Da Montecilfone all’Africa – Intervista ad Antonio Forcione

Fortunatamente, da qualche anno a questa parte, Antonio Forcione si fa vedere più spesso nel nostro paese, anche grazie al felice diffondersi dei festival di chitarra acustica. Lo abbiamo incontrato l’anno scorso a Madame Guitar, per due edizioni di seguito a Un Paese a Sei Corde e infine a settembre ad Acoustic Franciacorta, incontro dal quale è scaturita questa intervista. La sua partecipazione alla rassegna in Franciacorta è stata di poco successiva alla presentazione ufficiale del suo nuovo disco Sketches of Africa, avvenuta all’Edinburgh Festival Fringe lungo tutto lo scorso mese di agosto. Sketches of Africa, da noi recensito nel precedente numero di ottobre, era un disco molto atteso, poiché giunto dopo parecchi anni dai suoi ultimi lavori, Antonio Forcione Quartet in Concert del 2007, edizione in CD delle registrazioni contenute nel precedente DVD omonimo del 2005, e lo splendido album in duo con Charlie Haden, Heartplay del 2006. Ora possiamo dire che le aspettative non sono state disattese, visto che questi ‘Schizzi dell’Africa’ si dimostrano un’opera molto ricca e coinvolgente, accolta subito con favore dalla stampa specializzata tanto da meritarsi, tra gli altri riconoscimenti, di figurare come “Disco del mese” su questo numero di novembre della prestigiosa rivista inglese Guitar Techniques. Insieme all’intervista, Antonio ci ha anche concesso la pubblicazione di una trascrizione molto completa, con tanto di parti percussive e sovraincise di chitarra, del brano di apertura dell’album, “Madiba’s Jive”, che presenteremo in due puntate su questo e sul prossimo numero. È con queste parole che Antonio ha introdotto il pezzo: «“Madiba’s Jive” è un omaggio a Nelson Mandela, un uomo tra gli uomini, che ha ispirato e combattuto per intere generazioni di persone con la sua visione e la sua umanità. In questa traccia volevo fondere gli elementi che, a mio parere, sarebbero stati appropriati per descrivere l’aspetto umano di questo grande uomo. Anche se lui è principalmente associato alla dignità, alla saggezza e alla grazia, ho cercato di catturare con semplicità il suo umorismo e il suo sorriso nel groove della musica, come la positività che mi ispirava». Questa descrizione, in fondo, vale anche per l’intero Sketches of Africa.

In occasione di un tuo concerto di due estati fa nel tuo paese d’origine in Molise hai raccontato: «Avevo circa otto anni quando, passeggiando per le strade di Montecilfone sono stato attratto dalla musica che veniva fuori da un’osteria, una classica osteria con gli uomini che giocavano a carte e bevevano vino e due musicisti con fisarmonica e chitarra. Ecco, sono rimasto colpito da quell’atmosfera fantastica fatta di allegria e musica. È questa stessa atmosfera che cerco sempre di ricreare nei miei concerti dovunque io vada, perché credo fermamente nel potenziale sociale della musica». Quanto è stata importante l’Africa di Sketches of Africa per mantenere vivo questo potenziale sociale?
Il primo invito a suonare in Africa mi è arrivato nel 2006 dall’Harare International Festival of the Arts (HIFA) nello Zimbabwe, dopo un’esibizione del mio Antonio Forcione Quartet al Festival di Edimburgo. Sapevamo che lo Zimbabwe stava attraversando un periodo particolarmente difficile ma, nonostante il rischio e i pochi soldi disponibili, abbiamo accettato l’invito. Sono seguiti due bellissimi concerti sotto le stelle, in una specie di ‘anfiteatro’ di mille posti costruito su una struttura semplice di travi di legno, con cavi di corrente pericolosamente collegati e uno staff di tecnici simpatici, che lavoravano con ritmi molto lenti. Ad un certo punto in concerto, durante il mio solo di chitarra, l’elettricità è andata in black out e ci siamo ritrovati tutti al buio senza luci e senza impianto di amplificazione. A quel punto, non potendo continuare, ho salutato e mi sono diretto verso il retropalco. Mentre uscivo, però, mi è sembrato sbagliato abbandonare la scena e lasciare il pubblico alle precarietà del sistema, così sono tornato indietro e mi seduto sul bordo del palco invitandoli a schioccare le dita al ritmo della “Pantera rosa” di Henry Mancini. Be’, non vorrei esagerare, ma la reazione del pubblico è stata immediata: improvvisamente si era creata una complicità in un gioco collettivo tra me e il pubblico, dove la musica fungeva da veicolo e la precarietà del buio si è trasformata in magia sotto le stelle. Un rito antico che mi ha ricordato quell’energia dell’osteria di tanti anni prima… Un’esperienza che non dimenticherò mai. È stata la bellezza e la forza di quella gente che mi ha ispirato a scrivere il brano “Song for Zimbabwe” per Sketches of Africa.

