altri pezzi sono nati in questo modo: tammorra, chitarra e così via; naturalmente, stando ai giorni nostri, anche con un mix di elettronica e tutto il resto. Però alla base ci sono quelle radici da cui Teresa è partita.

Sasà, prendendo spunto da quanto dicevi poco fa, vorrei chiederti di raccontarci cosa suonavi prima di iniziare la collaborazione con Teresa.
S.: Be’, tu sai che sono un chitarrista, ma anche un arrangiatore, e mi è sempre piaciuto avere una visione completa della canzone. Avevo già lavorato in dischi di Tony Esposito, che faceva musica world e afro, e prima con Enzo Avitabile, in una dimensione soul-funk mischiata sempre con l’afrobeat. Ma prima ancora facevo rock: come tutti i chitarristi ho iniziato a tredici anni con il rock, e avevo un trio rock. Negli anni ’80 adoravo Eddie Van Halen, facevo gli assoli come Eddie van Halen. Poi da lì mi si è aperta gradualmente la mente, ho cominciato a stancarmi di fare quelle scale iperveloci, di imitare soltanto, e ho iniziato a interessarmi ad altre cose: la ricerca del suono, la capacità di dare emozioni magari con due note, e in particolare di arrangiare le canzoni, di vestirle. Vestendo le canzoni, poi, cominci a vedere che ci sono anche diversi generi musicali. Collaborando via via con altri artisti, cominci a spaziare e arrivi a fare dal rock al rhythm’n’blues, dal soul alla musica napoletana, al folk e a tutto il resto. In seguito ho conosciuto Teresa e abbiamo iniziato a sperimentare quella strada di cui stavamo parlando. Adesso, a livello musicale, il folk lo conosco abbastanza bene. In questi anni ho collaborato anche con Mimmo Epifani, un mandolinista esperto di pizzica, e sono proprio entrato dentro a quel mondo [v. Mimmo Epifani e Sasà Flauto, Naple, 2016 ]. Insomma, non si finisce mai d’imparare! E io devo fare proprio così, appunto perché mi ritengo un arrangiatore più che un chitarrista…

Quindi devi avere a disposizione una tavolozza con più colori…
T.: Lui è utilissimo da questo punto di vista. E soprattutto con me questa cosa è necessaria, è essenziale, perché non posso collaborare con un musicista che non abbia una mente aperta, un ampio spettro sonoro da praticare. Quelli che sanno fare solo una cosa, con me non vanno bene, perché nelle mie corde c’è sempre un incrocio di esperienze. Quindi è molto importante che i musicisti che suonano con me siano versatili e aperti. Per questo dico che lui è utilissimo, perché oltre alla bravura, ha anche questa capacità di entrare in un mondo dove dentro vanno a finire tante cose, e di riuscire a gestirle per creare un linguaggio che sia unico. E penso che in questi anni abbiamo portato avanti questo discorso, sia con lui, sia per una parte di tragitto che ho percorso da sola. Perché noi per un periodo non abbiamo suonato insieme, e questo periodo è iniziato a cavallo del 2000 quando ho fatto Craj, uno spettacolo con la partecipazione di Giovanni Lindo Ferretti, tutto dedicato ai grandi cantori della musica popolare pugliese [seguìto nel 2005 dall’omonimo film documentario]; uno spettacolo che ha segnato, insieme al disco A sud! A sud! [2004] che poi ho fatto di nuovo con Sasà, il momento in cui sono tornata molto fortemente sull’idea delle radici, in cui sono tornata a riprendere maggiormente in mano il folk. Diciamo che nella mia costellazione sonora ci stanno il folk, il rock e un po’ il pop e la ‘musica d’autore’, tanto per capirci. Questi quattro astri ruotano e, a seconda del periodo della mia vita, uno di essi diventa più forte degli altri. Quindi per un periodo sono tornata molto decisamente proprio sul folk, con concerti acustici, chitarra acustica, mandolino, e questo mi è servito molto perché adesso, tornando a rimischiare molto le cose, mi sento più forte per poterlo fare.

Adesso parlerei del tuo rapporto con la chitarra. Ti ho conosciuta al Folkstudio di Roma in uno dei tuoi primi concerti, che hai fatto proprio da sola con la chitarra…
T.: Sì, il primo concerto della mia vita, ero solo io, una pazza, una pazza!

Eri talmente emozionata che prima di cominciare mi hai chiesto di controllarti l’accordatura…
T.: No, vabbe’, ma io lo chiedo ancora adesso a Sasà di guardarmi l’accordatura!

