Dal pop alla liuteria – Intervista a Paolo Grassi

(di Gabriele Posenato) – Ho conosciuto Paolo Grassi circa dodici anni fa a pranzo da Roberto Fontanot. Di quel pranzo conservo un ricordo di Paolo come di un amante del proprio lavoro, critico con se stesso, meticoloso, memore del suo essere stato prima un musicista. Quel giorno non aveva con sé un suo strumento, per cui mi è rimasta la curiosità di sentire se veramente quelle parole trovassero riscontro in una sua creatura. Qualche anno dopo l’ho ritrovato al Meeting di Sarzana, dove esponeva alcune sue chitarre, e ho avuto la possibilità di testarle, valutandone la pregevole fattura, ma soprattutto la potenza sonora. Non l’ho più visto poi nelle edizioni successive del Festival e non ne ho sentito più parlare (ci racconterà poi il perché). Di recente alcuni scambi di messaggi su Facebook hanno fatto sì che lui mi venisse a trovare a pranzo una domenica d’agosto. Così, tra una linguina allo scoglio fatta da mia moglie, un peach crumble fatto da mia figlia e un ottimo vinello scelto da me, ne è venuta fuori questa chiacchierata.

Allora Paolo, parlaci un po’ di te, come hai cominciato questa attività?
Prima di fare il liutaio sono stato musicista, suonando nei locali milanesi, facendone una attività negli anni ’80. Nel 1981 ho iniziato a interessarmi alla liuteria dopo la lettura del libro Compagna chitarra di Marco Cavedon, che ho poi frequentato, oltre a Gioacchino Giussani, per cercare di carpire i segreti a entrambi, ma di fatto sono un autodidatta. La prima chitarra, di derivazione Martin, l’ho costruita nel 1981.

A chi ti ispiravi e a chi ti ispiri ora?
È chiaro che la Martin è stata la fonte di ispirazione perché la considero la chitarra acustica. Ho costruito molte dread, fino a quando ho iniziato seriamente a intraprendere l’attività nel 2003 e lì ho iniziato a pensare a delle forme originali, anche se la mia idea di chitarra non è tanto sulla forma, ma sul suono, e a questo mi ispiro a due chitarre che ho sentito e che considero inarrivabili: una Jeff Traugott e una Sobell Martin Simpson model. Tornando alle forme, ne ho cambiate molte e adesso sono arrivato principalmente a: una small jumbo a 12 tasti, una medium jumbo su una forma presa dalla chitarra di Cat Stevens e una OM large per avere i bei bassi di una dread e la proiezione sonora di una OM. Poi faccio una slope D, una jumbo di derivazione Gibson, ma quella su cui punto è il modello Evo, disponibile in quattro misure.

So che la Evo è il modello che ti piace di più e anche il tuo più richiesto: puoi spiegarci meglio le quattro misure? Ricordo di averne provate un paio a Sarzana che mi hanno impressionato…
La Evo 1 è una chitarra abbastanza piccola, come volumi siamo simili alla mini Jumbo che hai provato, lo shape ovviamente è differente ed è comune, con le dovute proporzioni a tutte le Evo a 14 tasti; la Evo 2 si colloca come dimensioni tra una OM e una D, di conseguenza può essere usata sia con le dita che con il plettro, un mix del suono universale di queste due classiche; la Evo 3 è un equivalente della super popolare D, ma con più definizione, grazie ad un’ansa maggiormente accentuata, che fa impastare meno le note; la Evo 4 è la più grossa, come una Jumbo ma non esagerata, voglio far notare che anche le due più grandi mantengono degli ottimi cantini, definiti e squillanti.

Ho notato che le tue chitarre hanno dei legni molto belli, ti rifornisci da qualcuno in particolare?
Cerco di comprare le assi per fasce e fondo, quasi sempre palissandri, non amo il mogano e l’acero, mentre per i top prendo dei set di tavole di abete Val di Fiemme. Ultimamente uso anche il Malaysian blackwood che è un ebano per fasce e fondo.

Come meccaniche vedo le fedeli 510 della Gotoh.
Sì, certo, anche se sto cercando delle meccaniche leggermente più economiche, ma che funzionino altrettanto bene.