A proposito di un altro brano del disco, “Tarifa”, ispirato dalla località che si trova nella punta più meridionale della Spagna, hai raccontato la grande emozione che aveva suscitato in te la vista in lontananza delle coste dell’Africa. Avendo già abbracciato altri universi musicali come la musica spagnola, brasiliana, popolare italiana, cosa hai trovato su quelle rive lontane, com’è avvenuto l’impatto tra il tuo retroterra prevalentemente latino e la musica del continente africano?
Posso dire che le lancette della bussola dei miei viaggi puntano spesso e volentieri verso le direzioni di una musica che cerca le radici. L’Africa la sento come la madre di tutto questo. Ho la fortuna di vivere a Londra da circa trent’anni e ho potuto verificare direttamente gli intrecci musicali di tutto il mondo e la validità di questa idea. Nella musica, diversamente dalla realtà politica, le frontiere non esistono e c’è un po’ di Africa in ogni cultura.

L’ossatura dell’album è realizzata con i componenti dell’Antonio Forcione Quartet, la violoncellista inglese di origini nigeriane Jenny Adejayan, l’australiano Nathan Thomson al contrabbasso, flauti e kalimba, e il brasiliano Adriano Adewale alle percussioni: puoi raccontarci come si è formato questo gruppo di ‘musica del mondo’ e come è entrato nel progetto africano?
Ho conosciuto Jenny Adejayan nel ’96-97 durante un evento a Londra, nel quale si alternavano musicisti, umoristi e poeti. Quella sera le ho dato un passaggio a casa e regalato il mio album Acoustic Revenge. L’ho rivista un anno più tardi in occasione di un mio concerto, e mi ha confessato di aver letteralmente consumato il mio CD per le tante volte che lo aveva ascoltato. Poco dopo abbiamo a provare insieme e da lì è nata una delle collaborazioni più durature della mia carriera. Jenny non è soltanto una grande violoncellista con un’educazione musicale classica, un orecchio assoluto e capacità melodico-ritmiche impressionanti. Jenny è anche una gran bella persona, con una sensibilità, umiltà e onestà disarmanti, una delle mie amiche più care.
Il tocco bellissimo di Adriano l’ho intuito mentre viaggiavamo in macchina ascoltando la sua musica registrata… Rimasi talmente colpito dalla delicatezza del suo stile e dall’affinità che sentivo col mio modo d’intendere la musica, che ho voluto conoscerlo immediatamente. È nato subito un bel rapporto con lui e lo sento come un fratello più piccolo. La sua energia e la passione per il suo lavoro lo rendono un artista speciale. La sinergia che si crea sul palco con lui rende la performance un’esperienza elettrizzante.
Riguardo a Nathan, Jenny mi parlò molto bene di lui, con il quale aveva lavorato qualche anno prima. Lo contattai e cominciammo a registrare l’album Tears of Joy. Per la sua estrema riservatezza, ho scoperto con fatica altre sue doti: suonava bene il flauto, aveva un bagaglio di esperienza di musica africana e di radici etniche, aveva vissuto e suonato con musicisti della Tanzania; in ultimo, ma non per minore importanza, si dedica ad attività di recupero di bambini con difficoltà psichiche e motorie. Lo ringrazio per avermi coinvolto insieme agli altri in questa attività.

Al disco hanno collaborato anche musicisti provenienti da diverse parti dell’Africa. In particolare sono curioso di conoscere come si è sviluppata la già citata “Song for Zimbabwe”, interpretata dalla cantante dello Zimbabwe, Chiwoniso Maraire, e costruita su un suo testo.
Durante la mia prima visita al Festival di Harare, ho avuto l’occasione di ascoltare molta musica del posto e di conoscere, tra i tanti musicisti, la bravissima cantante Chiwoniso Maraire. Dopo un suo bellissimo concerto, siamo andati in un caffè e abbiamo parlato di interessi comuni, quindi ovviamente di musica e musicisti. Quando ci siamo salutati, mi ha regalato un CD stupendo di materiale originale. Al ritorno ad Harare nel 2011, avevo già pronto quasi tutto il materiale per il progetto Sketches of Africa. Sentivo però il bisogno che Chiwoniso cantasse il brano “Song for Zimbabwe”, in quanto lei – non solo come artista di cui apprezzavo le doti, ma avendola conosciuta personalmente – aveva un forte valore di riferimento per rappresentare il meraviglioso popolo dello Zimbabwe che avevo conosciuto.
Mi chiese un po’ di tempo per scrivere le parole e disse che mi avrebbe contattato più in là per spedirmi le tracce con le voci. È stato un giorno di pura gioia per me e il co-produttore Chris Chimsey, quando abbiamo ascoltato le tracce della sua registrazione.