Teresa De Sio Sarzana 2015

Teresa De Sio a Sarzana nel 2014 – foto di Corrado Pusceddu

Infatti ho sempre collegato la tua immagine anche alla chitarra. Magari non sei una virtuosa della chitarra, però penso che la chitarra sia per te una parte importante.
T.: Sì, sì, io suono sempre dal vivo. E la chitarra per me è importantissima. Certo, non sono proprio una chitarrista, però negli anni mi sono ‘inventata’ un modo di suonare la chitarra, che ho preso un po’ dalla tradizione, soprattutto da alcuni cantautori come Matteo Salvatore e Domenico Modugno, e che io chiamo la chitarra ‘a botta’, con cui riesco a suonare dei pezzi anche da sola, accompagnandomi percuotendo la chitarra in vari punti della cassa e adoperando anche il ribattuto della mano sinistra sulle corde. Insomma ho creato un suono abbastanza particolare, tant’è vero che molti chitarristi – ma chitarristi di quelli veri – non lo sanno fare e mi chiedono: «Ma come fai? Mi fai vedere come fai questa cosa?» Molti mi sentono e dicono: «Ma hai un loop sotto?» No, sono io da sola… E questa cosa la immagino come la mia caratteristica chitarristica. Comunque sono una chitarrista ritmica, non mi azzardo più di tanto, l’elettrica per esempio non la suono. Tanti anni fa mi comprai un’elettrica, ma capii subito che non era la cosa mia. Mi diverto di più ad accompagnare e a fare delle belle ritmiche; e a lasciare le parti soliste al chitarrista ‘vero’…

In particolare hai detto che in Teresa canta Pino la chitarra non l’hai voluta suonare…
T.: Sai, c’è questo, che quando faccio i dischi con i miei pezzi, i miei pezzi li compongo a casa con la chitarra. Quindi, quando arrivo in studio, la prima versione del brano sono io che suono la chitarra. Poi magari si aggiungono altre cose, si modificano, però di base sono io con la chitarra. Invece in questo disco non ho composto nessun pezzo tranne uno, “’O jammone”, che appunto ho scritto con la chitarra, ma che poi ha preso un altro orientamento nella realizzazione ed è diventato un dub, un afro-dub, quindi non c’era più l’esigenza di quel tipo di chitarrismo. Gli altri brani ovviamente non li ho composti io alla chitarra, così ho lasciato faticare Sasà a farli!

E adesso dal vivo?
T.: Eh, adesso dal vivo succederà che in alcuni brani dovrò suonare l’acustica. Attualmente ho due Mini Maton molto belline, con le quali mi sto veramente riappacificando con lo strumento. Io ho suonato per anni la Eko Korral Special, un prototipo che la Eko fece tanti anni fa [tra il 1978 e il 1983]. Ce l’aveva pure Pino, però quella di Pino suonava meno bene della mia, infatti mi diceva: «Eh’, a te t’hanno fatto chella cchiù bella, però eh!» La mia acusticamente era meravigliosa, però poi amplificata dava sempre dei problemi. Fino a che ho scoperto queste Mini Maton, che sono maneggevoli, hanno una preamplificazione ottima, quindi veramente basta collegarle e suonano, sono equilibrate nel suono. Il suono da spente è carino, anche se non regge al confronto con la Korral, che aveva un suono fantastico, anche se era difficile da suonare perché era molto dura come tastiera. Invece le Mini Maton sono comodissime da suonare, sono piccoline, sono comode da trasportare. Sono anche belle da tenere addosso, perché io non sono altissima, quindi una chitarra piccola ridimensiona anche tutta la mia figura, il che non è da poco! Quindi, dal vivo, suonerò sicuramente queste chitarre. Già ho cominciato a studiare e dovrò imparare questi pezzi! [ride]

Sasà, approfitto per chiedere anche della tua strumentazione: in questo disco hai suonato pure il mandolino, l’ukulele, il banjo…
S.: Infatti, a parte l’acustica, che è sempre predominante, in questo disco ho sperimentato diverse cose…

Sasà Flauto

Sasà Flauto

Come chitarra acustica, anche nel disco hai suonato la Maton?
Sì, la Maton Tommy Emmanuel. Poi ho usato anche una classica spagnola Moreno, che ho scelto in mezzo a tante chitarre anche più blasonate: per provarla l’ho suonata amplificata, perché la prima cosa che oggi guardo in una chitarra è la comodità di utilizzo dal vivo, se ha un buon preamplificatore, poi se ha un buon manico e naturalmente se suona pure da acustica. E questa chitarra, amplificata, ha un suono incredibile. È un ottimo compromesso.
Inoltre, poiché – come ti dicevo prima – siamo partiti dalla tammorra e dalla chitarra acustica, c’era bisogno di strumenti dalle frequenze alte, come il mandolino o il banjo, qualcosa così. E allora ho approfittato del fatto che avevo un banjo-mandolino brasiliano, che ha un suono particolare…

Ci hai fatto una bellissima introduzione…
S.: Sì, in “Tutta n’ata storia”. Poi ho usato anche un mandolino vero e proprio. Non sono un mandolinista, anche se posso suonarlo come un mandolinista; però non mi andava di suonarlo così, l’ho suonato più ritmicamente, realizzando dei disegni ritmici…

Un po’ come il mandolino bluegrass?
S.: Esatto, che ha sotto sempre quella ritmica. E poi è stata una scoperta per me l’ukulele, un Kala di buona fattura, che anche in questo caso ha un preampli molto buono. Infatti dal vivo lo userò tantissimo, ma non suonato come l’ukulele: io lo suono anche solista. Per esempio in “Quanno chiove”, se ci fai caso, c’è un assolo, e quell’assolo è fatto con l’ukulele…

Sì, all’inizio pensavo che fosse una chitarra classica, ma in effetti quell’assolo regge benissimo con l’ukulele…
S.: Secondo me l’ukulele è uno strumento che rende molto bene, utilizzato in un altro modo; perché in realtà ancora oggi viene usato poco come strumento solista, generalmente ci si fa solo la ritmica. Nel disco poi ho suonato in tre-quattro pezzi la chitarra elettrica. Tuttora ho una Godin LGXT, che avevo già ai tempi di Primo viene l’amore e che è la mia chitarra tipo. Inoltre uso anche una Fender Statocaster degli anni ’80.

