Chitarra e coro polifonico

(di Mario Giovannini)  – Qualche anno fa ho cominciato a frequentare il Coro dell’Università Popolare della mia città. Al solito, è ‘colpa’ di mia moglie: «Vieni dai, così facciamo qualcosa assieme»… Ho poi scoperto che soffrivano di una patologica assenza di tenori: bassi quanti ne vuoi, ma tenori pochissimi. Così il primo anno ho cantato e mi sono anche divertito. Quello successivo, il pianista che ci accompagnava ha lasciato per altri impegni, senza possibili sostituti. «Ma c’è mio marito che suona la chitarra!» ha buttato lì la consorte e così, nel giro di niente, mi sono ritrovato investito del ruolo…

Cosa che, mi sono reso conto quasi subito, sarebbe stata tutt’altro che semplice. Anzitutto è il coro che deve sempre essere il ‘protagonista’, quindi tutto il resto deve stare in secondo piano. Però, allo stesso tempo, scadere nell’accompagnamento ‘da spiaggia’ è un attimo. La ricerca di arrangiamenti che rispettassero il giusto equilibrio tra i due estremi è stato, sempre, il problema principale.

Un’altra bella ‘bega’ da risolvere sono state le tonalità. Perché la maestra del coro mi comunica qualche giorno prima delle prove eventuali brani nuovi – questo succede due o tre volte l’anno, in funzione del programma dei concerti – ma non fornisce spartiti. Per cui me li procuro come posso, mi studio i brani (che a volte non conosco) per poi scoprire che la tonalità va cambiata per essere adattata alle necessità del coro. E poi magari modificata ancora, perché è troppo bassa. E poi magari ancora… Non so quante volte ho ringraziato tutti i miei ‘dei’ per l’invenzione del capotasto mobile. Ma non sempre basta. A volte si scende, oppure si sale troppo rispetto all’originale per poter usare il capo. Per cui da un lato ho sviluppato una discreta velocità di trasposizione, almeno per le cose più semplici. Dall’altro ho scritto una bella macro in Excel per quelle più complesse, che mi risolve velocemente le cose più intricate. Ovviamente le varie modulazioni non giocano a favore degli eventuali arrangiamenti studiati in precedenza: corde a vuoto, giri di basso… a volte è necessario riorganizzare tutto da capo. Ma sbagliando si impara: ora non parto più lancia in resta come i primi tempi a studiare, aspetto almeno un paio di prove prima di mettermici sopra, in modo da essere sicuro della tonalità definitiva.

Poi capita anche che il ‘boss’ – che oltre ad avere una voce ai confini della realtà, e un po’ anche oltre, suona perfettamente chitarra e pianoforte – abbia già una sua idea dell’arrangiamento, per cui bisogna abbozzare e adattarsi.

Comunque alla fine, di base, cerco di creare accompagnamenti semplici, rispettosi del mood del brano – a meno che non si sia deciso di stravolgerlo – e giocati tra accordi con corde a vuoto e giri di basso; che naturalmente devono includere i vari riff caratterizzanti o intermezzi solo musicali. Ovviamente, come predica Tuck Andress, alla larga dalla melodia: quella è fin troppo presente nelle armonizzazioni delle voci. Anche se bisogna sempre tenerla ‘a mente’, per fornire eventuali riferimenti a richiesta.

Poi a volte, per fortuna, capita di dover semplicemente riprodurre la parte originale di chitarra del brano: l’anno scorso abbiamo riproposto per intero La buona novella di Fabrizio De André, con un ensemble di sei elementi, ed è stato decisamente più rilassante del solito.

Il Coro Unipop è molto ‘sentito’ in città. Viene richiesto per parecchie occasioni istituzionali e ha un buon seguito. Anche perché spesso ci adattiamo al contesto e lavoriamo quasi su richiesta. Inoltre gli spettacoli sono sempre un’alternanza di testi letti, poesie, brani corali e assoli, che li rendono parecchio vari e coinvolgenti. Ovviamente la preparazione è tutt’altro che semplice, spesso con tempi ristretti. E il repertorio possibile praticamente infinito. Un’altra variabile è l’aggiunta di altri musicisti, come dicevo prima, a seconda delle necessità del caso. Capita anche che ci sia un altro chitarrista… per cui gli arrangiamenti vanno modificati ulteriormente. Anche se, a forse di lavorarci sopra, spesso ho già le idee abbastanza chiare in partenza, almeno in questa fase. I ‘parlati’, fortunatamente, sono la parte più semplice: per il sottofondo attingo al mio repertorio fingerstyle in maniera piuttosto efficace. Se non ci sono richieste specifiche…

Ho optato per una strumentazione molto semplice: una Effedot A-1-23M, amplificata con un rilevatore JJB Electronics sotto il ponte, e una pedaliera piuttosto ridotta. Fino a poco tempo fa avevo un multieffetto della Digitech piuttosto datato, funzionale allo scopo, ma ho dovuto pensionarlo per sopraggiunti limiti di età (si è messo a fare un soffio di fondo pazzesco che non riesco a eliminare). Sono passato a uno Zoom AC-2, che ha praticamente tutto quello che mi serve, e nelle ultime due serate ho aggiunto un Octaver della Beringher per aiutarmi un po’ sulle linee di basso, con buoni risultati. Sto studiando anche di aggiungere un looper, per semplificarmi un po’ la vita con gli arrangiamenti, ma non sono del tutto convinto.

Siamo seguiti da un ottimo service, per cui vado in diretta nell’impianto, senza amplificatore. Lavorare sempre con lo stesso fonico è una gran cosa, soprattutto se sa quello che fa. Dopo il primo spettacolo assieme, praticamente non abbiamo più neanche bisogno di parlare; riesco ad avere un suono centrato ed efficace in pochi minuti.

Insomma si tratta di un’esperienza molto divertente e, soprattutto, stimolante. Che mi ha fatto crescere molto come musicista e come chitarrista. L’unica cosa che proprio non sopporto è la divisa… ma almeno il papillon me lo hanno risparmiato!

mario.giovannini@chitarra-acustica.net

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