Dalla porta principale – Il blues (3)

È paradossale ma è accaduto: la musica in teoria più ‘povera’, quella dei neri che erano ancora schiavi di fatto, almeno secondo molti bianchi, acquista un ruolo primario nel momento in cui tutto cambia.
Quand’è che tutto cambia?
Quando la possibilità di registrare stravolge il mondo della musica, che da allora non sarà più lo stesso. Ci sono interi libri ad analizzare e descrivere questo fenomeno, non sarò certo io a scriverne qui. Fatto sta che le cantanti blues, prima, e i musicisti del Delta, poi, sono fra i primi a essere immortalati sulla gommalacca dei 78 giri. E la loro influenza sarà fra le più importanti dell’intero ’900 musicale.
Ma andiamo per ordine, perché per lo scorrere del nostro racconto è fondamentale capire di fronte a cosa ci si trovi immediatamente prima. Per cercare di comprendere la complessità del fenomeno musicale legato ai neri afroamericani, basti pensare alle divisioni profonde a livello sociale che già erano presenti all’inizio del XX secolo: molti neri, soprattutto al Nord, rinnegavano la passata schiavitù cercando di diventare ‘come i bianchi’ almeno in società, senza ovviamente riuscirci mai. Ciò si rifletteva sulla musica che suonavano: non conoscevano e non sapevano suonare il blues come facevano al Sud, e quando ascoltarono i primi musicisti del Delta produrre quella musica così ‘violenta’ e piena di colori e sfumature a loro sconosciuti, restarono sorpresi almeno quanto i bianchi. I neri del Sud invece, o non si ponevano il problema o erano fieri del loro passato, tirandolo fuori con rabbia e disperazione nelle loro canzoni.

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Ci si trova quindi all’inizio del ’900 con due fenomeni distinti. Da una parte le cantanti blues come Ma’ Rainey e Bessie Smith a riempire i teatri e a vendere quantità – fino a poco tempo prima – inimmaginabili di dischi, con una musica che era sicuramente intrisa di blues, che aveva il termine ‘blues’ nei titoli, ma che era differente da ciò che andava sviluppandosi nelle piantagioni del Sud. Queste cantanti erano vere e proprie star, ricche e famose: il pubblico correva ad ascoltarle e, quando fu possibile, a comprare i loro dischi. Erano le più emancipate fra tutti i neri, che ancora svolgevano quasi esclusivamente lavori di fatica – non tutti, in realtà, ma la maggior parte – e che erano sempre ghettizzati, anche nelle grandi città che contribuivano a mandare avanti. Cantanti che non avevano paura di confrontarsi con i ‘maschi’, donne che cantavano la loro sfrontatezza, cresciute in ambienti poco raccomandabili e che si prendevano una rivincita attesa da secoli, anche se spesso effimera. Le loro storie erano di dolore per aver perso un uomo, o di rivalsa se volevano conquistarlo, o altro (provate a sentire “Gimme a Pigfoot” di Bessie Smith). Avevano voci potenti per poter essere ascoltate nei teatri senza l’amplificazione, che arrivò solo molti anni dopo. Le band che le accompagnavano erano composte di musicisti di estrazione jazzistica, anche se il jazz stava nascendo e non era certo formato. Pianisti come Fats Waller, Jelly Roll Morton e James P. Johnson – esponenti di spicco dello stride piano – insieme a musicisti come il grande Louis Armstrong, erano dietro l’esecuzione, la scrittura e l’arrangiamento di quella musica, a testimoniare il fatto che il lavoro era tutt’altro che casuale e c’erano interessi enormi in gioco. C’era quindi bisogno di veri professionisti. Una star come Mamie Smith non poteva certo presentarsi in teatro accompagnata da un solo chitarrista, come al tempo se ne trovavano lungo le polverose strade del Mississippi…
E infatti, molto più a Sud, musicisti solitari, sconosciuti, non ancora ascoltati, e registrati solo qualche anno dopo, erano sulla riva opposta del fiume del blues, con le loro storie malinconiche, le chitarre spesso trovate chissà dove, colli di bottiglia o coltelli usati come slide, stili chitarristici a volte esplosivi, a volte sussurrati. Li trovavi agli angoli delle strade, spesso ciechi e con voci tonanti. L’apparente uniformità stilistica era invece un gigantesco calderone di personalità tutte distinte, che hanno lasciato un segno indelebile sulla musica dopo di loro.

Perché il titolo “Dalla porta principale”?
Perché l’avvento della registrazione permise proprio a queste due categorie di musicisti di essere immortalati e restare così per sempre nella storia. I discografici, categoria appena nata e che dimostrava di sapere già il fatto suo, non hanno solo trovato gli artisti facendoli incidere, hanno fatto molto di più. Intanto hanno capito che i neri, che lavoravano e quindi guadagnavano, con l’avvento del fonografo casalingo potevano comprare dischi e ascoltare i loro beniamini, i loro eroi che li riscattavano da secoli di sofferenze. Quindi il mercato fu pesantemente indirizzato in quel senso con la creazione dei cosiddetti race records, i dischi razziali che i bianchi certo non compravano.

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Questa fu solo la parte evidente di ciò che accadde, perché a detta di molti il peso delle decisioni su cosa incidere – parliamo dei bluesman del Delta e non delle cantanti – fu addirittura superiore in termini di influenze future. Proviamo a spiegare quale sia una delle tesi: i chitarristi-cantanti di allora, che alcuni definivano songsters (cantastorie?), avevano repertori molto vasti fatti di musica lenta e malinconica o di veloci brani ballabili, che sicuramente suonavano quando erano chiamati a far divertire il pubblico delle feste o in occasioni simili. Anche le canzoni più popolari dell’epoca erano sicuramente in scaletta e quindi, dal punto di vista stilistico, non c’era un’uniformità come quella che conosciamo oggi, perché non ce n’era il bisogno. Se ci pensiamo bene è il mercato discografico che la richiede, perché se compri un disco vuoi sapere più o meno cosa ci troverai dentro, non un insieme sconclusionato di musiche diverse fra loro.
Probabilmente accadde proprio questo: i discografici notarono che l’interesse del pubblico era per la ‘nuova’ musica che andava nascendo, il blues, e chiesero ai musicisti che registravano di selezionare o addirittura scrivere musica al passo coi tempi. Se questa tesi fosse vera, andrebbe a incidere pesantemente su ciò che successe nei decenni successivi, conferendo ai discografici un ruolo preminente, non solo di sfruttatori di poveri musicisti di strada, ma di veri e propri artefici di categorie musicali oggi a noi ben note. Questo non toglie, ovviamente, che la maggior parte di quei musicisti non si arricchì e molti discografici fecero fortuna alle loro spalle.
Come sia andata davvero non lo sapremo mai. Quello che sappiamo per certo è che, fra il 1920 e il 1930, c’erano già decine di musicisti con stili formati e ben distinti, ognuno con una propria personalità e ognuno capace di scrivere pagine memorabili di musica, facendoci capire quanto il blues non stesse nascendo in quel preciso momento, ma fosse un fenomeno musicale già in embrione dalla fine del secolo precedente. È anche interessante notare come, dai pochi racconti di chi quegli anni li ha vissuti, i musicisti
si influenzassero l’un l’altro. Molti non si incontrarono mai, ma forse si ascoltarono sui dischi, facendoci capire come la diffusione delle registrazioni stesse già contribuendo in maniera significativa a cambiare la storia.

PUBBLICATO
Chitarra Acustica, 12/2013

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