Parliamo della paletta delle tue chitarre, che io trovo bellissima; soprattutto le ultime intarsiate in maniera molto elegante. C’è stata una ricerca in questo senso?
A dire il vero… due o tre tentativi, poi focalizzata questa. l’ho mantenuta. Ultimamente le sto arricchendo con questi giochi a intarsio, cercando di non esagerare. Il mio ideale stilistico è una chitarra elegante, senza diventare un cinema. [concordo pienamente, la paletta è per me il primo biglietto da visita quando vedi una chitarra, e su questo molti liutai devono lavorare; vedo spesso delle palette approssimative, tanto per fare gli originali, ma che di fatto sono brutte – N.d.A]

Spesso i chitarristi sono dei feticisti e vogliono sulle loro chitarre intarsi strani e quant’altro, tu come la pensi?
La chitarra deve suonare bene, se poi è anche bella meglio, senza esagerare. Mi sto divertendo a fare degli intarsi sulla tastiera, non sono certo un artista come Massimo Del Col. Certo che questi lavori richiedono del tempo e incidono sul prezzo della chitarra.

Conosco da un po’ le tue chitarre e non ne ho mai vista una con la spalla mancante. È una tua scelta?
Credo di aver fatto una sola chitarra con spalla mancante, e un basso. La verità è che non mi piace da vedere, anche se mi rendo conto che per alcuni chitarristi sia importante; se me lo chiedono la faccio, ma non è la mia cifra stilistica.

Parliamo della costruzione delle tue chitarre…
Non c’è molto da scoprire: il sistema X bracing, parte tutto da lì. Uso il sistema del tacco alla spagnola, il resto sono piccoli dettagli, o segreti del mestiere acquisiti col tempo, in ogni modo ci lavoro fino alla fine finché non ne sono convinto. Per la paletta uso sia il sistema a diamantino della Martin… oppure no, per quei chitarristi a cui darebbe fastidio.

Ho visto che non fai chitarre classiche.
Ne ho fatta una in passato, ma mi è venuta ‘discreta’. E non ne ho più fatte. Non puoi fare una chitarra discreta, piuttosto ne compri una di produzione industriale, che sono discrete. [«Già. Aggiungo io» – N.d.A.]

Ultimamente non ti abbiamo più visto in giro per le fiere.
Purtroppo per quattro anni ho dovuto seguire mia madre a tempo pieno.

Capisco. A proposito di fiere, meeting ecc. Cosa ne pensi? Non c’è più Sarzana, Soave, Franciacorta, stanno però nascendo nuovi meeting.
Sarzana era un festone per la chitarra acustica, sono perplesso sulla scelta di Cremona, c’è bisogno di qualcosa di più raccolto per la chitarra acustica, che finisce sempre per essere relegata a un ruolo subalterno in presenza di chitarre elettriche o altri strumenti.

Quest’anno ho visto crescere bene il Rendez-Vous ADGPA a Pieve di Soligo, dove c’era più possibilità di provare in silenzio le chitarre. E qui girava una tua chitarra portata da Sergio Arturo Calonego.
Sì, certo, dovrò ritornare a frequentare questi meeting, anche se devo dire che non ho avuto molti riscontri da quelli a cui ho partecipato in passato.

Ultimamente ho visto che ti stai muovendo su Facebook, lo trovi un buono strumento, o Internet in generale?
Sì, sto postando settimanalmente le mie chitarre recenti e devo dire che stanno aumentando i contatti, anche se le chitarre vanno provate. Un cliente che viene a commissionarmi una chitarra deve avere ben presente qual è il mio suono e deve piacergli, non può venirmi a chiedere quanto potrebbe costare una chitarra fatta in un modo o in un altro.

In effetti io ho provato oggi tre delle tue chitarre e hanno un comune denominatore sonoro, non certo frutto del caso… Un’ultima domanda: come vedi il panorama della liuteria italiana?
È un mondo difficile, e un periodo difficile almeno in Italia, ci si dovrebbe specializzare nella costruzione di classiche o acustiche, ma capisco le difficoltà e quindi si fa di tutto. Rispetto all’estero, vedo una certa ritrosia a farsi costruire una chitarra da un liutaio, perché stranamente aleggia sempre nell’aria la frase: «Possibilità di rivendita?» È un discorso lungo, forse bisogna crescere culturalmente.

Gabriele Posenato

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