Altri musicisti africani sono Seckou Keita del Senegal all’arpa-liuto kora, Juldeh Camara dal Gambia al violino monocorde riti e il cantante sudafricano Zamo Mbutho. Ci puoi raccontare il tuo incontro e la tua collaborazione con loro?
Ho conosciuto Seckou Keita tramite il contrabbassista Davide Mantovani. L’ho invitato a casa per una jam e abbiamo suonato per ore ininterrottamente, sembravamo come due bambini in un luna park. Così abbiamo deciso di mettere su un repertorio e, poco dopo, abbiamo debuttato in una chiesa sconsacrata qui a Londra, una bella esperienza da ripetere al piu presto. Infatti, nel 2011, ci siamo presentati insieme ad Adriano Adewale al Festival di Edimburgo come AKA Trio. I concerti sono stati molto apprezzati dai critici e dal pubblico, culminando in una apparizione nella rete nazionale della BBC.
Per quanto riguarda Julde Camarah, una sera al ritorno da un concerto, il mio fonico mi parla di un musicista del Gambia che suona un violino ad una corda… Fermo subito la macchina e chiedo il suo contatto! Vive in Inghilterra e tra l’altro ha lavorato anche con Robert Plant. Lo contatto e gli propongo di registrare un paio di brani nel mio album, “Africa” e “Sun Groove”. In studio la sua perplessità iniziale, che avvertivo nel suo sguardo, si scioglie poco dopo in un grande sorriso durante l’ascolto di “Africa”. Si siede, parte la registrazione e lui comincia subito a partecipare con movimenti del corpo, mentre dal suo ‘violino’ partono fraseggi di un linguaggio estremamente espressivo e privo di regole, bellissimo e indecifrabile. Sempre durante la registrazione, io e Chris rimaniamo ancora piu stupiti quando Julde abbandona il violino e comincia, ad occhi chiusi, a parlare in un dialetto africano: ci spiegherà dopo che era per raccontare l’emozione del momento che stava vivendo con noi, in una dimensione ‘ritrovata’.
Infine Zamo Mbutho: ero in uno studio di registrazione a Johannesburg, alla ricerca di una voce idonea per la parte del coro di “Song for Zimbabwe”; mi fanno ascoltare diverse voci e mi colpisce in particolare quella di Zamo. Ho la fortuna di poterlo contattare e nel giro di due ore concludiamo il lavoro con reciproca soddisfazione. Vengo a sapere, chiacchierando con lui, che per più di venticinque anni ha lavorato con Miriam Makeba in tournée e registrazioni!

L’album è registrato e co-prodotto da Chris Kimsey, notissimo in particolare per avere a lungo collaborato con i Rolling Stones. Come si è svolto il vostro lavoro insieme?
Io e Chris Kimsey siamo amici da più di sette anni e abbiamo diverse conoscenze in comune. Quando mi ha sentito suonare dal vivo la prima volta, ricordo che alla fine del concerto venne in camerino per complimentarsi e mi abbracciò. In seguito ci siamo visti in più occasioni e, ogni volta, ci ripromettevamo di collaborare. Così, un anno fa, l’ho chiamato senza esitare e gli ho proposto il progetto. Collaborare con un mostro sacro del rhythm and blues può sembrare un po’ contraddittorio per uno come me che opera in una dimensione acustica. Però, devo dire che la sua concezione di sintesi, com’è quella del R&B, è stata a mio parere un giusto equilibrio per il progetto Sketches of Africa. La professionalità e la lunga esperienza di Chris mi hanno permesso di ‘volare in alto’, sapendo di avere un tecnico con i piedi ben saldi per terra e le mani sui tasti giusti.

Nel disco si ascoltano molti riff, molta melodia, molto ritmo, alcune divisioni ritmiche complesse, molte sonorità diverse: quali sono stati gli elementi principali con cui hai cercato di catturare lo spirito delle musiche africane?
La musica ‘africana’, come quasi tutte le musiche etniche, muove qualcosa che non ha molto a che fare con gli studi musicali. È qualcosa di sofisticatamente primordiale, è una lingua parlata con il corpo, con lo spirito e con un’istintualità infantile, che mi affascina e coinvolge per la profondità emozionale…

È difficile ormai collocare il tuo stile chitarristico: in effetti c’è un po’ di tutto, dal fingerstyle all’uso del plettro, dagli stacchi ritmici agli assoli, dalle corde di nylon alle corde di metallo, dalla sei corde alla dodici corde, dai fraseggi ‘stoppati’ all’uso di chitarre fretless… Come ti definiresti oggi come chitarrista?
Non saprei proprio definirmi come chitarrista. Non lo sento come un mio bisogno. Per me, comunque, l’uso di tecniche, gli strumenti, gli stili diversi non sono l’obiettivo vero, ma appunto gli ‘strumenti’ che ritengo più idonei di volta in volta a inseguire un’idea musicale che ho in mente.