Puoi parlare dello studio in cui avete lavorato e del modo in cui è stato registrato l’album?
S.: Ho registrato e missato qui al Sunrise Studio di Roma, in collaborazione con Paolo De Stefani, un fonico che lavora con noi anche dal vivo. La piattaforma di hard disk recording è il Logic Pro X, con la scheda audio Apogee Symphony e i vari preamplificatori esistenti come Manley, Avalon, True Systems, Focusrite. C’è poi tutto un set di microfoni, i Neumann U47, U67 o U87, usati a seconda del brano in particolare per la voce e la chitarra; e per la batteria un set di microfoni AKG. La Maton l’ho registrata sia con il microfono che in diretta, passando attraverso un pre che in questo caso era il Manley, per poi fare un balance dei due segnali.

Teresa, vorrei parlare anche della tua vocalità. Conoscendoti dall’inizio, ho notato che c’è stata un’evoluzione: nei primi tempi era una voce più ‘popolare’, più melismatica, adesso forse è più stilizzata…
T.: Guarda, le definizioni della mia vocalità non le so dare, né mi interessa particolarmente definirla. Anzi, meno la definisco e più libera è. Quando ho iniziato, e ti parlo del periodo con Musicanova [1976-1979], la mia vocalità era condizionata moltissimo dall’ensemble in cui lavoravo. Nel senso che ero proprio indotta, in particolare da Eugenio Bennato, a cantare adoperando molto la maschera, la nasalità, il vibrato. Quando poi ho iniziato a comporre e a incidere i miei dischi da solista, ho capito che potevo cantare anche in un’altra maniera. E quindi ho aperto molto di più il naso, ho abbandonato quella voce col naso stretto e ho riempito invece moltissimo la parte del fiato. In questa dimensione la voce si è addolcita tantissimo ed è anche tornata a essere più corrispondente alla mia età. Perché in realtà, quando ho cominciato con Musicanova e avevo diciannove-vent’anni, cantavo con la voce quasi di una donna adulta, perdendo un po’ anche la freschezza della mia voce che comunque era quella di una ragazza. E quando ho cominciato a scrivere e cantare i miei pezzi – parlo in particolare di Teresa De Sio [1982], perché Sulla terra sulla luna era ancora una via di mezzo – ho recuperato una vocalità più aperta, più ‘fiatata’, più libera e anche più fresca, più vicina a come era giusto che cantasse una persona della mia età. In questa direzione sono andata per parecchi anni, anche se la mia vocalità è stata spesso condizionata, ma non in senso negativo, diciamo orientata in senso positivo, dalla scrittura. Quando negli anni ’90 ho scritto moltissimo all’interno di un mondo cantautorale, dove le parole avevano molta più importanza rispetto alla composizione musicale, dove è comparso l’italiano, tutta la mia vocalità è stata perciò stesso condizionata dall’esigenza di una maggiore definizione, forse di una maggiore stilizzazione.

Siamo giunti alla conclusione e, se ti senti, vorrei terminare dedicando un pensiero a un’altra persona importante che ci ha lasciati, la tua produttrice e amica Maria Laura Giulietti, scomparsa a febbraio dell’anno scorso, che personalmente ricordo sempre per avermi accolto tanti anni fa nella redazione di Ciao 2001.
T.: Sì, Maria Laura è stata non solo la mia produttrice e manager da sempre, ma appunto la mia amica, la consigliera della mia vita, pubblica e privata. E Maria Laura è tuttora in tutto quello che faccio. Dopo trent’anni di collaborazione stretta, qualsiasi cosa io faccia, ancora oggi dico, tra me e me: «Maria Laura, allora, cosa dici? È buona ’sta cosa?» “’O jammone”, la canzone dedicata a Pino che ho composto subito dopo che lui è venuto a mancare, lei l’aveva sentita e le era piaciuta moltissimo. Ma quando le ho confidato che volevo fare un disco su Pino, quando tutto il progetto scalpitava dentro di me, da subito, lei mi disse: «Aspetta, calmati, perché l’aspetto emotivo può prevalere sul lavoro e, invece, l’aspetto emotivo si deve amalgamare con il resto delle scelte, quando farai questo disco.» Quindi è anche grazie a lei se, in questi due anni, sono riuscita a tenere a freno questo disco, fino a che è giunto il momento giusto. A Maria Laura devo anche questo.

Andrea Carpi

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