Davide PeronFin quiwww.davideperon.it

Lo dico subito: anche se questo nuovo album di Davide Peron fosse composto da un’unica traccia – “Na stela alpina” (non è un errore: il testo è in lingua veneta), ripresa in chiusura da una intensa versione corale – varrebbe la pena averlo e ascoltarlo. Raramente, infatti, capita di trovarsi ad un crocicchio nel quale semplicità, profondità e poesia si incontrano, con così tanta naturalezza. Brano bellissimo, che – non so per quale ragione (probabilmente la cadenza, visto che non ci sono altri punti di contatto) – trasmette qualcosa di quella struggente melancolia cubana che pervadeva un capolavoro come Buena Vista Social Club.
Quella di Davide Peron è certo canzone d’autore di qualità. È evidente, infatti, la lezione nobile di grandi maestri tra i quali De André e De Gregori (aggiungerei anche Massimo Bubola – veneto anch’egli – soprattutto per la sua produzione al fianco di De André) nella scelta dei temi (le cose semplici della vita vera, la terra, l’amore, la guerra), nel ‘senso della frase’ (mi riferisco al rapporto linea melodica/testo), nella scelta di sonorità che spaziano dal blues acustico alla ballad, a certa world music. Lezione prima sapientemente interiorizzata, poi intelligentemente dimenticata – come dovrebbe fare ogni artista – e, alla fine, sublimata in una lingua personale (sia in termini vocali che compositivi) fra le più interessanti tra quelle che si possono ascoltare oggi nel nostro paese.
Canzone d’autore, dunque, ma soprattutto canzone d’altura. Musica – verrebbe da dire – per le ‘alte vie’. Non è affatto un caso, infatti, che nell’estate 2008 il musicista vicentino abbia dato vita ad un progetto affascinante come “Mi rifugio in tour”, suonando nei rifugi di montagna delle piccole Dolomiti. Per Davide la montagna non è semplice sfondo. È ben altro. È fondo. Vale a dire: senso delle cose. Una compagna di viaggio irrinunciabile, grazie alla quale è davvero possibile dare il giusto significato alla parola panorama: ‘vedere tutto’. Sì, perché la montagna è così: più sali su di lei, più scendi dentro di te. Un cammino, lento e faticoso, che è sia ascesa che ascesi. «Ho sbiancato la mia anima col sudore che mi ha lavato il cuore», canta nella bellissima “Na stela alpina”. E ancora: «E lassù sulla cima, che mi aspettava da prima ancora che partissi, ho trovato una stella alpina che sapeva già tutto di me» (la traduzione è della mia metà di sangue veneto. Spero che sia buono – il sangue, intendo – e che non menta). Salendo, dunque, ci si allontana dalla superficie delle cose, per avvicinarsi alla loro sostanza. Dal fenomeno, avrebbe detto qualcuno, al noumeno. Dall’apparenza – diciamo noi comuni mortali – all’essenza. Dall’alto, infatti, le cose ritrovano le giuste proporzioni e noi riusciamo, finalmente, a distinguere cosa e chi conta davvero e cosa e chi, invece, è solo ‘chiacchiere e distintivo’, orpello, ingombro, ostacolo. Salire per capire, verrebbe da dire. E ascoltare per risalire. E le canzoni – quelle buone, almeno – sono montagne rovesciate. «Più le mandi giù, più ti tirano su», come avrebbe recitato un vecchio spot del caffè. Ascoltare per credere.
Belle le canzoni, belli gli arrangiamenti, bella l’ambientazione ‘unplugged’, bellissime le chitarre (grazie anche alla sapienza di un certo Andrea ‘Manne’ Ballarin), bella e profonda la batteria (piena e tonda come nel miglior Bandini), belli i sax, belle le voci: più di così! Che altro dire? Nulla. Solo: grazie, caro Davide, di averci portati Fin qui. Alla prossima scalata.
Se, in chiusura, mi è permesso suggerire un abbinamento, direi che ideale contrappunto di quest’album potrebbe essere Sulla traccia di Nives (Mondadori, 2006), straordinario incontro di anime e montagne, firmato da Erri de Luca e Nives Meroi.

Giuseppe Cesaro


Chitarra Acustica, 11/2012, p. 14

...sull'Autore

Lascia il tuo commento

*

Captcha * Time limit is exhausted. Please reload the CAPTCHA.