La tua ‘portata’ come musicista tende a travalicare i limiti di un pubblico di appassionati della chitarra e a toccare una platea più vasta: qual è il segreto attraverso il quale un chitarrista ‘solista’ può raggiungere ogni tipo di pubblico?
Non so e non credo ci siano formule. Io non faccio altro che inseguire il mio istinto e il mio senso artistico. Il fatto di voler raggiungere ogni tipo di pubblico non è certo un mio obiettivo, anche se non nascondo che – quando vedo tre generazioni coinvolte nei miei concerti – mi fa molto piacere scoprire che la mia musica tocca molte persone.

Ci puoi parlare della tua strumentazione in studio e dal vivo?
In studio tendo a privilegiare molto di più il suono acustico rispetto a quello dei pickup. Quindi cerco di fare un buon uso di microfoni esterni, di solito due, come il Neumann o l’AKG 114, posizionati l’uno vicino alla buca e l’altro vicino al dodicesimo tasto. Premetto, però, che queste non sono regole che valgono per tutte le occasioni e per tutte le chitarre. È sempre bene usare l’orecchio. A volte, per dare un po’ più di presenza sui medio-bassi, aggiungo un venti per cento di pickup al suono microfonico. Nel caso della registrazione del brano “Madiba’s Jive” ho utilizzato due microfoni esterni, un Fishman Rare Earth e un Boss Super Octave OC-3 per arricchire le linee di basso.
Dal vivo uso chitarre Yamaha: una NCX-2000FM con pickup Yamaha e microfono interno; e una APX-10 con pickup Yamaha SPX-10, Fishman Rare Earth e microfono interno. La mia pedaliera comprende un pedale volume Boss FV300L, un Boss Super Octave OC-3, un Fishman Pro EQ Platinum per il pickup, un Fishman Dual Parametric D.I. per il microfono interno e un riverbero Strymon Bluesky.

In particolare cosa sono le Admira Uddan e Octan fretless che usi nel disco? Cosa significano i loro nomi?
L’idea di avere uno strumento fretless mi è venuta dopo aver ascoltato il suono dell’oud, che ha origini risalenti all’antica Persia. La chitarra Uddan è una chitarra a sei corde di nylon modificata, con l’aggiunta di altre otto corde trasversali. L’Octan è a sua volta una chitarra a sei corde di nylon modificata, senza corde supplementari e con corde molto più grosse, per ottenere un’accordatura all’ottava inferiore. Lo strumento è stata rinforzato internamente perché le corde, essendo molto più spesse, producono una maggiore tensione sul manico e sulla cassa armonica. Il nome Uddan è composto da ‘udd’, che sta per ‘oud’, e da ‘an’, che sono le due prime lettere del mio nome. Il nome Octan invece è composto da ‘oct’, che sta per ‘octave’, e ‘an’.

Con che formazione hai presentato Sketches of Africa all’Edinburgh Festival Fringe?
Il Festival di Edimburgo è l’appuntamento più importante dell’anno per la mia attività. Ho partecipato a circa diciannove edizioni negli ultimi ventun’anni ed è stato senza dubbio la mia miglior palestra, non solo dal punto di vista artistico, ma anche di vita. La scelta di presentare il mio album Sketches of Africa al mio pubblico più fedele in un teatro di trecentosettanta posti per ventiquattro sere consecutive era una decisione più che ovvia. Ho suonato all’inizio in trio con Seckou Keita alla kora e Dado Pasqualini alle percussioni, che mi hanno accompagnato per undici serate. Poi ho continuato con un nuovo trio insieme ad Anselmo Netto alle percussioni e Matheus Nova al basso acustico. E abbiamo avuto anche la fortuna di ospitare artisti provenienti dallo Zimbabwe e dal Sudafrica, ospiti speciali come le cantanti e ballerine del gruppo Mother AfricaUn’esperienza indimenticabile.

A cosa stai lavorando attualmente e quali sono i tuoi prossimi progetti?
Sto lavorando a un progetto che mi coinvolge come direttore artistico, arrangiatore e chitarrista. La lineup comprenderà il coro delle Voci Bulgare, un percussionista spagnolo, un cantante di flamenco e un famoso contrabbassista… Ti saprò dire di più quando le cose cominceranno a prendere forma!

Andrea Carpi


Chitarra Acustica, 11/2012, pp. 16-20

Fortunatamente, da qualche anno a questa parte, Antonio Forcione si fa vedere più spesso nel nostro paese, anche grazie al felice diffondersi dei festival di chitarra acustica. Lo abbiamo incontrato l’anno scorso a Madame Guitar, per due edizioni di seguito a Un Paese a Sei Corde e infine a settembre ad Acoustic Franciacorta, incontro dal quale è scaturita questa intervista. La sua partecipazione alla rassegna in Franciacorta è stata di poco successiva alla presentazione ufficiale del suo nuovo disco Sketches of Africa, avvenuta all’Edinburgh Festival Fringe lungo tutto lo scorso mese di agosto. Sketches of Africa, da noi recensito nel precedente numero di ottobre, era un disco molto atteso, poiché giunto dopo parecchi anni dai suoi ultimi lavori, Antonio Forcione Quartet in Concert del 2007, edizione in CD delle registrazioni contenute nel precedente DVD omonimo del 2005, e lo splendido album in duo con Charlie Haden, Heartplay del 2006. Ora possiamo dire che le aspettative non sono state disattese, visto che questi ‘Schizzi dell’Africa’ si dimostrano un’opera molto ricca e coinvolgente, accolta subito con favore dalla stampa specializzata tanto da meritarsi, tra gli altri riconoscimenti, di figurare come “Disco del mese” su questo numero di novembre della prestigiosa rivista inglese Guitar Techniques. Insieme all’intervista, Antonio ci ha anche concesso la pubblicazione di una trascrizione molto completa, con tanto di parti percussive e sovraincise di chitarra, del brano di apertura dell’album, “Madiba’s Jive”, che presenteremo in due puntate su questo e sul prossimo numero. È con queste parole che Antonio ha introdotto il pezzo: «“Madiba’s Jive” è un omaggio a Nelson Mandela, un uomo tra gli uomini, che ha ispirato e combattuto per intere generazioni di persone con la sua visione e la sua umanità. In questa traccia volevo fondere gli elementi che, a mio parere, sarebbero stati appropriati per descrivere l’aspetto umano di questo grande uomo. Anche se lui è principalmente associato alla dignità, alla saggezza e alla grazia, ho cercato di catturare con semplicità il suo umorismo e il suo sorriso nel groove della musica, come la positività che mi ispirava». Questa descrizione, in fondo, vale anche per l’intero Sketches of Africa.

In occasione di un tuo concerto di due estati fa nel tuo paese d’origine in Molise hai raccontato: «Avevo circa otto anni quando, passeggiando per le strade di Montecilfone sono stato attratto dalla musica che veniva fuori da un’osteria, una classica osteria con gli uomini che giocavano a carte e bevevano vino e due musicisti con fisarmonica e chitarra. Ecco, sono rimasto colpito da quell’atmosfera fantastica fatta di allegria e musica. È questa stessa atmosfera che cerco sempre di ricreare nei miei concerti dovunque io vada, perché credo fermamente nel potenziale sociale della musica». Quanto è stata importante l’Africa di Sketches of Africa per mantenere vivo questo potenziale sociale?
Il primo invito a suonare in Africa mi è arrivato nel 2006 dall’Harare International Festival of the Arts (HIFA) nello Zimbabwe, dopo un’esibizione del mio Antonio Forcione Quartet al Festival di Edimburgo. Sapevamo che lo Zimbabwe stava attraversando un periodo particolarmente difficile ma, nonostante il rischio e i pochi soldi disponibili, abbiamo accettato l’invito. Sono seguiti due bellissimi concerti sotto le stelle, in una specie di ‘anfiteatro’ di mille posti costruito su una struttura semplice di travi di legno, con cavi di corrente pericolosamente collegati e uno staff di tecnici simpatici, che lavoravano con ritmi molto lenti. Ad un certo punto in concerto, durante il mio solo di chitarra, l’elettricità è andata in black out e ci siamo ritrovati tutti al buio senza luci e senza impianto di amplificazione. A quel punto, non potendo continuare, ho salutato e mi sono diretto verso il retropalco. Mentre uscivo, però, mi è sembrato sbagliato abbandonare la scena e lasciare il pubblico alle precarietà del sistema, così sono tornato indietro e mi seduto sul bordo del palco invitandoli a schioccare le dita al ritmo della “Pantera rosa” di Henry Mancini. Be’, non vorrei esagerare, ma la reazione del pubblico è stata immediata: improvvisamente si era creata una complicità in un gioco collettivo tra me e il pubblico, dove la musica fungeva da veicolo e la precarietà del buio si è trasformata in magia sotto le stelle. Un rito antico che mi ha ricordato quell’energia dell’osteria di tanti anni prima… Un’esperienza che non dimenticherò mai. È stata la bellezza e la forza di quella gente che mi ha ispirato a scrivere il brano “Song for Zimbabwe” per Sketches of Africa.

A proposito di un altro brano del disco, “Tarifa”, ispirato dalla località che si trova nella punta più meridionale della Spagna, hai raccontato la grande emozione che aveva suscitato in te la vista in lontananza delle coste dell’Africa. Avendo già abbracciato altri universi musicali come la musica spagnola, brasiliana, popolare italiana, cosa hai trovato su quelle rive lontane, com’è avvenuto l’impatto tra il tuo retroterra prevalentemente latino e la musica del continente africano?
Posso dire che le lancette della bussola dei miei viaggi puntano spesso e volentieri verso le direzioni di una musica che cerca le radici. L’Africa la sento come la madre di tutto questo. Ho la fortuna di vivere a Londra da circa trent’anni e ho potuto verificare direttamente gli intrecci musicali di tutto il mondo e la validità di questa idea. Nella musica, diversamente dalla realtà politica, le frontiere non esistono e c’è un po’ di Africa in ogni cultura.

L’ossatura dell’album è realizzata con i componenti dell’Antonio Forcione Quartet, la violoncellista inglese di origini nigeriane Jenny Adejayan, l’australiano Nathan Thomson al contrabbasso, flauti e kalimba, e il brasiliano Adriano Adewale alle percussioni: puoi raccontarci come si è formato questo gruppo di ‘musica del mondo’ e come è entrato nel progetto africano?
Ho conosciuto Jenny Adejayan nel ’96-97 durante un evento a Londra, nel quale si alternavano musicisti, umoristi e poeti. Quella sera le ho dato un passaggio a casa e regalato il mio album Acoustic Revenge. L’ho rivista un anno più tardi in occasione di un mio concerto, e mi ha confessato di aver letteralmente consumato il mio CD per le tante volte che lo aveva ascoltato. Poco dopo abbiamo a provare insieme e da lì è nata una delle collaborazioni più durature della mia carriera. Jenny non è soltanto una grande violoncellista con un’educazione musicale classica, un orecchio assoluto e capacità melodico-ritmiche impressionanti. Jenny è anche una gran bella persona, con una sensibilità, umiltà e onestà disarmanti, una delle mie amiche più care.
Il tocco bellissimo di Adriano l’ho intuito mentre viaggiavamo in macchina ascoltando la sua musica registrata… Rimasi talmente colpito dalla delicatezza del suo stile e dall’affinità che sentivo col mio modo d’intendere la musica, che ho voluto conoscerlo immediatamente. È nato subito un bel rapporto con lui e lo sento come un fratello più piccolo. La sua energia e la passione per il suo lavoro lo rendono un artista speciale. La sinergia che si crea sul palco con lui rende la performance un’esperienza elettrizzante.
Riguardo a Nathan, Jenny mi parlò molto bene di lui, con il quale aveva lavorato qualche anno prima. Lo contattai e cominciammo a registrare l’album Tears of Joy. Per la sua estrema riservatezza, ho scoperto con fatica altre sue doti: suonava bene il flauto, aveva un bagaglio di esperienza di musica africana e di radici etniche, aveva vissuto e suonato con musicisti della Tanzania; in ultimo, ma non per minore importanza, si dedica ad attività di recupero di bambini con difficoltà psichiche e motorie. Lo ringrazio per avermi coinvolto insieme agli altri in questa attività.

Al disco hanno collaborato anche musicisti provenienti da diverse parti dell’Africa. In particolare sono curioso di conoscere come si è sviluppata la già citata “Song for Zimbabwe”, interpretata dalla cantante dello Zimbabwe, Chiwoniso Maraire, e costruita su un suo testo.
Durante la mia prima visita al Festival di Harare, ho avuto l’occasione di ascoltare molta musica del posto e di conoscere, tra i tanti musicisti, la bravissima cantante Chiwoniso Maraire. Dopo un suo bellissimo concerto, siamo andati in un caffè e abbiamo parlato di interessi comuni, quindi ovviamente di musica e musicisti. Quando ci siamo salutati, mi ha regalato un CD stupendo di materiale originale. Al ritorno ad Harare nel 2011, avevo già pronto quasi tutto il materiale per il progetto Sketches of Africa. Sentivo però il bisogno che Chiwoniso cantasse il brano “Song for Zimbabwe”, in quanto lei – non solo come artista di cui apprezzavo le doti, ma avendola conosciuta personalmente – aveva un forte valore di riferimento per rappresentare il meraviglioso popolo dello Zimbabwe che avevo conosciuto.
Mi chiese un po’ di tempo per scrivere le parole e disse che mi avrebbe contattato più in là per spedirmi le tracce con le voci. È stato un giorno di pura gioia per me e il co-produttore Chris Chimsey, quando abbiamo ascoltato le tracce della sua registrazione.

Altri musicisti africani sono Seckou Keita del Senegal all’arpa-liuto kora, Juldeh Camara dal Gambia al violino monocorde riti e il cantante sudafricano Zamo Mbutho. Ci puoi raccontare il tuo incontro e la tua collaborazione con loro?
Ho conosciuto Seckou Keita tramite il contrabbassista Davide Mantovani. L’ho invitato a casa per una jam e abbiamo suonato per ore ininterrottamente, sembravamo come due bambini in un luna park. Così abbiamo deciso di mettere su un repertorio e, poco dopo, abbiamo debuttato in una chiesa sconsacrata qui a Londra, una bella esperienza da ripetere al piu presto. Infatti, nel 2011, ci siamo presentati insieme ad Adriano Adewale al Festival di Edimburgo come AKA Trio. I concerti sono stati molto apprezzati dai critici e dal pubblico, culminando in una apparizione nella rete nazionale della BBC.
Per quanto riguarda Julde Camarah, una sera al ritorno da un concerto, il mio fonico mi parla di un musicista del Gambia che suona un violino ad una corda… Fermo subito la macchina e chiedo il suo contatto! Vive in Inghilterra e tra l’altro ha lavorato anche con Robert Plant. Lo contatto e gli propongo di registrare un paio di brani nel mio album, “Africa” e “Sun Groove”. In studio la sua perplessità iniziale, che avvertivo nel suo sguardo, si scioglie poco dopo in un grande sorriso durante l’ascolto di “Africa”. Si siede, parte la registrazione e lui comincia subito a partecipare con movimenti del corpo, mentre dal suo ‘violino’ partono fraseggi di un linguaggio estremamente espressivo e privo di regole, bellissimo e indecifrabile. Sempre durante la registrazione, io e Chris rimaniamo ancora piu stupiti quando Julde abbandona il violino e comincia, ad occhi chiusi, a parlare in un dialetto africano: ci spiegherà dopo che era per raccontare l’emozione del momento che stava vivendo con noi, in una dimensione ‘ritrovata’.
Infine Zamo Mbutho: ero in uno studio di registrazione a Johannesburg, alla ricerca di una voce idonea per la parte del coro di “Song for Zimbabwe”; mi fanno ascoltare diverse voci e mi colpisce in particolare quella di Zamo. Ho la fortuna di poterlo contattare e nel giro di due ore concludiamo il lavoro con reciproca soddisfazione. Vengo a sapere, chiacchierando con lui, che per più di venticinque anni ha lavorato con Miriam Makeba in tournée e registrazioni!

L’album è registrato e co-prodotto da Chris Kimsey, notissimo in particolare per avere a lungo collaborato con i Rolling Stones. Come si è svolto il vostro lavoro insieme?
Io e Chris Kimsey siamo amici da più di sette anni e abbiamo diverse conoscenze in comune. Quando mi ha sentito suonare dal vivo la prima volta, ricordo che alla fine del concerto venne in camerino per complimentarsi e mi abbracciò. In seguito ci siamo visti in più occasioni e, ogni volta, ci ripromettevamo di collaborare. Così, un anno fa, l’ho chiamato senza esitare e gli ho proposto il progetto. Collaborare con un mostro sacro del rhythm and blues può sembrare un po’ contraddittorio per uno come me che opera in una dimensione acustica. Però, devo dire che la sua concezione di sintesi, com’è quella del R&B, è stata a mio parere un giusto equilibrio per il progetto Sketches of Africa. La professionalità e la lunga esperienza di Chris mi hanno permesso di ‘volare in alto’, sapendo di avere un tecnico con i piedi ben saldi per terra e le mani sui tasti giusti.

Nel disco si ascoltano molti riff, molta melodia, molto ritmo, alcune divisioni ritmiche complesse, molte sonorità diverse: quali sono stati gli elementi principali con cui hai cercato di catturare lo spirito delle musiche africane?
La musica ‘africana’, come quasi tutte le musiche etniche, muove qualcosa che non ha molto a che fare con gli studi musicali. È qualcosa di sofisticatamente primordiale, è una lingua parlata con il corpo, con lo spirito e con un’istintualità infantile, che mi affascina e coinvolge per la profondità emozionale…

È difficile ormai collocare il tuo stile chitarristico: in effetti c’è un po’ di tutto, dal fingerstyle all’uso del plettro, dagli stacchi ritmici agli assoli, dalle corde di nylon alle corde di metallo, dalla sei corde alla dodici corde, dai fraseggi ‘stoppati’ all’uso di chitarre fretless… Come ti definiresti oggi come chitarrista?
Non saprei proprio definirmi come chitarrista. Non lo sento come un mio bisogno. Per me, comunque, l’uso di tecniche, gli strumenti, gli stili diversi non sono l’obiettivo vero, ma appunto gli ‘strumenti’ che ritengo più idonei di volta in volta a inseguire un’idea musicale che ho in mente.

La tua ‘portata’ come musicista tende a travalicare i limiti di un pubblico di appassionati della chitarra e a toccare una platea più vasta: qual è il segreto attraverso il quale un chitarrista ‘solista’ può raggiungere ogni tipo di pubblico?
Non so e non credo ci siano formule. Io non faccio altro che inseguire il mio istinto e il mio senso artistico. Il fatto di voler raggiungere ogni tipo di pubblico non è certo un mio obiettivo, anche se non nascondo che – quando vedo tre generazioni coinvolte nei miei concerti – mi fa molto piacere scoprire che la mia musica tocca molte persone.

Ci puoi parlare della tua strumentazione in studio e dal vivo?
In studio tendo a privilegiare molto di più il suono acustico rispetto a quello dei pickup. Quindi cerco di fare un buon uso di microfoni esterni, di solito due, come il Neumann o l’AKG 114, posizionati l’uno vicino alla buca e l’altro vicino al dodicesimo tasto. Premetto, però, che queste non sono regole che valgono per tutte le occasioni e per tutte le chitarre. È sempre bene usare l’orecchio. A volte, per dare un po’ più di presenza sui medio-bassi, aggiungo un venti per cento di pickup al suono microfonico. Nel caso della registrazione del brano “Madiba’s Jive” ho utilizzato due microfoni esterni, un Fishman Rare Earth e un Boss Super Octave OC-3 per arricchire le linee di basso.
Dal vivo uso chitarre Yamaha: una NCX-2000FM con pickup Yamaha e microfono interno; e una APX-10 con pickup Yamaha SPX-10, Fishman Rare Earth e microfono interno. La mia pedaliera comprende un pedale volume Boss FV300L, un Boss Super Octave OC-3, un Fishman Pro EQ Platinum per il pickup, un Fishman Dual Parametric D.I. per il microfono interno e un riverbero Strymon Bluesky.

In particolare cosa sono le Admira Uddan e Octan fretless che usi nel disco? Cosa significano i loro nomi?
L’idea di avere uno strumento fretless mi è venuta dopo aver ascoltato il suono dell’oud, che ha origini risalenti all’antica Persia. La chitarra Uddan è una chitarra a sei corde di nylon modificata, con l’aggiunta di altre otto corde trasversali. L’Octan è a sua volta una chitarra a sei corde di nylon modificata, senza corde supplementari e con corde molto più grosse, per ottenere un’accordatura all’ottava inferiore. Lo strumento è stata rinforzato internamente perché le corde, essendo molto più spesse, producono una maggiore tensione sul manico e sulla cassa armonica. Il nome Uddan è composto da ‘udd’, che sta per ‘oud’, e da ‘an’, che sono le due prime lettere del mio nome. Il nome Octan invece è composto da ‘oct’, che sta per ‘octave’, e ‘an’.

Con che formazione hai presentato Sketches of Africa all’Edinburgh Festival Fringe?
Il Festival di Edimburgo è l’appuntamento più importante dell’anno per la mia attività. Ho partecipato a circa diciannove edizioni negli ultimi ventun’anni ed è stato senza dubbio la mia miglior palestra, non solo dal punto di vista artistico, ma anche di vita. La scelta di presentare il mio album Sketches of Africa al mio pubblico più fedele in un teatro di trecentosettanta posti per ventiquattro sere consecutive era una decisione più che ovvia. Ho suonato all’inizio in trio con Seckou Keita alla kora e Dado Pasqualini alle percussioni, che mi hanno accompagnato per undici serate. Poi ho continuato con un nuovo trio insieme ad Anselmo Netto alle percussioni e Matheus Nova al basso acustico. E abbiamo avuto anche la fortuna di ospitare artisti provenienti dallo Zimbabwe e dal Sudafrica, ospiti speciali come le cantanti e ballerine del gruppo Mother AfricaUn’esperienza indimenticabile.

A cosa stai lavorando attualmente e quali sono i tuoi prossimi progetti?
Sto lavorando a un progetto che mi coinvolge come direttore artistico, arrangiatore e chitarrista. La lineup comprenderà il coro delle Voci Bulgare, un percussionista spagnolo, un cantante di flamenco e un famoso contrabbassista… Ti saprò dire di più quando le cose cominceranno a prendere forma!

Andrea Carpi


Chitarra Acustica, 11/2012, pp. 16-20

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Redazione

  1. Lino Cieri Reply

    Un mito

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